Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

martedì 11 dicembre 2018

AMORE E RAGIONE

AVVENTO – 2° Settimana, Martedì


Ci è così familiare questo esempio del pastore che lascia novantanove pecore per andare in cerca di una che si è smarrita che non riusciamo a vedere come ciò sia, forse, irrazionale. Certamente, se le novantanove sono sicure o vengono curate da qualcun altro, allora ha senso che il pastore cercherà di recuperare una che si è smarrita. Ma se le cose non stanno così, e vi è il rischio di perdere altre pecore, egli sicuramente ignorerà le sue perdite e si prenderà cura di quelle rimanenti. Se quella smarrita ricompare, naturalmente, è una gioia in più, e sarà come un ‘bonus’. Ma il pensiero di lasciare novantanove pecore in pericolo per andare in cerca di una, sembra un po' folle.

E questo è il punto. Luca lo mette in evidenza più chiaramente nella sua versione in cui unisce questa storia a quella di una donna che ha perso una moneta e l’ha cercata ovunque fino a quando, alla fine, l’ha trovata semplicemente per spendere almeno la stessa quantità di denaro ad una festa indetta per festeggiarne il ritrovamento. E la terza storia incredibile in quella triade di Luca 15 è, naturalmente, la storia del Figliol Prodigo, ricevuto di nuovo dal padre con amore e festeggiamenti.

Nei tempi moderni le persone spesso contrappongono fede e ragione come se fossero l’una il contrario dell’altra, cosa che ovviamente non sono. Il vero contrasto creato dai vangeli, tuttavia, non è tanto tra fede e ragione quanto tra amore e ragione. Santa Caterina da Siena parla della follia dell’Amore Divino, di come Dio sia follemente innamorato della sua creatura.

La bella canzone d'amore che è l'odierna prima lettura del profeta Isaia canta di questo amore folle di Dio. Ora la strada attraverso il deserto non è per le persone di ritorno da Babilonia a Gerusalemme: è per il Signore che ritorna a Gerusalemme per dimorare ancora una volta con il Suo popolo. ‘Parlate teneramente a Gerusalemme’, dice Isaia o, in un'altra traduzione, ‘parlate al cuore di Gerusalemme’. Si tratta di un tempo per la tenerezza e per un nuovo inizio, per una dolce assistenza e una calorosa custodia, un tempo per sperimentare ancora una volta l'amore eterno di Dio.

Il contrasto tra i due amanti è straordinario: da un lato, un popolo che è povera carne, durevole come l'erba, qui oggi e lontano domani. Dall'altra parte, c’è l'infinito ed eterno Dio, creatore di tutte le cose, la cui parola dura per sempre e il cui amore cerca costantemente di riportare il cuore del suo popolo a Lui.

‘Gioisca la creazione’ è un altro grido del tempo di Avvento. La natura sempre canta per gli amanti: le colline sono raggianti e gli alberi ballano, la pioggia è giocosa e il mare fa echeggiare la sua lode, i prati si rallegrano e anche gli animali sanno che qualcosa di speciale sta accadendo. Questo è il mondo che viene trasformato dalla presenza della gloria di Dio, una gloria che Egli vuole che noi vediamo e condividiamo. Lo facciamo voltandoci verso di Lui e imparando di nuovo le sue vie, aprendo il cuore alla consolazione e alla tenerezza del nostro Buon Pastore.

lunedì 10 dicembre 2018

IL BISOGNO DEGLI ALTRI

AVVENTO - 2a Settimana, Lunedi



Di tanto in tanto, durante l'Avvento, sentiamo della grande strada che sarà costruita per facilitare il ritorno del popolo a Gerusalemme dall'esilio in Babilonia. Ricondotti alla propria terra, essi gioiranno ancora una volta per la presenza di Dio con loro. Le valli saranno innalzate e le montagne abbassate, la strada sarà ampia e diritta, facilitando così il loro ritorno, e rendendo più agevole il loro viaggio. I ciechi vedranno e gli zoppi cammineranno.

Nella prima lettura di oggi questa strada è indicata come la 'Via Santa'. Altre culture antiche avevano Vie Sacre. Ce n’è una in Cina, ad esempio, associata al cammino degli Imperatori verso il cielo. Ce n’è una in Grecia, da Atene a Eleusi, la strada per la gioiosa celebrazione dei misteri religiosi. E ce n’è una a soli dieci minuti da dove vivo, la Via Sacra che attraversa il Foro Romano, dal Colosseo al Campidoglio.

C'è un contrasto impressionante tra la Via Sacra Romana e quella di cui si parla nella lettura di Isaia. La Via Sacra è stata l'ultima tappa del viaggio trionfale fatto da vittoriosi generali romani mentre tornavano con il loro bottino, con i re da loro catturati e i nemici ridotti in schiavitù. Su quella strada la gioia c’era a causa dell’umiliazione e della debolezza degli altri. Il trionfo celebrava la forza e la gloria della potenza militare romana, culminando con l'esecuzione di molti prigionieri, gettati alla morte dal Campidoglio.

La Via Santa di Isaia è anche per il trionfo e la gioia, ma questo assolutamente non 'alla maniera Romana'. Qui non è necessario alcun nemico per supportare la gioia. Se qualcuno è stato sconfitto, sono le persone stesse per il loro peccato e la loro dimenticanza di Dio. La strada è aperta a tutti e non per l'umiliazione e il disprezzo della debolezza. Al contrario, è in funzione della vita, per una nuova forza e per un'accoglienza non solo del popolo di Dio, ma di tutti i popoli della terra che verranno da oriente e da occidente, da nord e sud, per prendere il loro posto sul monte Sion.

Possiamo introdurre qua anche il Vangelo di oggi. Si presentano ostacoli davanti alle persone che desiderano arrivare da Gesù. Come possono trovare la via per la Via? Una folla di persone impedisce al paralitico di arrivare a Lui. Infatti, l'uomo paralizzato ha bisogno dell'aiuto di altri, se vuole avere qualche speranza di arrivare a lui. E i suoi amici hanno una “botta” di creatività pastorale, aprendo il tetto e lasciandolo calare giù direttamente alla presenza di Gesù.

Qualche considerazione qui. Avremo l'umiltà di lasciarci aiutare lungo il cammino? Naturalmente, vogliamo camminare con i nostri piedi, trovare da noi stessi la nostra strada verso Dio. Ma, inevitabilmente, abbiamo bisogno dell'aiuto degli altri: saremo pronti ad accettarlo? Abbiamo bisogno dell'aiuto della Chiesa, la comunità di coloro che credono in Gesù. (Potrebbe essere che gli amici che portano l'uomo a Gesù sono i primi apostoli, chiamati da poco, e intenti a occuparsi del loro compito. Potrebbe pure essere che la folla che impedisce l'accesso a Gesù possa essere intesa anche come la Chiesa: le vite scandalose dei credenti sono un grave ostacolo per la gente).

Un altro pensiero: dov'è, in noi stessi, il “luogo” pronto ad aprirsi in modo che possiamo stare alla presenza di Gesù? Tra i peccati mortali, i più pesanti sono quelli che ci chiudono e ci tagliano fuori, ci imprigionano in noi stessi: l'orgoglio, l'ira e l'invidia. Cosa c’è di indispensabile se ci si vuole aprire? Di cosa c’è bisogno, se non vogliamo disprezzare la debolezza in noi stessi, ma vogliamo essere benevoli e umili nell'accettare come Dio lavora in noi attraverso gli altri?

Nel vangelo di Giovanni, Gesù si descrive come 'la Via' ed è uno dei nomi usati in riferimento al movimento cristiano primitivo negli Atti degli Apostoli. L'Avvento ci invita a cercare di nuovo la strada per ritornare al Signore, a riflettere sulle cose che impediscono questo ritorno, sulle cose che ci paralizzano e bloccano il nostro avvicinamento a Gesù. L'Avvento ci ricorda anche che ci sono persone che ci possono indicare la direzione, che stanno percorrendo il cammino prima di noi e con noi.

sabato 8 dicembre 2018

ESSERE "PIENI DI GRAZIA" È ENTRARE IN UN NUOVO SPAZIO DI LIBERTÀ

IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA BEATA VERGINE MARIA - 8 DICEMBRE


La Mariologia è la parte della teologia che studia ciò che la Scrittura e la tradizione cristiana ci insegnano riguardo Maria e il suo posto nella storia della nostra salvezza. Per il grande teologo gesuita Karl Rahner, la Mariologia è nella Chiesa, semplicemente, la parte più bella della sua teologia della grazia.

In effetti, la tradizione cristiana ha trovato tutto di Maria nella singola frase 'piena di grazia' e ciò è affiorato, in seguito, nella vita liturgica e devozionale della Chiesa. Ciò che è emerso nel corso della tradizione è stato poi incorporato nella dottrina della Chiesa con le dichiarazioni solenni della sua Immacolata Concezione e della sua Assunzione corporale in cielo.

'Piena di grazia' - è il nome che porta in vista della sua missione: colei che è altamente favorita, grandemente benedetta. Lei deve essere la madre del Signore e in questo senso, essendo incinta di Lui, è piena di grazia. Ma per essere preparata a quel ruolo ed essere sostenuta nelle gioie e tristezze ad esso legate, è stata sempre favorita e benedetta, sostenuta dalla Trinità eterna. È stata sostenuta nel suo compito di supporto, di insegnamento e di formazione del figlio, nel suo compito di seguirlo non solo fisicamente al Calvario, ma anche spiritualmente come la prima discepola, come colei che ha ascoltato la Parola di Dio, ha creduto ad essa, l’ha custodita e praticata.


La grazia di Maria è sua personale ed è inerente alla sua missione nella Chiesa. Ma è anche paradigmatica della grazia che Dio dona alla Sua Sposa, la Chiesa. Questa grazia mariana - di ascoltare e di concepire la Parola, di meditarla e farne tesoro nel nostro cuore, di portarla in tutto il mondo e portarla agli altri - è una grazia di tutto il popolo cristiano. È il motivo per cui Maria è chiamata anche Madre della Chiesa. Proprio come suo Figlio è l’immagine di lei, così anche la Chiesa, Suo corpo, riflette nella sua vita e attività, la vita e l'attività di Maria al servizio della Parola di Dio.

In quest’opera di nuova creazione c'è sempre la collaborazione della creatura umana con i disegni e le azioni di Dio. È da ripetere spesso: la prima creazione coinvolge solo la parola di Dio: ‘Sia la luce, e la luce fu’. La nuova creazione coinvolge anche la parola degli esseri umani: ‘Sia fatto di me secondo la tua parola’. Maria è anche la prima ad insegnarci che la nostra co-operazione con la grazia di Dio è una parte essenziale di come la nuova creazione avvenga e di ciò che significhi la nuova creazione.

Una paura degli esseri umani nei tempi moderni è che la venuta di Cristo e di Dio in qualche modo minacci la nostra libertà, la indebolisca e forse la renda persino superflua. Maria ci insegna che è vero il contrario. Essere 'pieni di grazia' è entrare in un nuovo spazio di libertà. Essere 'pieni di grazia' significa non porre alcun ostacolo, nemmeno il più piccolo, all'opera della grazia di Dio in noi e attraverso di noi. Essere 'pieni di grazia' non significa perdere la nostra libertà, al fine di essere completamente a disposizione di Dio come strumenti ciechi. Essere 'pieni di grazia' significa raggiungere quella libertà che ci fa essere completamente a disposizione di Dio, ma stando a sua disposizione da quelle creature che siamo, intelligenti e libere, reattive e intelligenti, amorevoli e creative.

Essere 'pieni di grazia' è non perdere nulla della nostra dignità e della nostra libertà. È, piuttosto, entrare in pieno possesso di quella dignità e di quella libertà. Ci fa essere figli di Dio, vivendo in comunione con Lui, condividendo la vita della “famiglia” che Dio è ed essendo, così, disponibili, con tutte le nostre energie, al servizio del Regno di amore, di giustizia e di pace di Dio.

giovedì 6 dicembre 2018

INCIAMPARE SULLA GIOIA


Qual è la differenza
Fra la tua esperienza dell’Esistenza
E quella di un santo?

Il santo sa bene
Che il cammino spirituale
È un gioco sublime di scacchi con Dio

E che l’Amato
Ha appena fatto una Mossa così Straordinaria

Che il santo sta ora continuamente
Inciampando sulla Gioia
E scoppiando a ridere
E dicendo, ‘Io mi arrendo!’

Mentre, mio tesoro,
Ho paura che tu pensi ancora
Di aver mille mosse serie.

― Hafez, I Heard God Laughing: Poems of Hope and Joy, trad. dall’inglese da MS e VB


martedì 4 dicembre 2018

CON LA PAROLA E L'ASCOLTO POSSIAMO RICONOSCERE E STABILIRE LA GIUSTIZIA

AVVENTO - 1a Settimana, Martedi


Abbiamo avuto alcune serate molto belle a Roma la scorsa settimana o giù di lì. Ci sono poche nuvole e diventa buio presto. Ci sono un sacco di stelle nel cielo invernale compresa quella grande (Venere? La stella di Natale?) appena sotto la luna. Sui marciapiedi le poche foglie morte rimaste brillano al chiaro di luna. Vivendo qui è difficile immaginare il gelo in terre più a nord, il ghiaccio che si prepara per un'altra notte.

A presiedere queste tranquille serate invernali è la luna. L'anno scorso, il mondo godette della superba visione di una 'superluna' che contribuì più che mai a diffondere quella pace che sempre promana dalla suggestiva vista dei nostri paesaggi notturni. Anche se essa non può di per sé essere descritta proprio come un luogo di pace. Questo perché non c'è vita sulla luna. Dove non c'è vita non c'è lotta, o ansia, non c'è bisogno, o minaccia, o paura. Se la luna è tranquilla, allora è la pace del cimitero, il tipo di pace trovata in luoghi di morte e non la pace piena, ricca, riconciliata, guarita e basata sulla giustizia che la Bibbia chiama shalom.

La terra non è affatto come la luna. Qui c'è la vita, ci sono molti tipi di esseri viventi, e quindi c'è molta lotta, ansia, c'è il bisogno, la minaccia e la paura. Dove c'è vita c'è la possibilità di essere danneggiati, feriti e persino perduti. Gli esseri viventi sono consapevoli del loro ambiente e devono vegliare ed essere attenti. Gli esseri viventi sono sempre ansiosi, o almeno vigilanti, e sono sempre bisognosi, del cibo, di un riparo, o di un compagno. Dove c'è vita c'è anche la minaccia e la paura, anche (forse soprattutto) di altri esseri viventi della stessa specie.

La prima lettura di oggi dipinge un quadro di paradiso, la ricostituzione di tutte le cose in una primordiale convivenza pacifica: l'agnello intrattiene il lupo, il vitello e il giovane leone si riposano insieme, i bambini stanno al sicuro, senza più dolore, senza più male. Il grande gemito del parto è finito e la creazione si assesta nello shalom che arriva con la salvezza.

Ma prima che ciò avvenga la terra, in particolare il mondo umano, è un luogo che ha bisogno di giustizia, di qualche sorta di gestione e bilanciamento della lotta e dell’ansia, del bisogno, della minaccia e della paura. Inevitabilmente, combattiamo gli uni contro gli altri. Ci spintoniamo a vicenda per il cibo e il potere. Siamo consapevoli gli uni degli altri come di potenziali partner, amici e collaboratori, ma anche come diversi, come rivali, forse come non pienamente affidabili, come persone non proprio 'dalla mia parte'.

Il mondo umano resta un luogo in cui dobbiamo lottare per la giustizia, anche se la giustizia spesso sembra essere fuori dalla nostra comprensione. Dove la gente agisce per ripristinare o introdurre la giustizia, spesso finisce per fare qualche nuova ingiustizia. Dove è stato rimosso un tipo di esclusione, di discriminazione e disuguaglianza, nuovi tipi di esclusione, discriminazione e disuguaglianza appaiono al suo posto.

Gesù è vissuto in Palestina, il luogo in cui l'Europa, l’Africa e l’Asia si incontrano. È stata una provincia cardine dell'Impero Romano, a guardia delle grandi rotte commerciali verso l'Oriente e verso il sud. Per secoli era stata contesa da egizi, assiri, persiani, greci e romani. Ancora oggi, la 'Palestina' rappresenta il più ‘nodoso’ dei problemi umani. È il luogo in cui ebrei, cristiani e musulmani lottano per vivere insieme nella giustizia e nella pace. Ci sono molti altri posti in cui culture, lingue, razze e religioni si incontrano e dove devono trovare il modo di vivere insieme. Ma la 'Palestina' è il simbolo di tutti, in particolare delle difficoltà che tutti affrontano.

Gesù nacque dentro questo ‘nodo’ della storia e della geografia del mondo. Noi crediamo che lui sia il Messia promesso nelle Scritture, colui che ha iniziato il regno di Dio dello shalom. La parola significa ‘pace’, ma non solo nel senso di ‘non combattere’. Significa una pace ricca, riconciliata, guarita, basata sulla giustizia, la pace che arriva con il Messia ed è conquistata, a quanto pare, per mezzo del suo rifiuto, della sua morte e risurrezione. 'Egli stesso sarà la pace', ci dice il profeta Michea. 'Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna', dice il grande Salmo messianico 72, parlando del regno di un futuro figlio della Casa di Davide. Attraverso di lui la terra è stata riempita della conoscenza del Signore.

Il filosofo greco Aristotele ha scritto il libro che per primo fu chiamato “La politica” e in esso dice che la comunità umana e la civiltà sono costruite sulla comunicazione. È con il parlare e l’ascoltare che noi riconosciamo e stabiliamo la giustizia. A Tommaso d'Aquino piaceva l'idea: 'La comunicazione costruisce la città', dice commentando il testo di Aristotele. Fa parte della grandezza umana il fatto che comprendiamo il bisogno di giustizia e siamo in grado di lavorare insieme per cercare di costruirlo. E costruiamo attraverso l'ascoltare e il parlare.

Il Verbo si fece carne in Palestina, nel primo secolo. Nel ‘nodo’ di lotta umana e di preoccupazione, di necessità, di minaccia e di paura, Dio è entrato per pronunciare la Sua Parola. Gesù è il contributo di Dio alla conversazione umana sulla giustizia e la pace. Troveremo la pace, dice, solo amando i nostri nemici. La gente rideva di questo, naturalmente, ma egli ci ha dimostrato che è l’unica via: dovete amarvi gli uni gli altri come io ho amato voi. Noi celebriamo la sua nascita perché è la nostra speranza. Egli è la luce che brilla nelle tenebre di questo mondo. Con la nascita di questo Bambino è arrivato il momento in cui la giustizia ha iniziato a fiorire e la sua pace cresca finché non si spenga la luna.

domenica 2 dicembre 2018

AVVENTO: TORNARE ALL'INIZIO PER COSTRUIRE QUALCOSA DI NUOVO


All'inizio dell'Avvento ci vengono offerte immagini contrastanti che rappresentano esperienze contrastanti del tempo. La corona circolare dell'Avvento dice qualcosa sulla successione del tempo e sul ciclo dell'anno, ma le letture delle Scritture, soprattutto quelle dei profeti, parlano del tempo in modo lineare, soffermandosi su ciò che è accaduto in passato, sul dove siamo ora, e su ciò che attendiamo con trepidazione in un futuro promesso. Ogni cosa sembra 'naturale': l'anno volge al termine, ecco che ci prepariamo di nuovo al Natale, ma ognuno di noi ha un anno in più rispetto allo scorso anno e in questo non si può tornare indietro. Il sacramento della riconciliazione ci offre la possibilità di "tornare all'inizio", scrollandoci di dosso le "scorie" che abbiamo raccolto e ricominciando da capo.

Siamo un popolo pellegrino che sta costruendo una città. Ecco un altro contrasto dell'Avvento su cui vale la pena meditare. Siamo in cammino verso un altro luogo, un altro futuro, eppure siamo qui e abbiamo del lavoro da fare qui e ora. Dobbiamo costruire qualcosa qui, tra di noi, negli impegni e nelle relazioni che abbiamo. Geremia dice che Gerusalemme sarà chiamata 'il Signore nostra giustizia'. Ci sono città chiamate così anche nel mondo moderno: Philadelphia (amore fraterno), Los Angeles (gli angeli), Dar Es Salaam (paradiso della pace). La città che stiamo costruendo è il Corpo di Cristo, il Regno di Dio, il Popolo Santo di Dio.

A volte la gente pensa che se la fede cristiana ci orienta verso un regno futuro, in qualche modo saremo meno impegnati e coinvolti in questo mondo che passa. L'esperienza dimostra che è vero il contrario: la speranza cristiana della gloria futura ha sempre rafforzato le persone nel loro impegno per il "qui e ora", per la dignità e i bisogni di coloro con i quali condividiamo la vita, per l'importanza di costruire una città di pace e giustizia anche mentre viaggiamo verso una città che non avrà fine.


giovedì 1 novembre 2018

COLMARE LE LACUNE E RIEMPIRLE DI AMORE

Solennità di Tutti i Santi - 1 Novembre


La gente non si sente ancora a proprio agio con gli spazi vuoti dell'anno: nel passaggio dall'inverno alla primavera, o al nuovo anno, a metà dell'estate, a metà inverno. Laddove le stagioni cambiano non solo possiamo aspettarci raffreddori e piccoli disturbi, ma anche altre incertezze. E che dire del buio, delle tempeste e della neve? Siamo preparati al tempo che ci aspetta? Molte tradizioni che segnano l'attraversamento di queste "lacune" e la negoziazione di queste incertezze ancora sopravvivono. I vuoti vanno colmati, i ponti attraversati, una parte dell'anno deve essere collegata con l'altra, forse gli animi devono essere placati. Di fronte a questi momenti di paura e minaccia, la gente spesso affronta il problema facendo molto rumore, accendendo fuochi e travestendosi, imitando gli spiriti per spaventarli prima che possano spaventarci.

Halloween ci porta dall'autunno all'inverno e continua a raccogliere molti di questi rituali. Il fatto che nell'emisfero nord stiamo passando dalla luce alle tenebre rende questa transizione più spaventosa per la maggior parte di noi. Nel calendario cristiano celebriamo Tutti i Santi e Tutti morti nei primi due giorni di Novembre. I santi sono gli uomini e le donne che stanno negli spazi vuoti dell'anno, che colmano le lacune, costruiscono ponti, fanno andare avanti le cose. Quando ero novizio ricordo un priore che ringraziava un fratello, che era in partenza, per aver "colmato una lacuna". Sembra che non ci fosse molto da dire sulla sua predicazione o sulle altre cose in cui era coinvolto, il suo grande contributo era stato quello di colmare una lacuna. All'epoca non sembrava molto ed era anche divertente, dato che il fratello in partenza era abbastanza corpulento. Ma forse colmare una lacuna è un ruolo più profondo, più importante di quanto possa sembrare in un primo momento.



Cristo è colui che colma le lacune più minacciose. Egli, nuovo Mosè, si trova nella breccia (Sal 106,23; Amos 7,7) che allontana fondamentalmente gli esseri umani da Dio. Egli è il giusto che sta nel vuoto a favore del popolo (Ezechiele 22,30; 13,5), il mediatore che negozia per loro conto, colui che difende le mura della città. Crocifisso su una collina posta appena al di fuori delle mura cittadine, il suo corpo guarda verso ogni direzione. Egli è il punto fermo del mondo che gira, la pietra di scarto che è diventata la pietra angolare, colui che entra nella più profonda oscurità del grande vuoto di morte e vi fa risplendere la luce. Egli si trova alla porta, un eroe crocifisso, salvatore del suo popolo, il riparatore di brecce.

Nella festa di Tutti i Santi celebriamo tutte quelle persone, e specialmente quelle che non sono diventate famose, che hanno "colmato le lacune" con l'amore di Cristo. Tutti conosciamo due, o cinque, o otto di queste persone, non conosciute forse da nessun altro dei nostri amici. Quindi ci sono  un sacco di brave persone che in modi piccoli, ordinari, ma molto importanti hanno fatto questo: aiutando i poveri, insegnando agli ignoranti, confortando i sofferenti, aiutando i peccatori a riconciliarsi, incoraggiando i poveri, perdonando le offese, visitando i malati e i carcerati, e così via. Queste sono tutte lacune significative, colmate dall'amicizia e dall'amore. I santi sono quelli che portano speranza dove c'è disperazione, luce dove c'è oscurità, perdono dove c'è offesa, amore dove c'è odio.



I santi sono quelli segnati con il sigillo della croce, il sigillo del giusto che "sta nello spazio vuoto". Sono i poveri di spirito e i puri di cuore, affamati e assetati di giustizia. Piangono con coloro che piangono e gioiscono con coloro che gioiscono, mostrano misericordia e fanno la pace. E se li intendiamo così, davvero non c'è niente di meglio che possiamo dire di coloro che ci hanno preceduto: le persone buone e sante che abbiamo conosciuto hanno colmato le lacune, e le hanno riempite di fede, di speranza e di amore.