Letture: Osea 14,2-10; Sal 50/51; Matteo 10,16-23
Il fatto che queste due letture ci vengano proposte insieme pone un enigma. Osea ci esorta a preparare le parole da dire e a tornare al Signore. Nella lettura del Vangelo, invece, Gesù ci dice di non preoccuparci di come o cosa dovremmo dire. Ovviamente i contesti sono diversi. Credo che possiamo riflettere proficuamente su questo enigma riprendendo quel famoso detto su san Domenico, secondo cui egli trascorreva il suo tempo parlando o a Dio o di Dio.
Si tratta di due modi di servire la Parola di Dio: nella preghiera e nella predicazione. Quello fondamentale è la preghiera, l’altro viene dopo. Spesso siamo tentati di fare il contrario. Anche stamattina ho dedicato più energie a preoccuparmi di ciò che avrei dovuto dire in questa omelia piuttosto che a cercare le parole con cui pregare Dio. Probabilmente, se avessi trascorso più tempo in preghiera, l’omelia avrebbe avuto un carattere diverso, una profondità o un sapore che deriva da qualcosa che ha attinto alla preghiera. Lo capiamo quando ne facciamo esperienza. Sappiamo che la nostra predicazione diventa superficiale, un po’ ritualistica, quando non nasce dalla freschezza della preghiera. E la preghiera viene allora strumentalizzata: la faccio quando sono in difficoltà, quando non trovo le parole giuste, piuttosto che per se stessa.
Dobbiamo quindi dedicare tempo ed energie, in primo luogo, a cercare di trovare le parole con cui pregare. E in secondo luogo, sulla base della nostra preghiera, non dobbiamo preoccuparci di cosa dire o di come dirlo quando si tratta di rivolgerci alle persone. Nella preghiera siamo con la Parola, riflettiamo su di Lui, trascorriamo del tempo con Lui, meditiamo sulle Scritture, cerchiamo di vivere l’intimità di quell’incontro con la Parola di Dio. Avendo familiarizzato con Lui, possiamo muoverci più facilmente nelle vicende del mondo, portandolo con noi nei nostri cuori.
Ma nella preghiera impariamo anche a comprendere un altro enigma che emerge dalle letture di oggi. Perché mai la missione degli apostoli di cui abbiamo sentito parlare ieri, una missione volta a portare la parola di pace e di grazia, un messaggio di compassione e di guarigione, incontra un’opposizione così feroce? Perché l’odio, l’invidia, la persecuzione provocati dalla predicazione di questa buona novella di cui parla Gesù nel Vangelo di oggi?
Trascorrere del tempo con la Parola di Dio nella preghiera ci aiuta a comprendere anche questo. Nella preghiera ci rendiamo conto, innanzitutto in relazione alla nostra vita, che la Parola è davvero come una spada a doppio taglio (Ebrei 4,12). Un tagliente è compassione, misericordia e tenerezza. L’altro tagliente è giustizia, coerenza e verità. Non possiamo accettare l’uno e rifiutare l’altro.
Solo quando avremo familiarizzato con la Parola, e con entrambi i lati della sua lama, potremo affrontare con serenità il compito di portare la Parola al mondo, sapendo che un lato della Parola di Dio sarà accolto con grande favore e l’altro sarà respinto, a volte con violenza. Il nostro compito è lavorare sodo per trovare le parole giuste per la preghiera e confidare in Dio quando si tratta di testimoniare e predicare. Impareremo tutto nella preghiera, ci insegna Santa Caterina da Siena: sia il conforto dell’amore e della grazia di Dio, sia la feroce chiarezza della sua santità e della sua verità.