Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

domenica 24 dicembre 2017

AVVENTO 4a settimana, Domenica (Anno B)


L'Annunciazione è il punto di svolta nella storia umana perché è il momento in cui il Verbo si è fatto carne nel seno di Maria. È allo stesso tempo il compimento della gioia dell'Antico Testamento e l'inizio della grazia del Nuovo Testamento. Il saluto dell'angelo a Maria, 'Rallegrati, prescelta', 'ti saluto, piena di grazia', include sia gioia, chara che grazia, charis. Nello stesso momento, le grandi gioie di cui si parla nelle Scritture ebraiche si realizzano mentre la nuova grazia della realtà cristiana diventa realtà.

Quali erano le grandi gioie di cui parlavano le scritture ebraiche? Una era la gioia di una donna sterile che scopriva che avrebbe avuto un figlio. Tale era Sara, l'anziana moglie di Abramo, che partorì Isacco, il bambino che assicurò l'adempimento delle promesse di Dio. Tali erano la madre di Sansone e Anna la madre di Samuele ed Elisabetta la madre di Giovanni il Battista.

I profeti di Israele hanno usato questa immagine del luogo arido che prende vita, la terra asciutta e sterile in cui appare l'acqua e la vita prospera (Isaia 41). Dio salva trasformando i luoghi aridi in terreno fertile. Maria dice all'angelo: "Come avverrà questo, poichè sono vergine?" Ecco un diverso tipo di infertilità, una concezione ancora più straordinaria di quella di Samuele o di Giovanni Battista. Qui, senza alcuna violenza o intrusione nella sua creazione, il potere creativo di Dio porta in essere la natura umana che l'eterno Figlio di Dio ha assunto.

Un altro grande momento di gioia è la gioia di stare alla presenza di Dio. L'esempio più eclatante di questo è la danza del Re David mentre accoglieva l'Arca dell'Alleanza a Gerusalemme. Sua moglie, osservando da una finestra, non era divertita al pensiero che suo marito si fosse tolto i vestiti per disonorarsi di fronte ai domestici. Ciò nonostante, la gioia di Davide era sfrenata, una gioia traboccante perché Dio era in mezzo al suo popolo (2 Samuele 6).

I profeti parlano anche di questo. Sofonia, per esempio, dice: "Rallegrati per il Signore che è in mezzo a te, il tuo Dio, il Santo di Israele". Si spinge fino al punto di parlare di Dio che balla di gioia alla presenza del suo popolo, l'immagine speculare di Davide alla presenza dell'Arca (Sofonia 3). L'angelo Gabriele dice a Maria 'esulta perché il Signore è in mezzo a te'. Dio è con noi in un modo nuovo e straordinario: come non essere gioiosi?

Una terza grande esperienza di gioia nella Bibbia è la liberazione degli schiavi. Il momento decisivo nella storia della relazione tra gli ebrei e il loro Dio è la traversata del Mar Rosso. Il Signore li ha portati fuori dalla terra d'Egitto e li ha condotti dal luogo in cui erano stati schiavi in ??un luogo di libertà, una terra dove scorreva latte e miele.

Anche questa gioia è contenuta nell'Annunciazione, poiché il bambino che nascerà da Maria sarà chiamato Gesù. Questo è il nome di Giosuè, che alla fine condusse il popolo attraverso il Giordano nella Terra Promessa. Il bambino nato da Maria è il nuovo Giosuè, che salva il suo popolo dai suoi peccati e li conduce nel Regno di Dio.

Gioia che la sterile sia ora feconda. Gioia che il Signore sia in mezzo a noi. Gioia che la schiavitù sia finita e la libertà stabilita. A ciò si aggiunge un ultimo momento di grande gioia, quello del rinnovo dell'alleanza. Il popolo peccò ripetutamente, ma altrettanto spesso Dio offrì loro un patto e insegnò loro a sperare nella salvezza. La nuova alleanza il cui primo atto è l'annuncio a Maria è quella predetta da Geremia, un'alleanza eterna che suggella l'amore eterno con cui Dio ci ama (Geremia 36 e Isaia 54).

La grazia annunciata qui è la vita alla presenza di Dio, la libertà in una duratura relazione d'amore con Dio. È il momento in cui inizia la nuova creazione. Ed ecco un'ultima, gioiosa meraviglia. Nella prima creazione l'unico a parlare era Dio. "Sia la luce", disse, "e la luce fu" (Genesi 1). Ma nella nuova creazione appare una nuova grazia in quanto Dio permette alle sue creature umane di partecipare all'opera che sta facendo per loro. 'Avvenga di me quello che hai detto', dice Maria. Questo è il più notevole mistero di grazia, che Dio che viene per salvarci ci dà la vittoria. È uno di noi - il Figlio di Maria, nostro fratello, Gesù Cristo - che ha raggiunto la salvezza per noi. Lui è veramente la nostra gioia e la nostra grazia.

L'Annunciazione è un momento in cui apprendiamo molto sulle transizioni, su come possiamo mettere in relazione un futuro inaspettato e sorprendente con un passato apprezzato e amato. In questa transizione straordinaria, Maria non è una bambina ingenua: talora le è stato reso un cattivo servizio ritraendola in quel modo. È "piena di grazia", ??e quindi è piena di saggezza e amore. L'angelo le dice che Dio si è ricordato di lei: "Hai trovato grazia presso Dio", le dice, Dio non ti ha dimenticato e tu non sei caduta al di fuori delle cure di Dio.


Nella cattedrale di Ratisbona c'è una meravigliosa rappresentazione dell' Annunciazione. Da un lato del corridoio si trova Gabriele che sta ridendo mentre guarda, dall'altra parte, Maria. Si vedono i suoi denti - strano che un angelo debba avere i denti! - e in origine teneva in mano una statua del Bambino Divino, proteso verso Maria, come per dire "guarda cosa ho per te"! Molte persone visitano la Cattedrale di Ratisbona solo per vedere questo angelo che ride.

Maria, dall'altra parte della navata, è più seria, con una mano alzata come per dire "aspetta un minuto", mentre nell'altra mano c'è un libro. Pensiamo a quanto spesso Maria è rappresentata nell'Annunciazione mentre tiene un libro, o legge un libro o ha un libro da qualche parte nelle vicinanze. Possiamo capire l'atteggiamento di Maria in questa statua, come se dicesse: 'Aiutami a comprendere come ciò che mi hai appena annunciato si adatti a ciò che già so riguardo i rapporti di Dio con noi e le sue promesse per noi'. Il libro deve essere considerato come la Scrittura, la sua conoscenza e la comprensione della Parola di Dio finora. Ci viene detto che "dialoga" con se stessa mentre dialoga con l'angelo, chiedendogli di aiutarla a capire la transizione: come questa nuova cosa, questo futuro inaspettato, concorda con un passato importante? All'inizio non sembra il compimento di quel passato, ma lei crede che lo sia ("beata colei che ha creduto all'adempimento delle promesse del Signore").

E così nasce una gioia nuova e inimmaginabile, una presenza di Dio con il suo popolo che non  si sarebbe mai potuto prevedere e un'intimità tra Dio e il suo popolo che noi ancora facciamo fatica a comprendere. I "principi di verifica" di Maria, se possiamo esprimerci in questo modo, sono saggezza e amore. Deve essere così perché è piena di grazia. È la saggezza che chiamiamo fede, insieme al suo amore per il suo Signore che la porta attraverso questa strana transizione, che la spinge ad accettare la nuova e sorprendente cosa che Dio ora vuole fare per il Suo popolo. Crediamo che Dio voglia sempre fare cose nuove e sorprendenti per il suo popolo, perché questo è ciò che significa la grazia e questa è la natura di Dio. Impariamo da Maria come ricevere la grazia, come permettere alla Parola di nascere in noi e nel nostro mondo. Ciò avviene sempre e solo per fede e amore. E la nostra gioia è completa.

domenica 17 dicembre 2017

AVVENTO, 3a settimana, Domenica (Anno B)


Il ministero pubblico di Gesù inizia "dal battesimo di Giovanni" (At 1,22), la cui apparizione nel deserto della Giudea, predicando e battezzando, segna l'adempimento di una serie di profezie bibliche.

Giovanni il Battista è "una voce che grida nel deserto". Questa era una frase usata in Isaia 40 in riferimento a colui che annuncia il ritorno del popolo dall'esilio di Babilonia. Quel ritorno significava un nuovo inizio, la fine dell'alienazione tra Dio e il suo popolo e l'instaurazione di una nuova alleanza tra di loro. La fine dell'esilio fu di grande importanza per il popolo come segno concreto della continua assistenza di Dio.

Per i profeti, i quaranta anni trascorsi da Israele a vagare nel deserto furono la luna di miele della sua relazione con Dio, un periodo idilliaco di amore giovane, innocente e leale. Nel ritornare dall'esilio in Babilonia, dice Isaia, il deserto attraverso il quale il popolo passa esulta e produce fiori, l'acqua scorre nelle terre aride, e la landa gioisce e fiorisce.

Quindi il rinnovamento e i nuovi inizi nella relazione tra Dio e il suo popolo sono associati alla natura selvaggia. La natura selvaggia è il luogo in cui cercare segni che cose nuove potrebbero essere sul punto di accadere. Il primo segno che l'esilio in Babilonia stava finendo fu la voce di Isaia che piangeva nel deserto. Il primo segno che Gesù, il Messia, stava per iniziare la sua missione fu la voce di Giovanni che piangeva nel deserto e proclamava "pentitevi, perché il regno dei cieli è vicino".

Un secondo filone di aspettativa dell'Antico Testamento si concentra sul profeta Elia ed è riferito dai cristiani anche a Giovanni il Battista. La tradizione biblica è che Elia non è morto ma è stato trasportato in cielo su un carro infuocato. In alcuni ambienti ebraici c'era la convinzione che prima della visita finale di Dio, Elia sarebbe tornato per avvertire la gente che questo "giorno grande e terribile" stava per sorgere.

Questa tradizione profetica dà voce a un appassionato desiderio di giustizia, alla speranza che Dio venga come giudice per rimediare a tutto ciò che è stato distorto dall'ingiustizia, dalla crudeltà, dall'oppressione e dalla malvagità. Sappiamo quanto sia difficile per gli esseri umani vivere insieme nella giustizia. Di chi è la giustizia? Di chi è la verità? Esiste un risarcimento per tutte le crudeltà e le violenze che subiscono le persone? A chi possono rivolgersi i poveri di questa terra per ottenere aiuto, verità e giustizia se non possono rivolgersi a Dio?

Giovanni il Battista è anche l'erede di questa tradizione. Egli avverte che è giunto il momento per le persone di mettere ordine nelle loro vite. Il giudizio è in corso.

Gesù inizia la sua predicazione con lo stesso messaggio, "convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino". Ma, sulle labbra di Gesù, queste parole hanno maggiore profondità e potenza. Giovanni indica colui che deve venire, ma Gesù è costui. Giovanni avverte la gente dell'imminenza del regno, ma Gesù è la sua presenza. Giovanni battezza con l'acqua per il pentimento, ma Gesù battezza in Spirito Santo e fuoco per una nuova vita, una nuova creazione. Ciò che è promesso nelle parole del Battista si realizza nelle parole, nelle azioni, nell'insegnamento, nella passione, morte e risurrezione di Gesù.

In Gesù le profezie si adempiono, come sempre, in modi inaspettati. Chi avrebbe mai pensato che Dio si sarebbe impegnato con l'ingiustizia, l'oppressione e la violenza permettendo a suo Figlio di diventare l'innocente vittima di ingiustizia, oppressione e violenza? Chi avrebbe mai pensato che lo sbocciare di una nuova vita nel deserto dei cuori umani sarebbe stato più radicale e più impegnativo del piantare la vegetazione in un deserto? Chi avrebbe mai pensato che l'amore potesse essere più esigente della giustizia? Chi avrebbe mai pensato che il nostro giudice sarebbe stato prima di tutto il nostro salvatore?

Eppure tutto ciò è vero nel regno stabilito da Gesù Cristo. Giovanni il Battista si trova sulla soglia di quel regno. È il suo araldo e il primo segno del suo imminente arrivo. Secondo Gesù, egli non è solo il più grande dei profeti, ma il più grande degli esseri umani. Eppure l'ultimo di quelli che credono in Gesù ha accesso a qualcosa di più grande. La nostra presa su questo qualcosa può essere debole, ma anche il minimo barlume di fede ci dà l'accesso a una meravigliosa realtà: la presenza di Dio in mezzo a noi in Gesù Cristo, nostro salvatore e nostro giudice.

domenica 10 dicembre 2017

AVVENTO - 2° Settimana, Domenica (Anno B)

Letture: Isaia 40,1-5.9-11; Salmo 84; 2 Pietro 3,8-14; Marco 1,1-8

Può essere difficile spiegare, soprattutto a chi è scettico, perché la fede cristiana continui a "prenderci". Una delle ragioni per cui è difficile parlarne è perché è una questione di cuore umano, una questione su dove siamo attratti per donare il nostro cuore. C'è una naturale modestia nel rivelare i nostri cuori a troppe persone e certamente non ci piace farlo nei luoghi pubblici. C'è qualcosa di molto triste in quei programmi televisivi in ​​cui le persone sentono che devono parlare dell'intimità della loro vita a un pubblico enorme. Esiste un'appropriata e virtuosa modestia su ogni "affare di cuore". Nella prima lettura di oggi Dio ordina al profeta Isaia "di parlare al cuore di Gerusalemme" (Isaia 40,2). Un'ulteriore complicazione nel parlare della nostra comprensione della chiamata a seguire Cristo sta nel fatto che ciò ha a che fare non solo con il cuore umano, ma anche con quel cuore nella sua relazione con Dio. Dio stesso è sempre, e sempre più, misterioso per noi. Non dovrebbe sorprendere, quindi, se troviamo difficile essere eloquenti sulle Sue vie con noi, sul coinvolgimento con Lui nel quale Dio ci ha guidati, su ciò che Dio ha fatto con i nostri cuori.

Alcuni dei primi insegnanti cristiani, poiché la loro lingua era greca, notarono una connessione tra il termine "call" (=chiamare), kaleo e il termine "beauty" (=bellezza), kallos. Anche se non si presenta in inglese, è una connessione utile nel cercare di capire il senso di essere chiamati all'esperienza di essere credenti. È come essere attirati o attratti da qualcuno o qualcosa. Sappiamo che l'attrattiva di ciò che è bello è innegabile e irresistibile. Questo è vero non solo per le persone che troviamo belle, ma anche per l'arte (le immagini che guardiamo ripetutamente), la musica (i brani che ascoltiamo mille volte), i paesaggi (parti del Paese che non ci stancheremo mai di visitare ), e così via.

Uno di questi primi scrittori cristiani afferma che Dio è giustamente chiamato bellezza perché "la bellezza rivolge tutte le cose a sé e raccoglie tutto in sé" (Pseudo-Dionigi, Nomi divini IV.7). È perché c'è qualcosa di bello nella figura e nell'insegnamento di Cristo che le persone sono attratte a cercare di seguirlo e che continuano ad andare avanti nonostante molte difficoltà. L'offerta o il richiamo della bellezza non è invadente, aggressivo o violento. Non è un'imposizione che ci costringe ad andare in una direzione verso la quale preferiremmo non andare. Ma è innegabile e irresistibile, non poco potente visto il modo in cui opera.

Possiamo trovare poca bellezza nella figura e nella predicazione di Giovanni il Battista. Il suo è uno stile di vita strano. Punta il dito verso i nostri peccati e il nostro bisogno di pentimento. Verso il modo in cui noi non siamo all'altezza della bontà e della bellezza della santità di Dio. Ma per i cristiani egli è solo il precursore, viene ad annunciare l'arrivo di Cristo. Giovanni non è la luce ma colui che ci indica la luce. 'Io vi battezzo con acqua', dice, 'ma (colui che viene dopo di me) vi battezzerà con lo Spirito Santo' (Marco 1,8).

La luce, ovviamente, è Gesù. È colui cui il Battista rende testimonianza. Gesù è "la consolazione di Gerusalemme" e la definitiva rivelazione della gloria di Dio. È colui per cui siamo chiamati (attratti) per gridare: "Ecco il nostro Dio (Isaia 40: 9)". Crediamo che Gesù sia la bellezza di Dio fatta carne. Semplicemente in virtù di ciò che è, e di ciò che significa, ci invita a venire dietro di lui, a seguirlo e a condividere le sue vie. Egli "ci chiama" a diventare come lui e - il più profondo dei misteri che insegniamo - a condividere la sua vita divina, diventando partecipi della sua natura divina.

La vera bellezza dell'Avvento e del Natale non sono le graziose decorazioni che aggiungiamo all'esterno delle nostre vite, ma la chiamata radicale implicita nella nascita di questo bambino, che è il Figlio Eterno del Padre Celeste. Come possiamo relazionarci con questa "luce del mondo"? Che cosa dobbiamo fare di questo "mittente dello Spirito"? Qual è la nostra risposta alla sfida che ci offre? Naturalmente continuiamo ad attendere l'adempimento delle sue promesse in quel "luogo in cui la rettitudine sarà a casa", come dice la seconda lettura di oggi (2 Pietro 3,13). Ma nel frattempo siamo tutti chiamati a dare le nostre vite per costruire il suo regno di giustizia e gloria, dove la misericordia e la fedeltà si incontrano, e dove la giustizia e la pace si abbracciano. Questa è la visione, o chiamata, della bellezza che sostiene la nostra fede e la nostra speranza.


domenica 3 dicembre 2017

AVVENTO, 1a Settimana, Domenica (Anno B)


Abbiamo sperimentato e assaggiato troppo, o amante,
Attraverso una fessura troppo ampia non si arriva ad alcuna meraviglia.

Sono i versi di una poesia chiamata Avvento, scritta da Patrick Kavanagh (1904-1967) e imparata da ogni scolaro e da ogni scolara irlandese della mia generazione. L'adulto che è esperto, compromesso e forse un po' cinico invidia la meraviglia e lo stupore che caratterizzano l'anima del bambino. Così il poeta parla della ‘novità che era in ogni cosa vecchia quando abbiamo guardato ad essa come bambini’. Egli spera che ‘il pane nero secco e il tè senza zucchero della penitenza risveglino un nuovo interesse per il lusso di avere un anima di bambino’.

Da bambini abbiamo un senso forte e naturale di meraviglia. Parte del prezzo di crescere sembra essere la perdita della freschezza e chiarezza che lo accompagna. Il mondo diventa ordinario. Diventa meno magico e più grave. Diventa indifferente e forse persino ostile. Qualcosa si perde, una nitidezza, un’acutezza, una luce, in cui anche le cose più ordinarie sono magiche e gli eventi più comuni misteriosi. Lo ritroviamo brevemente, forse, andando a vedere Harry Potter o Il Signore degli Anelli, ma il punto è se si può trovarlo di nuovo nella nostra vita reale e non solo nelle immagini tremolanti di un film.

Che dire di un ponte, una barca, un fiume, un campo, un autobus rosso (che meraviglia!), un sole di mattina presto sopra un mare lontano, binari del tram inutilizzati, catrame bollente in un giorno d'estate, il ronzio degli insetti, le luci di Natale - e molte altre cose ordinarie e il significato che hanno avuto per il bambino che eravamo una volta. Gli adulti ancora 'captano' qualcosa di meraviglioso di seconda mano, attraverso i loro figli. L'emozione e lo stupore dei bambini, soprattutto nel periodo di Natale, sono contagiosi. Attraverso i loro occhi si intravede ancora una volta quello che in passato abbiamo conosciuto - l'attesa eccitata del tempo di Avvento, il desiderio, quasi oltre ogni capacità, dell’arrivo di un grande giorno.

Il tempo di Avvento ci invita a riscoprire e tornare a qualcosa che abbiamo perso. Questo è ciò che la parola 'fare penitenza' significa - tornare indietro, girare intorno, ritornare. Dobbiamo fare questo non solo per lamentare quello che è stato perso, ma per riscoprire un certo impulso, per essere ancora una volta attenti, appassionati, svegli e attenti. Dobbiamo essere aperti alle meraviglie che il Signore rivelerà di nuovo nelle nostre vite (stanchi e cinici come si può essere a volte), le meraviglie che rivelerà di nuovo nel nostro mondo (ingiusto, violento e corrotto come ora, spesso, è).

Abbiamo sperimentato e 'assaggiato' troppo. I pensieri, le preoccupazioni e gli eventi tristi della vita ci opprimono. Le distrazioni ci impediscono di stabilirci profondamente dentro i nostri cuori. Può essere che siamo stati colti dall'indurimento e dall'oscuramento che seguono al peccato. Qualunque sia lo stato del nostro cuore di adulti, l'Avvento mantiene la promessa di farci vivere di nuovo in uno stato di totale meraviglia.

Questa nota di gioiosa attesa e intensa meraviglia viene emessa durante la liturgia del tempo di Avvento. Andiamo al monte del Signore, pieni di gioia mentre ci avviciniamo alla sua casa. Le spade saranno trasformate in vomeri, le lance in falci. Non ci sarà più addestramento alla guerra. Svegliati, perché ci sarà presto la luce del giorno e l'ora delle tristi tenebre sarà finita. Stai sveglio! Sii pronto! Sii attento, desideroso e in attesa, perché la venuta del Figlio dell'uomo sarà improvvisa e piena di significato.

Spesso le persone dicono che il Natale è per i bambini. È più esatto dire che il Natale è per gli adulti che non hanno dimenticato cosa vuol dire essere un bambino. È per coloro che hanno sofferto ‘i sassi e i dardi di una sorte crudele’ e non hanno permesso ad essi di distruggere la loro meraviglia o gioia o speranza. Natale è un tempo per riaccendere la nostra fede che il nostro Dio tornerà, aprendo una strada tra le valli e le montagne della nostra vita, rendendo possibile ciò che sembrava impossibile. Egli è, dopo tutto, il Dio che risuscita i morti.

Il bambino in noi non ha alcuna difficoltà a credere tali meraviglie e tutto quello che dobbiamo fare è avere fiducia che quel bambino sta vedendo qualcosa di vero. Dobbiamo essere i figli adulti del nostro Padre celeste, conquistati dal lusso di un’anima di bambino attraverso la preghiera e la riconciliazione, la penitenza e il retto vivere. Non è davvero un lusso, l'anima di questo bambino in noi. È essenziale per la nostra maturità in quanto solo se diventiamo come bambini saremo pronti ad entrare nel regno dei cieli, quando Egli viene.

giovedì 30 novembre 2017

LA BOCCA, IL CUORE E I PIEDI: LE "FACOLTÀ" DEL PREDICATORE

SANT'ANDREA APOSTOLO - 30 Novembre


Andrea è come il “maggiordomo” nel gruppo dei primi discepoli. Sembra che il suo compito sia quello di condurre le altre persone a Gesù, parlando loro di lui e a lui di loro, facendo le presentazioni. Nel vangelo di Giovanni questo succede tre volte. Verso la fine, alcuni Greci che vogliono vedere Gesù si avvicinano a Filippo ma egli va prima da Andrea ed è lui che organizza l’incontro col Signore. Nel sesto capitolo, è Andrea che porta a Gesù il ragazzo con i pani e i pesci per il miracolo della moltiplicazione. E all’inizio del vangelo, l’introduzione più significativa, dopo aver ‘incontrato il Signore e ricevuto il dono della fede’, disse poi Andrea a Simone, suo fratello, ‘abbiamo trovato il Messia’ e lo condusse da Gesù.

Vediamo qui un modo di capire la missione apostolica della predicazione del vangelo. Il nostro dovere, che è anche la nostra gioia, è di parlare di Gesù nel quale troviamo il Cristo, nostro Signore, e di facilitare in tutti i modi possibili l’incontro delle altre persone con Lui. Nella prima lettura, San Paolo, un altro grande “maggiordomo” della chiesa primitiva, parla della bocca, del cuore e dei piedi come i luoghi, o le facoltà possiamo dire, di questa predicazione apostolica. La fede in Cristo deve attuare queste facoltà in noi. Cosa significa? Possiamo dire che la predicazione, che comincia sulle labbra di qualcuno già inviato a predicare, arriva sulle nostre labbra, ma non senza radicarsi nel cuore ed esprimersi nel nostro modo di vivere, nella sincerità della nostra preghiera e nel cammino che proseguiamo. Come si dice in Inglese, non è sufficiente ‘talking the talk’ (=limitarsi a parlare), è necessario anche ‘walking the walk’ (=iniziare ad agire).

È dalle labbra del predicatore, l’insegnante della fede, che ascoltiamo per la prima volta l’annunzio del vangelo. Abbiamo bisogno di qualcuno che apra la sua bocca e parli per noi, o con noi, su Cristo. Proprio in questo giorno di Sant’Andrea, i miei padrini mi hanno portato nella chiesa di Sant’Andrea a Dublino per il battesimo e lì hanno parlato per me. (È un primo mistero della mia vita, perché non mi hanno battezzato ‘Andrea’ nella sua chiesa nel giorno della sua festa!) E io ho imparato a credere e, a mia volta, a parlare ad altri di lui. Ma la fede non è soltanto una confessione con la bocca, è anche un credere con il cuore. Come dice san Paolo, ‘con il cuore si crede per ottenere la giustizia e con la bocca si fa la professione di fede per avere la salvezza’. E poi cita quel brano del profeta Isaia sui predicatori, ‘quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene’.

Se la vita apostolica è una vita di parole, una predicazione, questa vita e questa predicazione si attuano, dice san Paolo, per la parola di Cristo. Le labbra, il cuore, i piedi: innanzitutto e fondamentalmente sono le facoltà dello stesso Gesù dalle quali sorge questo fiume di predicazione, di testimonianza e di fedeltà in Sant’ Andrea, San Paolo, San Domenico … in tutti coloro che testimoniano la loro fede in Cristo con la parola, con la preghiera e con l'amore.

domenica 24 settembre 2017

Settimana 25 Domenica (Anno A)


«Non è giusto, la sua fetta è più grande della mia». «Non è giusto, ha di più!» «Non è giusto, volevo quella blu!».

Grida dell'infanzia che echeggiano nella mia testa. La parabola degli operai della vigna racconta di un gruppo di operai alcuni dei quali hanno lavorato tutto il giorno, altri per una parte del giorno e pochi per un'ora soltanto. Alla fine della giornata il proprietario paga ognuno di loro con la stessa somma di denaro. Coloro che hanno lavorato tutto il giorno sentono, comprensibilmente, che "non è giusto". Il proprietario della vigna era giusto nel dare loro quello che era stato concordato all'inizio della giornata. Eppure, c'è qualcosa che non torna ..

La maggior parte di noi sente che coloro che hanno lavorato tutto il giorno hanno ragione. Quelli che sono arrivati dopo sono stati stranamente pagati di più per ora di lavoro. Com'è irritante per il primo gruppo sentire il proprietario che fa notare di essere perfettamente giusto, sapendo che, strettamente parlando, lo è, ma allo stesso tempo ce l'hanno con lui.

È molto difficile combinare giustizia e misericordia. Per come li capiamo e ne facciamo esperienza, sembrano incompatibili. Come puoi essere completamente giusto mostrando misericordia (perché la misericordia suona come un "assolvere qualcuno", "accettare di ignorare qualcosa" o addirittura "lasciare che qualcuno la faccia franca con qualcosa")? Come si può mostrare misericordia ed essere al tempo stesso rigorosamente giusti (perché il non insistere sui propri diritti o il non insistere su ciò che ci è dovuto, suona come una decisione di rinunciare alla giustizia)?

Lo stesso problema salta fuori nella storia del figlio prodigo dove il fratello più grande ritiene che il più giovane la stia facendo del tutto franca, divertendosi in un paese straniero, perdendo la sua eredità e poi tornando a casa per essere ricevuto come un principe, anziché come l'irresponsabile perdigiorno che è. La parabola di Matteo degli operai della vigna si occupa degli stessi problemi della parabola di Luca del figlio prodigo.

Di quali problemi? Ebbene, nel contesto in cui Gesù raccontò queste storie, la questione principale era la reazione dei farisei e degli altri al fatto che Gesù accoglieva i peccatori e mangiava con loro. I farisei sono quelli che hanno lavorato tutto il giorno nella vigna del Signore, i peccatori sono quelli che vagano senza meta quando il giorno è quasi finito. Oppure gli ebrei sono quelli che hanno lavorato per tutto il giorno - sono stati il popolo di Dio da secoli addietro - mentre i pagani sono quelli che vagano senza meta alla fine della giornata. Qui è l'importanza della predicazione di Gesù, legata in particolare alla sua frequente affermazione secondo cui egli non è venuto per i sani ma per i malati.

Quindi una prima domanda è se pensiamo a noi stessi come malati o sani. In relazione a Dio, ci consideriamo come appartenenti ai giusti che hanno lavorato duramente tutti questi anni o sentiamo di appartenere ai peccatori cui oggi viene dato il rassicurante ​​messaggio che "non è mai troppo tardi"? Il vangelo di oggi ci sfida in modi differenti, a seconda che ci troviamo tra i malati o i sani.

Una seconda domanda è come consideriamo le altre persone, specialmente quelle che si potrebbe pensare che si siano allontanate da Dio e dalla via della virtù. E se tornano, anche alla fine? È una causa di gioia per noi, una gioia che condividiamo con loro, o ci sentiamo un po' sbalorditi che si siano allontanati così tanto e ci sentiamo di gridare a Dio che 'non è giusto'?

La sensazione di esclusione da ciò che un'altra persona sta godendo fa parte dell'invidia. Ma i doni di Dio non sono come altri tipi di doni. Da bambini sapevamo molto bene che più la torta e il cioccolato erano divisi, meno ce n'era per ciascuno. Con i doni di Dio - grazia, compassione, amore, misericordia - succede che tanto più sono divisi quanto più crescono, perché ognuno che veramente riceve questi doni di Dio e comprende il loro significato diventa a sua volta una fonte di grazia, di compassione, di amore e misericordia nel mondo.

Non possiamo mettere le nostre menti e i nostri cuori dentro le vie di Dio per contenerle o comprenderle. "Le vie di Dio non sono le nostre vie e i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri", dice Isaia. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le vie e i pensieri di Dio sovrastano le vie e i pensieri umani. E quanto le sovrastano? La mente resta sbalordita, e la scienza moderna la confonde ancora di più. Come creature si può dire che siamo come Dio, ma Dio non è come noi, come tanti passi della Bibbia ci insegnano. La parabola di oggi ci spinge a considerare un solo aspetto di questa distanza infinita. Più entreremo nel mondo di Dio, più contempleremo il mistero del suo amore, più cercheremo di vivere secondo il suo spirito e più i nostri standard di onestà e di affari ragionevoli saranno capovolti. "Gli ultimi saranno i primi e i primi, ultimi". Solo l'amore può insegnare la verità di questo paradosso, che l'ingiustizia di Dio è più giusta della giustizia umana.

lunedì 23 gennaio 2017

SAN DOMENICO VISTO DA SAN TOMMASO D'AQUINO

Come complemento al contributo di Sr Mirella Caterina sul modo in cui Santa Caterina da Siena ha parlato di Domenico, ecco una riflessione di fr Vivian Boland sul modo in cui lo stesso Domenico è visto da San Tommaso d’Aquino. Celebreremo la festa di San Tommaso alla fine di questa settimana (28 gennaio).
 
In tutte le opere di San Tommaso non troviamo riferimenti al nome di San Domenico, fondatore dell’Ordine cui Tommaso aveva deciso di appartenere contro i desideri della propria famiglia. C’è un riferimento a Domenico nella lettera sullo studio che, in passato, venne attribuita a Tommaso ma che nessuno, oggi, considera un lavoro autentico dell'Aquinate. Si dice che ci sia soltanto un riferimento in un'opera autentica, in uno dei suoi Sermoni. Ma ci sono riferimenti impliciti al grande fondatore dei Domenicani e al suo progetto e vale la pena riflettere su alcuni di questi.


Sembra che, nella fase iniziale della vita dell'Ordine, ci siano stati tentativi di promuovere l'idea di Domenico come 'altro Cristo'. Questo non era troppo problematico finché i Francescani e i Domenicani lavoravano insieme per difendere la loro nuova forma di vita. Ma quando i Francescani e i Domenicani caddero in una sorta di competizione tra di loro, in disaccordo sulla povertà per esempio, i Domenicani sembrano essersi tirati indietro dal presentare Domenico come alter Christus. Il motivo, a quanto pare, era che i Francescani avevano un candidato molto migliore per quella posizione nella persona del loro fondatore, Francesco d'Assisi. La 'concorrenza' era troppo potente, i Domenicani vedevano che non c’era realmente possibilità di 'competizione'. Sembra che il poverello, Francesco, avrebbe vinto facilmente in ogni possibile 'gara' per la posizione di alter Christus.


Ma i Domenicani erano intelligenti anche in questo caso e, quindi, ciò che hanno deciso di fare era di non rivendicare Domenico come un altro Cristo, ma di rivendicare Cristo come il primo Domenicano! Domenico era, allora, il suo agente e collaboratore, uno dei tanti, ma ancora il leader in un movimento che ha restituito alla Chiesa la vita apostolica, cioè il modo di vivere intrapreso da Cristo e gli Apostoli. In altre parole, Cristo e i suoi Apostoli hanno vissuto quella forma di vita che noi riconosciamo come quella dei Domenicani.



Il testo classico su questo è quello di Tommaso d'Aquino nella sua Summa theologiae IIIa parte, questione 40. Si ottiene un sacco di attenzione ora nell'uso di 'spiritualità domenicana'. Come già detto, Tommaso non cita per nome Domenico, ma ci sono testi in cui sembra che parli del modo domenicano di vivere senza menzionare questo in modo esplicito. ST III 40 è un esempio calzante. Esso si occupa di questo: come Cristo ha trascorso il suo tempo? Questa questione nella Summa theologiae è intitolata ‘de modo conversationis Christi’, il modo della conversazione di Cristo. Non si riferisce all'accento con cui parlava ma significa 'come ha fatto a passare il suo tempo', 'che cosa ha fatto per tutto il giorno', ‘come era il suo stile di vita fra gli uomini’. È impossibile leggere la risposta di S. Tommaso senza pensare al modo di vivere dei Domenicani, e cioè a san Domenico stesso.


La migliore forma di vita possibile, dice Tommaso, è quella in cui una persona è chiamata a condividere con gli altri, attraverso la predicazione e l'insegnamento, ciò che è stato contemplato. (Altrove aveva descritto la migliore forma di vita come quella che coinvolge la contemplazione e la trasmissione ad altri dei frutti della contemplazione). La missione di Cristo era quella di testimoniare la verità e, per fare questo, era necessaria una vita pubblica di predicazione. Doveva vivere apertamente, fra gli uomini. Il modo di vivere di Gesù era, proprio, 'per dare un esempio ai predicatori' (ut daret exemplum praedicatoribus - III 40,1). Negli anni ’60 del tredicesimo secolo tutto il mondo aveva conosciuto chi fossero i predicatori. E questo è il più vicino al quale si arriva per una menzione esplicita dell'Ordine o di Domenico nella grande Summa.


Gesù ha vissuto una vita equilibrata di preghiera e di predicazione, continua Tommaso. Il Verbo si è incarnato per liberare l'uomo dal peccato e, quindi, è stato necessario che Cristo vivesse tra i peccatori. Per facilitare il suo lavoro tra loro, Cristo non ha vissuto in solitudine, ma ha condiviso le condizioni di vita della popolazione, adattandosi alle loro circostanze (III 40 2). Ha vissuto in mezzo ad essi in povertà perché questo è appropriato al lavoro della predicazione. Ha insegnato agli apostoli a vivere in semplicità e distacco per essere in grado di portare a termine in modo efficace la missione loro affidata. Egli stesso diede loro un esempio di questa vita apostolica col modo con cui ha trascorso i suoi giorni (III 40 3). Soprattutto, è stato obbediente al Padre, e questo è il cuore della vita religiosa per Tommaso (come per Caterina). Il Verbo si è incarnato per aprire agli uomini l'accesso al Padre e così Gesù doveva essere un insegnante, rivelando la via della verità ai suoi ascoltatori.


Anche per il Maestro dell’Ordine Umberto de' Romans, Cristo è il modello del predicatore, di ogni predicatore del Vangelo e non solo dei Frati Predicatori. La missione dei Domenicani non è altro che la missione della Chiesa di predicare il Vangelo. Anselm Moynihan, della provincia d’Irlanda, ha scritto un articolo sulla contemplazione domenicana in cui ha sostenuto che essa non ha alcun ingrediente speciale che la rende 'domenicana' a differenza di qualsiasi altro tipo di contemplazione. Essa è, semplicemente, la contemplazione cristiana. E possiamo dire lo stesso per la missione della predicazione. I Domenicani sono chiamati ad essere predicatori cristiani. In questo, Cristo stesso è il loro modello e il suo modo di vivere è il miglior esempio per loro di come ciò si dovrebbe realizzare.


Uno dei modi in cui Domenico è 'un altro Cristo' è stato sempre rappresentato artisticamente, soprattutto nell'iconografia dell'Ordine.  È la moltiplicazione dei pani. Questo ha un posto di primo piano nell'arte Domenicana. Le mense di molti conventi sono decorate con questa scena per ovvi motivi. Sembra, infatti, che ciò abbia due connessioni con la vita domenicana. La prima ha a che fare con la povertà e questo 'incidente' è stato richiamato al fine di incoraggiare i fratelli a confidare nella cura di Dio e nella cura continua di San Domenico dal cielo, come aveva promesso, dopo la sua morte. L'altro collegamento è con l'Eucaristia la cui devozione crebbe nel momento della fondazione degli Ordini mendicanti. A Tommaso fu chiesto di comporre l'ufficio per la festa del Corpus Domini. I Domenicani, a quanto pare, erano amanti delle rappresentazioni di Cristo come 'uomo del dolore', l'Ecce Homo. Anche questo è stato considerato come eucaristico, poiché mostrava Cristo che offriva il suo corpo anche come cibo per i suoi discepoli.


Un altro 'incidente' che non attira molto l'attenzione, anche se si può pensare che forse dovrebbe farlo, è la dispersione dei fratelli da parte di Domenico. Non c’è un momento esattamente equiparabile nella vita di Gesù, almeno nella misura in cui la sua decisione di inviare i propri discepoli a due e due non sia stata davvero, come sembra, particolarmente controversa. Con Domenico, invece, questa decisione è stata molto controversa e ha provocato opposizioni dentro il piccolo gruppo di predicatori. Dalla frequenza e dal contenuto dei rapporti di questo momento, si comprende come la situazione fosse chiaramente importante e controversa, l'unica in cui davvero Domenico agisce con una sorta di 'certezza divina', e nonostante l'opposizione dei fratelli i quali ribattevano dicendo che fosse troppo presto. ‘Il seme conservato marcisce’, egli rispondeva, ‘mentre invece, se si disperde, c'è qualche speranza che esso porti frutto'.


Il seme è la Parola di Dio. Gesù dice ai suoi discepoli, nello spiegare la parabola del seminatore, che il compito del seminatore è quello di diffonderlo attorno. Questa è la vita Domenicana - la vita di Domenico, la vita dei suoi figli e figlie - essere seminatori di questo seme che è la Parola, nella speranza che, con l’aiuto del suo Spirito, darà i suoi frutti nei cuori di coloro che ascoltano. Questo è il modo con cui i predicatori partecipano alla vita che Cristo ha conquistato all'umanità. È attraverso questo modo di vivere che cominciano a godere della vita eterna, della conoscenza di Dio e di Gesù Cristo che egli ha mandato. È proprio come predicatori, facendo il loro lavoro di predicazione in un modo semplice e povero, aperto e pubblico, muovendosi fra la gente e rispondendo ai loro bisogni, che i Domenicani sono chiamati a servire la Parola che è la Vita. Questa è la direzione indicata da Tommaso d’Aquino quando parla dello stile di vita del Verbo Incarnato, uno stile di vita necessario per la sua missione e anche per dare un esempio ai predicatori. Ed è per questo motivo che Domenico, ristabilì la vita apostolica nella Chiesa. È quanto Tommaso d’Aquino ci insegna sul fondatore, che lui desiderava ardentemente seguire.

martedì 3 gennaio 2017

L’AMICIZIA PIÙ GRANDE


Nella sua Summa contra gentiles, un altro grande lavoro sistematico di san Tommaso d’Aquino, troviamo delle pagine bellissime sulla monogamia (SCG III, 132-134). L’argomento è se sia accettabile per un uomo sposarsi con più di una donna. Le sue riflessioni guidano Tommaso a sviluppare alcuni argomenti contro questa possibilità, argomenti fondati sulla natura dell’amicizia. Poiché, scrive, il matrimonio è amicitia maxima, cioè la più grande amicizia, deve essere caratterizzato dalle qualità essenziali di qualunque amicizia, sviluppate al massimo. E fra queste qualità troviamo quella dell’uguaglianza. Senza uguaglianza non c’è amicizia vera. Se il matrimonio è amicizia, magari l’amicizia più grande, significa che domanda l’uguaglianza più stretta. Nella poligamia questa non è possibile (neanche, ovviamente, nella poliandria, matrimonio di una donna con tanti uomini). Soltanto nella monogamia si trova l’uguaglianza necessaria per un’amicizia vera, e per questo la monogamia è la forma accettabile del matrimonio.

Parte essenziale di qualunque amicizia è anche la libertà. È chiaro che dove la forza, la violenza, la costrizione entrano nelle relazioni, manca la possibilità di un’amicizia nel senso vero della parola. Se non è stabilita liberamente fra due persone, non potrebbe essere realmente amicizia. Fa parte della gioia del amore, come di altri tipi di amicizia, che esso sia gratuito, non forzato, ricevuto come dono dall’amico o dall’amica. Continuando l’analogia, se un matrimonio è forzato, violento, imposto, perde una parte essenziale del suo essere e non arriva al criterio di un vero matrimonio, che è amicizia massima.

Per Tommaso d’Aquino l’amicizia è importantissima. Questo si vede dal fatto che, quando torna a considerare la virtù cristiana più alta, cioè la carità, la considera in termini di amicizia. In quest’altra parte delle sue opere troviamo delle riflessioni bellissime sull’amicizia (cf Summa theologiae II.II 23-45). Insieme con l’uguaglianza e la libertà, parla lì anche della comunicazione e della reciprocità, che sono due altre caratteristiche essenziali dell’amore e dell’amicizia. “Comunicare” non solo significa ascoltare e parlare con l’altra persona, ma indica anche che ci deve essere qualche bontà condivisa che dia fondamento al rapporto. Gli amici devono condividere un interesse comune, devono partecipare a una missione comune, devono cercare insieme qualche cosa che sia apprezzata da tutti e due. Che, a un livello più semplice, potrebbe essere il football o un interesse per la letteratura o la musica. Ci sono tante amicizie basate su interessi di questo tipo. Amicizie più significative sono quelle dove gli amici partecipano a una vita politica condivisa, a una vita comune religiosa, a un progetto accademico o pedagogico, ecc. Per Aristotele, l’amicizia più forte, umanamente parlando, si trova fra persone che cercano insieme la vita delle virtù.

Da questa riflessione deriva anche l’importanza della reciprocità nell’amicizia. Si vede subito che fa parte dell’uguaglianza di un rapporto, che deve essere vicendevole. Senza reciprocità o uguaglianza ci sono altri tipi di rapporti umani, importantissimi nella vita, senza dubbio, e nei quali troviamo forse comunicazione e libertà ma che, senza queste qualità di reciprocità e uguaglianza, non arrivano alla definizione di amicizie vere.

Nel caso dei rapporti uomo-donna, se vogliamo parlare di amicizia, sono sempre necessarie, ovviamente, tutte queste qualità. Per quanto concerne il matrimonio, seguendo Tommaso d’Aquino, è questione di “amicizia più grande”. Insieme con l’uguaglianza e la libertà, con la reciprocità e la comunicazione, troviamo qui anche la complementarietà. Forse questo è un aspetto al quale San Tommaso non dà l’attenzione che noi possiamo dargli con la nostra comprensione sviluppata della psicologia e dell’antropologia. È vero che Tommaso, sulla scia, per esempio, di San Paolo, e tutti i Padri della chiesa cristiana, hanno visto una complementarietà gerarchica fra uomo e donna, cosa che riesce più difficile a comprendersi, per noi, oggi. Ma il punto, per loro, è che l’amore e l’amicizia domandano anche la differenza, che sono legami che uniscono persone che sono distinte, che la comunione stabilita fra persone ha un senso più profondo perché è l’unita nella differenza, una comunione nella diversità. 

Se il matrimonio è l’amicizia più grande fra persone umane, la carità è l’amore più grande. Nel suo primo significato, la carità unisce persone fra le quali c’è la differenza più radicale che ci possa essere, perché è la differenza fra il Creatore di tutto e le creature che ricevono tutto da Lui. Come mai potrebbe esserci amicizia fra esseri così distanti ontologicamente? Dove si troverebbero l’uguaglianza o la reciprocità, qualità che abbiamo visto così essenziali per l’amicizia vera? Per i filosofi questa rimaneva un’impossibilità, ma per i credenti in Cristo si tratta della buona novella della Sua presenza fra di noi: Cristo nostro fratello e anche figlio del Padre che stabilisce per noi questa possibilità di amicizia con Dio. Questo è il dono dello Spirito Santo, questa è la realizzazione di ciò che Gesù diceva ai suoi discepoli, ‘non vi chiamo più servi ma amici perché a voi ho rivelato i misteri del regno’ (Giovanni 15,15).
 Dio in se stesso è amore – come diceva il monaco inglese del medioevo, Aelredo di Rievaulx, ‘Dio è amicizia’ – e la missione del Figlio mandato dal Padre è aprire il mondo al dono dello Spirito. Questo significa che i discepoli e tutti coloro cui sono stati mandati i discepoli, cioè tutto il mondo, sono chiamati a vivere in questa amicizia e amore che è Dio stesso. Lo Spirito è il dono che rende possibile questa comunione soprannaturale, che fa di questa comunione un’amicizia vera: siamo figli adottivi, fratelli e sorelle di Gesù, figli nel Figlio.

In una delle sue lettere, Santa Caterina da Siena dà un sommario bellissimo di questo insegnamento: ‘Adunque amatevi, amatevi, insieme; perocchè a questo sarete conosciute se sete spose e figliuole di Cristo; o no: e non si conosce ad altro, se non nell’amore fondato in Dio, e a quello ch’egli ha al prossimo suo’ (Lettera 217). Il matrimonio è l’esplicitazione massima di questo amore, il simbolo più potente nella Bibbia del rapporto fra Dio-sposo e il suo popolo-sposa. Nella Chiesa è un sacramento, da un certo punto di vista il sacramento fondamentale perché tutti gli altri, inclusa la stessa Eucaristia, servono questo rapporto di amicizia nuziale fra Dio e il suo popolo. 

Ritorneremo, ogni tanto, ai temi qui accennati, sempre in compagnia di San Tommaso e di Santa Caterina, facendo applicazioni appropriate ad altre vocazioni e all’esperienza dell’amicizia in altri stati di vita.
 

VB & MS