Letture: Sapienza 12,13.16-19; Salmo 86; Romani 8,26-27; Matteo 13,24-43
Nella lettura del Vangelo di oggi Gesù propone tre metafore agricole per descrivere il regno dei cieli. Forse, per essere più precisi, almeno per quanto riguarda la prima di queste parabole, è del “regno dei cieli sulla terra” che sta parlando, in altre parole della Chiesa. Il bene e il male crescono fianco a fianco in questa fase della storia del regno. La tentazione «puritana» può essere forte, a volte molto forte: il desiderio di sradicare il male e purificare la Chiesa, renderla solo buona come il Padre celeste, in cui non c’è ombra di tenebra ma solo luce.
Ma agire in base a tali desideri non è saggio, dice Gesù, perché inevitabilmente sradicare il male porterà a minare anche il bene. È come se dicesse: «Lasciate il compito di separare a coloro che sono esperti in tale opera», «lasciate il compito di discernere tra il bene e il male a coloro che sono in grado di esprimere tali giudizi». Qui egli affida il compito agli angeli: sono loro i mietitori della parabola che alla fine separano il grano dalla pula.
Avremmo potuto pensare di aver acquisito noi stessi quella capacità di discernimento mangiando il frutto dell’albero della conoscenza del bene e del male. Mangiare da quell’albero ci dà esperienza di entrambi, innanzitutto in noi stessi, ed è proprio la confusione che questo scatena in noi a renderci difficile ora capire dove tracciare il confine. Chi sei tu per giudicare il tuo prossimo? Chi sono io per giudicare qualcun altro quando non riesco a farlo nemmeno per me stesso?
È meglio lasciare il giudizio a Dio, che vede più in profondità, che conosce ogni cosa e la cui potenza, come dice la prima lettura, si perfeziona nella misericordia. La saggezza del contadino nella parabola è un’espressione di quella misericordia: dare tempo alle cose, essere pazienti, aspettare. In un’altra parabola Gesù parla esplicitamente della pazienza del giardiniere: «Dagli ancora un anno, poi vedremo».
La seconda lettura, tratta dalla Lettera di Paolo ai Romani, va nella stessa direzione. Dio conosce la nostra debolezza, non solo per quanto riguarda il discernimento tra il bene e il male, ma anche per quanto riguarda la preghiera (il che, in realtà, potrebbe essere semplicemente un altro modo di parlare della stessa cosa). Così lo Spirito viene in nostro aiuto nella nostra debolezza. È lo Spirito che conosce i pensieri e discerne le intenzioni, ed egli intercederà per noi. Gli angeli della mietitura opereranno sotto la guida dello stesso Spirito.
Le altre due parabole testimoniano poi l’opera dello Spirito Santo nella Chiesa. Nonostante i suoi numerosi limiti e fallimenti, e nonostante il male che inevitabilmente si intreccia alle sue radici, essa diventa un grande albero in cui i popoli della terra possono trovare rifugio. L’ultima parabola è forse più culinaria che agricola. La presenza del regno, in questa fase della sua storia, è come il lievito che agisce nella farina. Piccolo, destinato a scomparire rapidamente, produce tuttavia un effetto potente sull’insieme. Così la santità, ovunque si trovi, e le persone buone, ovunque si trovino, stanno realizzando il disegno di Dio nel mondo.
Per ora non sappiamo dove vadano tracciati i confini. Ma sappiamo che la santità renderà presenti nel nostro mondo, anche adesso, per quanto possa continuare a essere mescolata ad altre cose, la bontà e la pazienza, la misericordia e persino la potenza di Dio.
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