Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

sabato 26 settembre 2026

Settimana 25 Sabato (Anno 2)

Letture: Qoelet 11,9-12,8; Salmo 90; Luca 9,43b-45

C’è un versetto nel Vangelo di Marco, capitolo 10, versetto 32, che riassume ciò che Luca dice qui, in un brano più lungo. I discepoli erano sbalorditi, e coloro che lo seguivano avevano paura. I discepoli sono coloro che lo seguivano, e coloro che lo seguivano sono i discepoli, ed entrambi sono sbalorditi e spaventati.

C’è un vero e proprio turbinio di emozioni che provano nel cercare di restare con Gesù. Un momento sono pieni di ammirazione, di stupore, di meraviglia per ciò che fa. Un attimo dopo hanno paura, tacciono a causa di ciò che dice.

Trovano le sue opere sorprendenti, trovano le sue parole inquietanti. Ma Gesù dice loro: «Queste parole devono penetrare nelle vostre orecchie», è un’affermazione strana. Un’altra traduzione recita: «Dovete tenerle costantemente a mente».

Gesù ci sta richiamando l’attenzione su qualcosa che conosciamo per esperienza: che esistono diversi livelli di ascolto. Possiamo ascoltare le cose a molti livelli diversi. Fisicamente potremmo sentire ciò che una persona ci sta dicendo, ma nel nostro cuore e nella nostra vita, da qualche parte più in profondità, decidiamo di non voler ascoltare ciò che abbiamo appena sentito.

Non vogliamo far entrare quella verità. Molto spesso scegliamo di non capire. La paura della verità, o delle sue implicazioni, o delle sue esigenze, spesso ci impedisce di chiedere di più, di dire: «Cosa hai appena detto?». C’è altro da aggiungere a ciò che hai appena detto? È la paura della verità, la paura delle conseguenze e delle esigenze della verità, che in molte circostanze ci spinge a far orecchie da mercante, a chiuderci, a disattivare il nostro udito, così che, anche se sentiamo le cose a livello fisico, non le sentiamo nel nostro cuore, né nella nostra mente, né nella nostra vita.

Mi sembra che un segno sicuro del fatto che i discepoli si trovino proprio in questa situazione, in questo passo di Luca, sia presente quando continuiamo a leggere: «Il giorno seguente, tra loro scoppiò una discussione su chi fosse il più grande». È un classico esempio di deviazione dell’energia emotiva e dell’attenzione verso qualcos’altro, avendo deciso che non vogliono ascoltare ciò che Gesù sta dicendo loro, ovvero che il Figlio dell’Uomo deve essere consegnato nelle mani degli uomini. La loro energia si sposta altrove e iniziano a litigare tra loro.

Il nostro cammino di discepolato sarà presumibilmente simile. Oscilleremo tra lo stupore da un lato, la paura dall’altro e poi la confusione, mentre ci ritroveremo incapaci di lasciare che la verità delle parole di Gesù penetri nelle nostre orecchie, rimanga costantemente nella nostra mente e trovi dimora nel nostro cuore. L’amore perfetto scaccia la paura, ci dice la prima lettera di San Giovanni.

L’amore perfetto scaccia la paura, e allora possiamo accogliere la verità. Quando siamo liberi dalla paura, possiamo accogliere la verità e permettere che le sue parole penetrino nelle nostre orecchie, nei nostri cuori e nelle nostre vite. L’amore perfetto ci permette di accettare le conseguenze e le esigenze della verità.

Ma per la maggior parte di noi, questa è una meta ancora da raggiungere, un obiettivo verso il quale cerchiamo di muoverci e preghiamo che un giorno, con la grazia di Dio, ci arriveremo. Cerchiamo di perseverare, crescendo di coraggio man mano che procediamo, permettendo alle parole di Gesù di trovare dimora in noi. Di tanto in tanto è facile rimanere stupiti e meravigliarsi delle sue opere.

È molto più difficile, molto più sconvolgente, molto più impegnativo lasciare che le parole di Gesù penetrino nelle nostre orecchie, trovino la strada verso la nostra mente e il nostro cuore, trovino la strada verso la nostra vita. È solo con l’aiuto della sua grazia che una cosa del genere è possibile, che possiamo crescere in quell’amore perfetto che scaccia la paura e ci permette così di accogliere la verità e di gioirne. E a vivere di quella verità, la verità delle sue parole, che sono venute ad abitare in noi.


venerdì 25 settembre 2026

Settimana 25 Venerdi (Anno 2)

Letture: Qoelet 3,1-11; Salmo 144; Luca 9,18-22

Come spesso accade nel Vangelo di San Luca, Gesù si mette in preghiera prima di prendere una decisione importante o di porre una domanda decisiva. Qui si tratta della ben nota domanda: «Chi dite che io sia?». Poiché essa scaturisce direttamente dal cuore della sua preghiera (in solitudine, con i discepoli), sembra che questo fosse anche il contenuto della sua preghiera. Probabilmente in questo momento molte persone in tutto il mondo stanno facendo proprio questo, pregando Dio riguardo alla propria vocazione: chi sono io? cosa vuoi che io faccia? chi vuoi che io sia?

Nella sua umanità anche Gesù prega su questa domanda. La questione era già emersa nella sua esperienza delle tentazioni (Luca 4): infatti quelle tentazioni possono essere intese come un filo conduttore che attraversa l’intero suo ministero pubblico, domande su chi egli sia e quale sia la sua missione, domande che egli poneva ai suoi discepoli, dopo averle, presumibilmente, poste prima a se stesso e al Padre nella preghiera.

Sembra imbarazzato dalla risposta di Pietro, rimprovera i discepoli e ordina loro di non dirlo a nessuno. «Il Cristo di Dio» è la risposta di Pietro, ma Gesù prosegue parlando del «Figlio dell’uomo che deve soffrire molte cose, essere respinto, ucciso e risorgere». Deve trattarsi del momento giusto, o, per essere più precisi, del momento sbagliato. Qual è il problema? È impegnato a insegnare loro qualcosa di molto delicato, mentre fa proprio l’insegnamento che sta condividendo con loro. Che tipo di Cristo dovrà essere? Quando sarà il momento giusto per parlare in modo più esplicito e pubblico della risposta che sta emergendo? Non ora, a quanto pare, non per il momento.

La saggezza e la prudenza umane si manifestano spesso nel tempismo giusto: cosa fare o dire può essere chiaro, la sfida sta nel trovare il momento giusto, l’insieme giusto di circostanze, in cui dirlo o farlo. Per insegnare la saggezza della croce, la dura e paradossale saggezza del Vangelo, quando è il momento giusto e quando le circostanze sono favorevoli? Potremmo dire mai: insegnare quella saggezza sarà sempre una sfida. Oppure potremmo dire che «la pienezza dei tempi» è il momento giusto per insegnare questa saggezza, un momento kairos nella vita di ogni individuo, un momento di grazia e di comprensione, in cui la conoscenza della croce può essere accolta non solo come ragionevole e intelligibile, ma come desiderabile e infinitamente saggia.

giovedì 24 settembre 2026

Settimana 25 Giovedì (Anno 2)

Letture: Qoelet 1,2-11; Salmo 90; Luca 9,7-9

Al termine di alcune letture della Bibbia può sembrare molto strano dire “Questa è la Parola del Signore / Rendiamo grazie a Dio”. La prima lettura di oggi ne è un esempio: il famoso passo della «vanità delle vanità» all’inizio del Libro dell’Ecclesiaste (Qoelet). Che senso ha tutto questo? Dove stiamo andando? I giorni passano, i mesi e gli anni, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, ci logoriamo senza ottenere nulla in cambio e, tra cento anni, che differenza avrà fatto?

La tradizione monastica cristiana ci ha offerto riflessioni sui sette o otto peccati capitali o vizi principali, tra i quali troviamo l’accidia, una sorta di apatia in cui tutto sembra inutile e privo di senso. Evagrio del Ponto è uno dei maestri monastici che scrive di questi peccati o vizi, che egli chiama «logismoi», ovvero «pensieri». «Logismoi» è il termine greco da lui utilizzato; noi useremmo forse il termine «fantasie». Si riferiscono a quelle cose che si insinuano nella nostra mente, miscele di pensiero e sentimento che distraggono, turbano, offuscano e frammentano. Da diverse direzioni ci privano della serenità e della pace interiore. Con l’accidia, in particolare, perdiamo il senso dello scopo e l’energia; le cose finiscono per sembrarci prive di senso.

Il sole svolge un ruolo importante in tutto questo. L’Ecclesiaste parla della fatica e dello sforzo umani sotto il sole. Il sole sorge e tramonta mentre un giorno segue incessantemente l’altro. C’è forse qualcosa di nuovo sotto il sole? L’accidia era anche chiamata «il diavolo di mezzogiorno», essendo mezzogiorno il momento in cui il sole è al suo apice e più caldo, l’ora del giorno in cui questo problema è più acuto. Ma Evagrio dice che i problemi iniziano alle 10.00 del mattino e proseguono fino alle 14.00! Il monaco guarda fuori dalla finestra, chiedendosi se il sole si stia muovendo affatto. Quando saranno le 15.00? Forse alle 15.00 c’era da mangiare, o una pausa. O forse era semplicemente perché a quell’ora il calore del sole si era ormai attenuato.

Chiunque abbia vissuto un’estate romana avrà un’idea degli effetti del caldo intenso giorno dopo giorno. Si racconta di un cardinale scozzese che sosteneva fosse impossibile commettere un peccato quando a Roma soffiava lo scirocco, il vento caldo proveniente dal Sahara, poiché in tali condizioni nessuno riusciva a pensare lucidamente.

Qual è dunque la soluzione all’accidia? Non è chiaro se i maestri spirituali che ne hanno scritto – Evagrio, Cassiano, Gregorio Magno, Isidoro, Tommaso d’Aquino – abbiano una soluzione facile. Forse è già una buona notizia sapere che questa esperienza umana è riconosciuta e affermata nella Bibbia e nelle tradizioni spirituali cristiane. Qualunque siano le sue radici – fisiche, emotive, intellettuali – sembra essere un’esperienza umana universale e perenne.

Una soluzione è quella di riportarci, ancora e ancora, alla nostra realtà presente e di ricordare a noi stessi che la vita dello Spirito scorre in noi nel “qui e ora”, con queste persone concrete e attraverso queste responsabilità concrete. L’accidia ci dirà che saremmo più felici se le cose fossero diverse (così riorganizziamo i mobili nella stanza), o se sapessimo di più (così compriamo l’ennesimo libro sulla vita spirituale), o se vivessimo con persone diverse (così pensiamo di vivere in un’altra comunità o forse avremmo dovuto sposare una persona diversa), o se vivessimo in un’altra epoca (così fantastichiamo di vivere in altri paesi in altre epoche). Ma la nostra fede è incarnazionale, riguarda il qui e ora, queste persone e queste responsabilità che oggi mi appartengono. Dobbiamo trovare un senso – e un senso più profondo di ogni nostra immaginazione – nelle esperienze che ci appartengono oggi: è questo che la fede ci assicura. A volte «sentiamo» questa rassicurazione, ne abbiamo una percezione viva, ma spesso non è così; in quel caso andiamo avanti, riponendo la nostra fiducia in Colui in cui abbiamo creduto e continuando a servirLo al meglio delle nostre possibilità.

È bene sapere che questa esperienza è riconosciuta e attestata nella Bibbia, nella liturgia della Chiesa e nelle nostre tradizioni spirituali. Tommaso d’Aquino aggiunge una sua riflessione sull’accidia: viene chiamata «il diavolo di mezzogiorno», dice, perché il punto centrale di ogni opera è un momento difficile. È come se ogni impresa umana importante dovesse affrontare un momento di «crisi di mezza età». È troppo tardi per tornare indietro? La fine non è ancora in vista. È stato un errore iniziare, in primo luogo? Come Pietro che cammina sulle acque, dobbiamo tenere gli occhi fissi su Colui che ci chiama, la Meta del nostro cammino. Sia che siamo afflitti dal dubbio o oppressi dall’accidia, continuiamo a guardare a Lui, pioniere e perfezionatore della nostra fede, il sole di giustizia che ci assegna i nostri compiti quotidiani al servizio del suo regno.

mercoledì 23 settembre 2026

Settimana 25 Mercoledì (Anno 2)

Letture: Proverbi 30,5-9; Salmo 119; Luca 9,1-6

Le letture parlano di due diversi tipi di fiducia in Dio. La lettura dai Proverbi chiede a Dio di disporre le circostanze in modo che io non debba affrontare le tentazioni derivanti dall’essere ricco o povero. Se sono ricco potrei dimenticare Dio, se sono povero potrei maledirlo. È un modo di confidare in Dio: credere che Egli sistemerà le cose in modo da proteggermi da tali tentazioni. Se è Lui a occuparsi delle circostanze, io riuscirò a cavarmela, vivrò bene.

L’altro tipo di fiducia emerge chiaramente dalla lettura del Vangelo. Ai Dodici viene «affidata» l’autorità e il potere di insegnare e guarire. Devono essere figli di Dio maturi, responsabili e capaci di prendere iniziative. Non devono più dipendere da Dio affinché Egli disponga per loro circostanze favorevoli. Piuttosto, confidano che Dio conceda loro una parte del Suo Spirito, in modo da poter affrontare adeguatamente qualsiasi circostanza incontrino.

Devono essere collaboratori, partecipando al ministero del Signore di insegnamento, guarigione ed espulsione dei demoni. Non hanno la garanzia di circostanze favorevoli. La loro dipendenza e fiducia in Dio sono più profonde. Sono interiori piuttosto che esteriori, riguardano ciò che stanno diventando nei loro cuori e nelle loro menti piuttosto che le situazioni e le relazioni esterne in cui si trovano.

San Paolo parla molto bene di questo secondo tipo di fiducia nella sua lettera ai Filippesi: «Ho imparato ad essere contento in qualunque situazione mi trovi. So vivere nella povertà e so vivere nell’abbondanza; in ogni circostanza ho imparato il segreto di affrontare l’abbondanza e la fame, la ricchezza e la povertà. Posso fare ogni cosa in Colui che mi dà la forza» (4,11-13).

lunedì 21 settembre 2026

San Matteo - 21 settembre

Letture: Efesini 4,1-7, 11-13; Salmo 18; Matteo 9,9-13

Nel 2021 i Domenicani hanno celebrato gli 800 anni dalla morte di San Domenico, avvenuta il 6 agosto, festa della Trasfigurazione, nell’anno 1221. Il tema scelto per questo anno giubilare è stato «A tavola con san Domenico», tratto dalla primissima raffigurazione di Domenico, detta «tavola di Mascarella», un dipinto su un tavolo da refettorio realizzato pochi anni dopo la canonizzazione di Domenico nel 1234. L’opera raffigura Domenico seduto a tavola con altri quarantotto frati ed è piuttosto unica tra le icone dei santi medievali.

Il dipinto si presta ad alcune utili interpretazioni: Domenico non è rappresentato come un santo esaltato su un piedistallo, ma come un fratello tra i suoi fratelli; l’esperienza di essere «a tavola» con gli altri è un tema ricco di spunti di riflessione, così come lo è la varietà delle tavole alle quali ci sediamo con lui: la tavola della fraternità, della Parola, dello studio, del governo e così via.

Sedersi a tavola con un altro significa avere un rapporto intimo con lui, far parte della sua cerchia, essere invitati a unirsi a lui, alla sua famiglia e ai suoi compagni in amicizia e comunione. È il nostro modo normale di suggellare e celebrare l’amicizia, l’amore e il matrimonio, le alleanze e le riunioni, le conferenze e le trattative: sederci insieme per un pasto.

Da qui la forte reazione dei farisei al fatto che Gesù si sedesse a tavola con pubblicani e peccatori. Egli aveva appena chiamato Matteo, uno di quei pubblicani, a diventare suo discepolo e questi sarebbe poi diventato uno dei quattro evangelisti. Alla fine, Matteo descriverà un altro tipo di transazione e si occuperà di un altro tipo di amministrazione: l’economia della salvezza attuata da Gesù e gli inizi della Chiesa.

Sedersi a tavola con esattori delle tasse e peccatori significa condividere con loro un’intimità. Significa dire al mondo: «Apparteniamo gli uni agli altri», «siamo in relazione», «c’è pace e comunione tra di noi». È questo che sconvolge i farisei. La risposta di Gesù nei loro confronti è ben nota: non sono i sani ad aver bisogno del medico, ma i malati; ciò che il Padre vuole è misericordia, non sacrificio; amore e compassione verso gli esseri umani, qualunque siano le loro circostanze, e non osservanze religiose.

Siamo tutti chiamati a sederci a tavola con Gesù, chiamati all’Eucaristia. È la tavola della Parola di Dio e la tavola alla quale siamo nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo. Tra di noi regnano intimità e pace, comunione in una vita condivisa. Nessuno è degno di questo invito, naturalmente, eppure l’invito è rivolto a tutti.

Paolo parla di questa chiamata nella prima lettura e ci indica la tavola celeste, la tavola della Santissima Trinità, così splendidamente rappresentata nella famosa icona della Trinità di Rublev. La tavola della Santissima Trinità è la nostra destinazione finale. Possiamo leggere la Trinità nelle frasi che Paolo usa: c’è un solo Dio che è sopra ogni cosa, attraverso ogni cosa e in ogni cosa, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che opera per edificare il corpo di Cristo nel mondo, la Chiesa, attraverso i doni che elargisce a coloro che credono in lui.

Siamo già seduti a questa mensa quando partecipiamo all’Eucaristia, il sacrificio del Figlio. Lì Egli dona la propria vita affinché i pubblicani e i peccatori, ma anche i farisei, possano crescere nella conoscenza di Dio e nella somiglianza con Colui che li nutre, l’«uomo perfetto», Cristo. Egli è il Fratello tra fratelli e sorelle, che condivide l’amore del Padre con tutti coloro che si uniscono a Lui alla Sua tavola. Uniamoci a Lui lì oggi e lasciamoci rafforzare nella chiamata che abbiamo ricevuto.

domenica 20 settembre 2026

Settimana 25 Domenica (Anno A)

Letture: Isaia 55,6-9; Salmo 145; Filippesi 1,20-24, 27; Matteo 20,1-16

Mentre l’umanità diventa sempre più avanzata dal punto di vista tecnologico, scientifico, delle comunicazioni e così via, a volte sembra che rimanga moralmente e spiritualmente ferma a uno stadio infantile di sviluppo. Quando osserviamo l’attuale livello del dibattito politico, l’assenza di leader validi, la crescente influenza delle emozioni umane più elementari – avidità, invidia, paura, rivalità – e il modo in cui i leader che abbiamo fanno appello a esse, può sembrare che stiamo vivendo in una sorta di «Il signore delle mosche», solo che con computer, droni e armi nucleari. Abbiamo buoni motivi per essere apprensivi e timorosi – il che alimenta ulteriormente il modo in cui la politica viene condotta al giorno d’oggi.

La reazione istintiva alla parabola odierna – secondo cui chi ha lavorato tutto il giorno dovrebbe ricevere più di chi ha lavorato solo l’ultima ora, oppure che questi ultimi dovrebbero ricevere meno – deriva proprio da quel livello elementare di comprensione e di sentimento. Sentiremo che in questo c’è una sorta di giustizia. La decisione del proprietario terriero di pagare tutti allo stesso modo sembra una concezione dell’uguaglianza troppo semplicistica, troppo univocamente matematica. O forse siamo noi a voler applicare una concezione troppo univocamente matematica: stessa paga per lo stesso lavoro, più paga per più lavoro, meno paga per meno lavoro. In quale altro modo si possono fare le cose in modo equo?

Una difficoltà in questo senso – come sottolinea il proprietario terriero – è che non lascia spazio alla generosità; ma il vantaggio di tale esclusione è che non lascia spazio nemmeno all’invidia e potrebbe quindi scongiurare almeno alcune delle ragioni per cui gli esseri umani sono così violenti. Tutto è chiaro quando si tratta di Xa per X1, Xb per X2, ecc. Il proprietario terriero è forse un capitalista paternalistico, desideroso di mettersi in mostra in qualche modo, di ostentare la propria ricchezza, di seminare divisione, di provocare invidia, di mantenere divisi i lavoratori del mondo?

Come può esserci spazio per la generosità e il dono – per la grazia – laddove un certo tipo di matematica ferrea determina come debba essere intesa l’«uguaglianza»? Come onorare la diversità e allo stesso tempo rispettare l’uguaglianza? Come lasciare spazio alle esigenze della fraternità accanto a quelle dell’uguaglianza?

I bisogni degli esseri umani sono fondamentalmente gli stessi e, sotto aspetti importanti, diversi. Possiamo immaginare che il proprietario del terreno stia applicando il criterio – noto nel cristianesimo primitivo e nelle comunità monastiche – «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni»? Oppure un simile ideale sarà sempre sovvertito dalle emozioni più meschine, specialmente dall’invidia, che lo vedrà sempre come una sorta di ingiustizia, una sorta di discriminazione? E in effetti lo è, a favore del soddisfacimento dei bisogni umani.

Mettendo a confronto la prima lettura di Isaia 55 con la parabola, siamo incoraggiati a interpretarla in questo senso: il proprietario terriero è «Dio», le sue vie e i suoi pensieri non sono le nostre vie e i nostri pensieri. Perché essere invidiosi (arrabbiati, gelosi, risentiti… sessisti, razzisti, ecc.) solo perché Dio è generoso (anche nella sua creatività, spontaneità, libertà, nel suo gioire della differenza, della varietà e della molteplicità, ecc.)?

Il Signore è vicino a tutti coloro che lo invocano, dice il salmo, pronto a farsi trovare. Ma quanto siamo pronti a vivere nel suo regno? Il “primo Adamo” che è in noi è ancora così potente – e lo vediamo nelle passioni infantili che determinano gran parte del comportamento umano – da non permetterci nemmeno di iniziare a comprendere i pensieri e le vie della generosità e della grazia? Di quale nuovo modo di vedere, di quale nuovo modo di pensare abbiamo bisogno per comprendere l’economia di quel regno, il valore di ogni persona, sia che ciò giunga alla nostra attenzione nella luce dell’alba del giorno di quel regno, sia che avvenga alla sera, quando il momento del giudizio si è avvicinato?

lunedì 14 settembre 2026

Beata Vergine Maria Addolorata - 15 settembre

Letture: Ebrei 5.7-9; Salmo 30; Giovanni 19,25-27

Insieme alle letture delle Scritture, la liturgia della Chiesa per oggi propone anche la sequenza, il famoso Stabat mater dolorosa, così splendidamente musicato da molti grandi compositori, più recentemente dal compositore scozzese James Macmillan.

Come può una tale bellezza – pensiamo anche alla versione di Pergolesi dello Stabat mater – essere costruita su fondamenta così poco promettenti? Si tratta di dolore e perdita, tristezza e abbandono. Non sono cose che cerchiamo o che proviamo a provocare. Costituiscono una sofferenza che, nel suo significato letterale, si riferisce a ciò che ci capita, a ciò che ci viene imposto, a ciò che possiamo solo accettare o contestare.

In un'altra opera d'arte potente e bellissima, la lettera scritta da Oscar Wilde dalla prigione intitolata De profundis, egli spiega di essere giunto a considerare la sofferenza come una rivelazione. Le sue parole al riguardo sono davvero straordinarie. I sacerdoti arrivano a descrivere la sofferenza come un mistero. Ma è una rivelazione. Troviamo Oscar Wilde che ripete, inconsciamente a quanto pare, le parole di Simeone, secondo cui attraverso la sofferenza di Gesù e Maria i pensieri segreti di molti vengono svelati. "Nella sofferenza", dice Wilde, "si discernono cose che non si erano mai discernute prima. Ci si avvicina all'intera storia da un punto di vista diverso. Il dolore è l'emozione suprema di cui l'uomo è capace, è semplicemente vero e non indossa alcuna maschera".

"Non c'è verità paragonabile al dolore", continua Oscar Wilde, "ci sono momenti in cui il dolore mi sembra l'unica verità. Altre cose possono essere illusioni degli occhi o dell'appetito, create per accecare gli uni e stuzzicare gli altri, ma è dal dolore che sono stati costruiti i mondi, e alla nascita di un bambino o di una stella c'è dolore». «Il segreto della vita è la sofferenza», conclude.

Il sacerdote che propone la sofferenza come un mistero potrebbe usare le stesse parole - il segreto della vita è la sofferenza - e poi sforzarsi di mostrare come la sofferenza e l'amore vadano di pari passo. Ma l'uomo o la donna sofferenti che hanno assaporato il dolore fino in fondo possono pronunciare queste parole con autorità: l'uomo o la donna sofferenti che hanno avuto questa rivelazione possono dire con autorità: il segreto della vita è la sofferenza.

Ancora Oscar Wilde: "Ora mi sembra che un qualche tipo di amore sia l'unica spiegazione possibile della straordinaria quantità di sofferenza che c'è nel mondo. Non riesco a concepire nessun'altra spiegazione. Sono convinto che non ce ne sia un'altra e che se il mondo è stato davvero... costruito dal dolore, è stato costruito dalle mani dell'amore, perché in nessun altro modo l'anima dell'uomo, per cui il mondo è stato creato, avrebbe potuto raggiungere la piena statura della sua perfezione». In nessun altro modo se non attraverso la sofferenza l'anima dell'uomo, per cui il mondo è stato creato, avrebbe potuto raggiungere la piena statura della sua perfezione. Quindi il dolore deve essere opera dell'amore, e anche Gesù, sebbene fosse Figlio, come leggiamo nella Lettera agli Ebrei, imparò l'obbedienza attraverso la sofferenza e, essendo stato reso perfetto, divenne per tutti coloro che gli obbediscono fonte di salvezza eterna.

Questa omelia è stata in gran parte pronunciata da Oscar Wilde, parlando de profundis, dal profondo del dolore, della sofferenza, della perdita e dell'abbandono. È meglio citarlo piuttosto che ripetere frasi banali e trite sul mistero della sofferenza. Egli parla di ciò che essa gli ha rivelato. E questo si unisce immediatamente al dolore di Maria ai piedi della Croce e al dolore di Gesù nel giardino e sulla Croce.

La nostra celebrazione eucaristica di oggi, in cui meditiamo sul dolore e sulla tristezza di Maria, potrebbe essere seguita, più tardi, dall'ascolto dello Stabat mater di Pergolesi o di Macmillan, o dalla lettura del De profundis di Oscar Wilde, e così facendo pregando Dio per tutti coloro che oggi sono chiamati a realizzare la rivelazione che si nasconde nella sofferenza.