Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

lunedì 2 novembre 2026

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI - 2 NOVEMBRE

 MORTE E RESURREZIONE

Oggigiorno c'è la tendenza a sentimentalizzare la morte, ad agire e parlare come se non fosse una cosa grave, ma solo un “passaggio” o un ‘trasloco’, un trasferimento nella “stanza accanto” o un facile trasferimento in “un posto migliore”. Spesso si ride molto, specialmente ai funerali irlandesi, scherzando su ciò che il defunto potrebbe fare o pensare, ad esempio bere una pinta di Guinness o guardare la Cheltenham Gold Cup.

Tutto questo è un modo per confortarsi a vicenda nei momenti difficili. Ma potrebbe anche essere un modo per negare la piena realtà di ciò che è accaduto. I film popolari a volte lo fanno mostrando lo “spirito” di una persona che aleggia sui luoghi in cui ha vissuto e ci racconta la storia dei giorni e delle settimane che hanno preceduto la sua “dipartita”. Come se non fosse davvero morta.

Alcuni potrebbero pensare che sia una cosa cristiana pensare alla morte in questi termini, parlare della morte come se non fosse una cosa importante. Non è forse una delle credenze principali del cristianesimo, la nostra fede in una “vita dopo la morte”? Non è forse il punto culminante del conforto che la religione dovrebbe offrire, questa fiducia in ciò che accade dopo la morte?

In un certo senso la morte è la fine naturale della vita dell'animale umano e può essere, molto spesso, una liberazione felice. Ma in un altro senso la morte è un'esperienza innaturale perché siamo creature spirituali che già percepiscono qualcosa dell'eternità in noi stessi. Le nostre esperienze di conoscenza e amore hanno qualcosa di eterno, come hanno spesso osservato e raccontato filosofi e poeti. La morte è un insulto a qualcosa che percepiamo in noi stessi, un affronto e uno scandalo.

E molte persone non riescono ad accettare la leggerezza, il falso conforto, perché trovano insopportabilmente triste l'assenza di qualcuno che hanno amato. C'è una terribile intensità nel ricordarli, nel rendersi conto che non sono più al loro posto abituale. Gli uomini e le donne vedovi, i bambini orfani, i genitori in lutto, spesso devono sopportare in privato il dolore intenso di sentire che una parte del proprio corpo è stata loro portata via, che si è aperto un vuoto che non potrà mai più essere colmato, che è stata inflitta una ferita per la quale non c'è guarigione. Non vogliono continuare a parlarne... e la gente si chiede perché non riescono a superarlo.

La fede nella resurrezione del corpo è un'affermazione che riguarda Dio più che noi stessi o le fasi dell'esistenza umana. Questo perché la fede, come la intendono i cristiani, ha sempre Dio come suo oggetto diretto. Questo è uno dei motivi per cui la si definisce una virtù teologale. Significa che tutto ciò che rientra nell'ambito della fede lo fa solo perché ha qualcosa a che fare con Dio, ci insegna qualcosa su Dio.

La fede nella resurrezione del corpo è un aspetto della fede in Dio Spirito Santo, che nel Credo chiamiamo “il Signore, datore di vita”. Il termine latino è bellissimo: lo Spirito è vivificantem, il vivificatore. Il Dio in cui crediamo è il Creatore e Signore di tutte le cose, Dio dei vivi e non dei morti. Il Dio in cui crediamo vuole la vita, non la morte. Dio fa fiorire il deserto e il grembo sterile porta frutto.

Il Dio in cui crediamo è il Padre che ha risuscitato suo Figlio Gesù dai morti e lo ha esaltato nello Spirito alla sua destra. Il Padre ha permesso al suo unico Figlio di entrare nel regno dei morti, di dimorare tra i morti e di risorgere da lì. “Ero morto”, dice Cristo, “ma ora vivrò per sempre, e ho le chiavi della morte e dell'inferno”.

La nostra fede e la nostra speranza riguardano Dio, com'è Dio, dove Dio si trova nell'esperienza umana, chi Dio ha promesso di essere per il suo popolo. Per coloro che credono in Dio, il terribile viaggio verso la perdita, il declino e la morte è un viaggio che Gesù ha compiuto prima di noi, un viaggio che compiamo insieme a Gesù, un viaggio dal quale tutti coloro che appartengono a Gesù saranno risuscitati, come lui, per la potenza di Dio.

La nostra fede non è in una «vita dopo la morte», ma piuttosto nella «vita futura», «la vita del mondo a venire», come diciamo nel Credo. Non è solo una continuazione di ciò che viviamo ora, ma piuttosto una nuova vita che possiamo già intravedere di tanto in tanto, in particolare nelle nostre esperienze d'amore, ma di cui non possiamo immaginare la piena realtà.

Piuttosto che trasformare la morte in “niente di grave”, la fede cristiana nella risurrezione del corpo ci permette di affrontare la morte in tutta la sua realtà e tristezza. Piuttosto che fingere che la morte non sia terribile e triste, la speranza cristiana nella risurrezione del corpo guarda quell'orrore e quella tristezza dritto negli occhi. La nostra fede e la nostra speranza è che Dio, che è con noi nella morte, ci salvi dal regno dei morti per condurci alla sua vita eterna.

Credere nella resurrezione del corpo, quindi, significa credere in qualcosa riguardo a Dio. Significa affermare che Dio è il Dio della vita. Significa anche dire qualcosa sulla portata della nostra speranza. Fondata sul potere di Dio e su ciò che Dio ha già fatto risuscitando Gesù dalla morte, la nostra speranza si estende “dai confini della terra ai confini del cielo”.

domenica 1 novembre 2026

TUTTI I SANTI - 1 NOVEMBRE

Letture: Apocalisse 7,2-4.9-14; Salmo 24; 1 Giovanni 3,1-3; Matteo 5,1-12

Le persone sono ancora turbate dai cambiamenti che caratterizzano l'anno: il passaggio dall'inverno alla primavera, il nuovo anno, la metà dell'estate, la metà dell'inverno. Quando le stagioni cambiano, non solo dobbiamo aspettarci raffreddori e piccoli disturbi, ma anche altre incertezze. Che dire dell'oscurità, delle tempeste e della neve? Siamo preparati per il tempo che verrà? Molte usanze sopravvivono per segnare il passaggio di questi intervalli e la negoziazione di queste incertezze. Gli intervalli devono essere colmati, i ponti attraversati, una parte dell'anno collegata alla successiva, forse gli spiriti devono essere placati. Di fronte a tali momenti di paura e minaccia, le persone spesso reagiscono facendo molto rumore, accendendo fuochi e travestendosi, imitando gli spiriti per spaventarli prima che possano spaventare noi.

Halloween ci porta dall'autunno all'inverno e continua a raccogliere molti rituali di questo tipo. Il fatto che nell'emisfero settentrionale stiamo passando dalla luce all'oscurità rende questa transizione più spaventosa della maggior parte delle altre. Nel calendario cristiano celebriamo Ognissanti e il Giorno dei Morti nei primi due giorni di novembre. I santi sono gli uomini e le donne che stanno nelle lacune dell'anno, che riempiono i vuoti, costruiscono ponti, mantengono le cose in movimento. Quando ero novizio, ricordo che un priore ringraziò un fratello in partenza per aver "riempito un vuoto". Sembra che non ci fosse molto da dire sulla sua predicazione o sulle altre cose in cui era coinvolto, il suo grande contributo era stato quello di riempire un vuoto. All'epoca non mi sembrò granché e mi fece persino sorridere, dato che il fratello in partenza era piuttosto corpulento. Ma forse colmare un vuoto è un ruolo più profondo e importante di quanto sembri a prima vista.

Cristo è colui che colma il vuoto più minaccioso. Come un nuovo Mosè, egli sta nella breccia (Sal 106,23; Am 7,7) che allontana gli esseri umani in modo più fondamentale da Dio. Egli è il giusto che sta nella breccia a favore del popolo (Ez 22,30; 13,5), il mediatore che negozia a loro nome, colui che protegge le mura della città. Crocifisso su una collina appena fuori dalle mura della città, il suo corpo punta in tutte le direzioni. È il punto fermo del mondo che gira, la pietra scartata che è diventata la pietra angolare, colui che entra nell'oscurità più profonda del grande divario della morte e fa risplendere la luce in quel luogo. Egli sta alla porta, eroe crocifisso, salvatore del suo popolo, riparatore della breccia.

Nella festa di Ognissanti celebriamo tutte quelle persone, specialmente quelle che non sono diventate famose, che hanno colmato le brecce con l'amore di Cristo. Tutti conosciamo due, cinque o otto persone di questo tipo, forse sconosciute a tutti i nostri amici. Quindi sono già molte le persone buone che, in modi piccoli, ordinari, ma molto importanti, hanno fatto questo: aiutando i poveri, insegnando agli ignoranti, confortando gli afflitti, aiutando i peccatori a riconciliarsi, incoraggiando gli abbattuti, perdonando le offese, visitando i malati e i carcerati, e così via. Sono tutte lacune significative che vengono colmate dall'amicizia e dall'amore. I santi sono coloro che portano speranza dove c'è disperazione, luce dove c'è oscurità, perdono dove c'è offesa e amore dove c'è odio.

I santi sono coloro che sono segnati dal segno della croce, il segno dell'uomo giusto che sta nella breccia. Sono i poveri di spirito e i puri di cuore, affamati e assetati di giustizia. Piangono con chi piange e gioiscono con chi gioisce, mostrano misericordia e fanno pace. In questo senso, non c'è niente di meglio che possiamo dire di coloro che ci hanno preceduto: le persone buone e sante che abbiamo conosciuto hanno colmato le lacune, riempiendole di fede, speranza e amore.

sabato 31 ottobre 2026

Settimana 30 Sabato (Anno 2)

Letture: Filippesi 1,18b-26; Salmo 41/42; Luca 14,1,7-11

L’insegnamento di Gesù non è semplicemente una regola di galateo sociale come quelle che si trovano in alcuni testi della letteratura sapienziale: meglio occupare un posto più umile con la possibilità di essere promossi piuttosto che occupare un posto più alto con la possibilità di essere retrocessi (e l’imbarazzo che ne deriverebbe). Quando parla di un «banchetto nuziale», si riferisce sempre al banchetto nuziale del regno che sta per venire. Chi ha diritto di partecipare? Su cosa si basa tale diritto? Da dove proviene l’invito? E come vanno classificate le persone al banchetto nuziale del regno? C’è qualcuno più importante di qualcun altro? Sembra che la risposta sia «no»

Le persone si osservano attentamente a vicenda. Questo accade ai banchetti nuziali. Gli occhi di tutti sono attenti agli altri, per riconoscere vecchi amici e familiari, ma anche per capire chi è più «alla moda», per vedere quali sono le tendenze e lo stile: è già un grande privilegio essere stati invitati, eppure ci chiediamo se altri non siano in qualche modo preferiti a noi. Chi non pensa al proprio posto quando vede come sono disposti i posti a sedere?

Qui, però, dobbiamo guardare innanzitutto al padrone di casa. Di che tipo o carattere è il padrone di casa? E chi è probabile che sia il più importante nel suo regno? Nelle parabole di Gesù, il padrone di casa è spesso il Padre Celeste, che è sempre misericordioso e generoso, benevolo verso gli ingrati e i malvagi. San Paolo ne parla spesso, sulla base della sua esperienza personale, e lo fa anche oggi nella prima lettura. Egli è aperto a qualunque cosa lo Spirito di Dio voglia fare di lui: partire per stare con Cristo o rimanere e continuare a servire Cristo nel prossimo. 

Le letture di oggi parlano quindi di umiltà e di grazia. La persona umile non si confronta con gli altri commensali né tantomeno con un’idea che ha di sé stessa. La persona umile si confronta solo con Cristo, riconoscendo così la propria grandezza e la propria nullità. Questo è, ancora una volta, ciò che fa Paolo, concentrandosi esclusivamente su Cristo e incoraggiando i suoi lettori a vantarsi solo di Cristo e di ciò che Egli sta compiendo in loro.

L’invito al banchetto celeste è una questione di grazia, non di diritto. Se riesci a vivere con un’umiltà e una generosità paragonabili a quelle di Cristo, stai già vivendo la vita della risurrezione. Coloro che vivono con umiltà e in vera carità sono già ospiti al banchetto, sono già cittadini del regno dei cieli.

martedì 27 ottobre 2026

Settinana 30 Martedì (Anno 2)

Letture: Efesini 5,21-33; Salmo 128; Luca 13,18-21

Le letture di oggi ci propongono tre parabole sulla vita familiare. È ovvio che Gesù sia più saggio di Paolo e forse lo vediamo in modo concreto proprio nel fatto che le sue parabole sono così semplici, mentre Paolo cerca di spiegare in dettaglio l’analogia basata sul matrimonio. Così facendo, lascia molti margini all’incertezza.

Le due parabole di Gesù non potrebbero essere più brevi. A cosa può essere paragonato il regno di Dio? È come un granello di senape che un uomo semina: cresce fino a diventare un grande arbusto, e gli uccelli vengono a farvi il nido. È come il lievito che una donna aggiunge a tre misure di farina e alla fine tutto lievita. Tutto qui. Nessuna allegoria, nessun commento: pensate a una di queste due situazioni e meditate su come il regno di Dio le assomigli. Sono ricche e meravigliose.

Paolo offre una spiegazione molto più completa dei modi in cui il rapporto tra Cristo e la Chiesa può essere paragonato al matrimonio. Anche la sua intenzione è quella di mantenerci concentrati sul mistero di Cristo e della Chiesa, il mistero del regno di Dio. L’analogia che propone ha una lunga storia biblica. Dio è lo sposo di Israele e lei è la sua sposa. Gesù parla di sé stesso come dello sposo, invitando i suoi discepoli a continuare a utilizzare l’analogia, ora per parlare del rapporto tra Cristo e il suo corpo, la Chiesa.

Ma ci sono elementi che ostacolano la nostra serena meditazione su questo brano. Nel corso dei secoli è stato utilizzato per sostenere la discriminazione contro le donne. In alcuni luoghi è ormai considerato inadatto alle celebrazioni nuziali. Mentre ascoltiamo questa lettura, le discussioni sociali e politiche sull’uguaglianza dei sessi e sui ruoli di uomini e donne si insinuano nella nostra mente e ci distraggono dal suo significato principale. Ecco un’altra parabola domestica, un’analogia, che ci insegna cose importanti sul regno di Dio. Ma il suo uso nel corso dei secoli, e alcune delle sue espressioni, la rendono un ostacolo.

Si potrebbero elencare i punti che si oppongono a un’interpretazione discriminatoria di questo «mistero profondo»: siate sottomessi gli uni agli altri (è una sottomissione reciproca, non unilaterale), per rispetto verso Cristo (il fulcro è Cristo), amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei (questa è la controparte dell’obbedienza della moglie, che rappresenta la nostra obbedienza a Cristo), il marito ama la moglie come il proprio corpo (l’unione è la più intima possibile), nutrendola e curandola come Cristo nutre e cura la Chiesa (il mistero è l’amore di Cristo per la Chiesa).

La semina del granello di senape e l’aggiunta del lievito sono temi ricchi per meditare sul mistero del Regno, ma nessuno dei due è diventato un sacramento della Chiesa. Il matrimonio, invece, realtà domestica fondamentale, è un sacramento della Chiesa; per certi versi è il sacramento paradigmatico, poiché tutti i sacramenti stabiliscono, esprimono e celebrano il rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa, l’alleanza di vita e di amore che lega il credente a Cristo nella Chiesa.

Pur riconoscendo le difficoltà che questo testo ci pone, dobbiamo tuttavia continuare ad ascoltarlo e a meditare sul suo insegnamento, per cercare di intravedere il mistero. Non riesco mai ad ascoltarlo senza pensare all’antica cerimonia anglicana del matrimonio, durante la quale la donna diceva all’uomo – ma non lui a lei – che gli avrebbe obbedito. Che cosa scioccante, potremmo dire oggi. Ma l’uomo diceva alla donna – e non lei a lui – che l’avrebbe adorata. È forse ancora più scioccante?

martedì 20 ottobre 2026

Settimana 29 martedi (Anno 2)

Letture: Efesini 2.12-22; Salmo 84; Luca 12.35-38

LA LETTERA AGLI EFESINI

Oprah Winfrey ha affermato che il libro più importante della sua vita è la Lettera agli Efesini. Gli studiosi della Bibbia ci dicono che la Lettera agli Efesini può essere descritta più accuratamente come opera della “scuola di Paolo” piuttosto che come un testo scritto direttamente dalla penna di San Paolo stesso. Né sembra una lettera nel senso comune del termine. La sua prima metà (capitoli 1-3) è una maestosa preghiera e la seconda metà (capitoli 4-6) un’omelia o un’esortazione a una vita degna. Inizia con un breve saluto e termina con un breve congedo, come se qualcuno, nell’inviare la preghiera e l’omelia, aggiungesse una breve nota di accompagnamento. Nel mezzo si trova una meravigliosa sintesi della «dottrina e della vita» cristiana.

La prima metà della Lettera agli Efesini è uno dei più grandi testi biblici sul tema della «grazia». Viene letta durante la Messa da giovedì scorso fino a giovedì di questa settimana. La grazia è l’amore benevolo di Dio rivolto all’umanità, la generosità e il perdono di Dio, l’iniziativa di Dio nel creare e ricreare. Questo amore benevolo è una benedizione per noi che lo riceviamo, ma è anche un motivo per cui, a nostra volta, benediciamo Dio. Infatti, la grazia di Dio è essa stessa la fonte della nostra capacità di rendere grazie a Dio in modo consono.

La grazia di Dio non è solo un sentimento o un pensiero in Dio: è qualcosa di potente ed efficace, un mistero nascosto in Dio da tutta l’eternità ma rivelato storicamente nell’elezione del popolo di Dio, nella venuta di Gesù Cristo e nella fondazione della Chiesa nella risurrezione e nell’esaltazione di Gesù.

La Lettera agli Efesini ha molto da dire sulla «famiglia di Dio», la comunità della Chiesa, dove la varietà dei doni assicura che i bisogni della comunità siano soddisfatti e l’unità di «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» fa sì che questa varietà sia tenuta insieme in armonia. La Chiesa è il luogo in cui ebrei e gentili, riconciliati attraverso la morte di Cristo, condividono una nuova vita di fede, integrità e santità.

Nessuno è estraneo o estraneo a questo mistero. Ciascuno di noi è partecipe della grazia di Dio. Ciascuno di noi è chiamato a essere un «servitore del Vangelo», «imitando Dio» amando come Egli ci ha amati e offrendo noi stessi come un’offerta profumata.

Nella seconda parte, letta durante la Messa da questo venerdì fino al giovedì della prossima settimana, la Lettera agli Efesini ci esorta a vivere una vita degna di ciò che abbiamo ricevuto, una traduzione in termini cristiani del «sii fedele a te stesso» di Shakespeare.

La motivazione per una vita retta è che siamo fedeli a ciò che siamo ora, che «camminiamo» in accordo con la nostra nuova vita, che cresciamo verso la pienezza di Dio e di Cristo di cui già partecipiamo. Il nostro io più vecchio ed esteriore muore mentre il nostro io più nuovo e interiore si costruisce attraverso la fede, la speranza e l’amore. Per la Lettera agli Efesini, vivere in modo degno significa onestà e integrità nel parlare, nei rapporti sessuali, nella vita familiare e lavorativa. Il linguaggio della Lettera agli Efesini è segnato dalle circostanze sociali del suo tempo, ma i valori chiave rimangono attuali e stimolanti, non da ultimo il fatto di porre il matrimonio umano al centro del mistero cristiano.

A prima vista, la Lettera agli Efesini potrebbe sembrare proprio il tipo di testo di cui non abbiamo bisogno: «Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti», per esempio. Ma dice molto di più: «Sottomettetevi gli uni agli altri» o «Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ama la Chiesa e dà la sua vita per lei», per esempio.

La Lettera agli Efesini si inserisce in una lunga tradizione biblica in cui il rapporto tra Dio e il suo popolo viene paragonato al matrimonio, che è quindi un’istanza simbolica o «sacramentale» dell’amore reciproco tra Dio e il suo popolo. Il fulcro della Lettera agli Efesini è l’intimità della coppia sposata e il modo in cui questa esperienza umana unica possa aiutarci a comprendere quanto Cristo sia vicino alla Chiesa, che è il suo corpo.

A prima vista potremmo reagire al linguaggio della Lettera agli Efesini riguardo alla vita coniugale. Riflettendo nuovamente su questo testo, potremmo chiederci cosa significhi per un uomo rendere santa una donna amandola o per una donna rendere santo un uomo amandolo.

Entrambe le parti della Lettera agli Efesini parlano di potere e della vocazione cristiana. L’amore di Dio è potente nel risuscitare Gesù dai morti ed esaltarlo al di sopra di ogni altra potenza come capo della Chiesa. Gli esseri umani sono coinvolti nello stesso mistero e sono chiamati a viverlo rinunciando ai vecchi modi di relazionarsi. Camminare in modo degno della nostra nuova vita è possibile solo se indossiamo «l’armatura di Dio»: verità, integrità, fede. La nostra unica forza è «nel Signore», che ci ha resi membri della Sua famiglia e la cui grazia continua a plasmarci come «opera d’arte di Dio».

lunedì 19 ottobre 2026

Settimana 29 Lunedi (Anno 2)

Letture: Efesini 2:1-10; Salmo 100; Luca 12:13-21

Ci sono insegnamenti sui pericoli della ricchezza che sono comuni a Matteo, Marco e Luca. Non si può servire sia Dio che Mammona, per esempio. Anche l'immagine del cammello che cerca di passare per la cruna di un ago si ritrova in tutti e tre i vangeli: è più facile per lui farlo che per un ricco entrare nel regno dei cieli.

Ma la parabola di oggi si trova solo nel vangelo di Luca. Oltre alla sua sensibilità e compassione, anzi proprio per questo, Luca pone un'enfasi particolare sui pericoli della ricchezza. Non qualifica la beatitudine dei poveri come fa Matteo, aggiungendo la frase “in spirito” - felici voi poveri è la versione di Luca, ed è lui che aggiunge i guai, iniziando con “guai a voi che siete ricchi”. Gesù non dice “guai a voi che siete indebitamente attaccati ai vostri beni”, né “guai a voi che non condividete ciò che avete con gli altri”. Il solo fatto di avere delle cose è di per sé problematico.

Nessuno di voi può essere mio discepolo se non rinuncia a tutti i suoi averi”, leggiamo in Luca 14. E Luca 16 è tutto un monito. E Luca 16 è tutto incentrato su questo avvertimento contro le ricchezze. Vi troviamo l'amministratore astuto, l'uomo ricco e Lazzaro, i farisei descritti come “amanti del denaro” e uno strano incoraggiamento ai discepoli a usare il denaro, “quella cosa contaminata”, per il servizio del regno.

In Luca troviamo l'insegnamento di Gesù sulle ricchezze nella sua forma più radicale. Questo insegnamento è qui reso fisico, potremmo dire. Non si tratta di una questione di atteggiamento nei confronti dei nostri beni, ma di un problema che deriva dall'avere dei beni. L'avvertimento è che gli esseri umani iniziano inevitabilmente a trovare un significato, una sicurezza e un senso di identità nei loro beni. Invece di usarli, essi diventano in qualche modo noi e noi diventiamo loro. Accumuliamo tesori di vario tipo (non solo il denaro) per garantire la nostra vita, per darle un significato e per affermare un senso di identità: essere qualcuno. Se è grazie a ciò che abbiamo che diventiamo qualcuno, allora abbiamo perso noi stessi.

Gesù ci ricorda nella lettura del Vangelo di oggi che “la vita non è fatta di beni”. Comportarsi come se lo fosse significa perdere la propria vita. Essere veramente “ricchi” significa ricevere il dono del Regno e praticare la generosità che ne è il cuore: lasciare che i nostri beni fluiscano attraverso di noi, potremmo dire, senza considerarli come propri. È un altro modo per dire che dobbiamo diventare come Gesù che, pur essendo ricco, si è fatto povero, affinché noi poveri diventassimo ricchi.

domenica 18 ottobre 2026

Settimana 29 domenica (Anno A)

Letture: Isaia 45,1; 46; Salmo 96; 1 Tessalonicesi 1,1-5b; Matteo 22,15-21

Partendo da un’adulazione (ciò che gli irlandesi riconosceranno immediatamente come “plámás”), i farisei e gli erodiani interrogano Gesù sul pagamento delle tasse a Cesare. Se dice «pagate», si mette nei guai in un modo; se dice «non pagate», si mette nei guai in un altro modo. Invece, come al solito, gli toglie il terreno da sotto i piedi e cambia completamente il fondamento della domanda. Di chi è l’immagine sulla moneta da pagare? Di Cesare. Allora date a Cesare ciò che è suo. E date a Dio ciò che è suo.

A volte questo è stato interpretato nel senso che la vita e gli affari umani possano essere divisi tra un regno che appartiene a Cesare (lo Stato, le questioni politiche) e un regno che appartiene a Dio (la Chiesa, la religione). Ma c’è qualcosa di sbagliato nell’idea che possa esistere un ambito della vita umana che non appartenga a Dio. E Gesù conferma il nostro sospetto con ciò che dice. Non esplicitamente, ma in modo molto chiaro.

Se tutto ciò che porta l’immagine di Cesare appartiene a Cesare, allora tutto ciò che porta l’immagine di Dio appartiene a Dio. Che cosa c’è che porta l’immagine di Dio? Se l’immagine di Cesare si trova sulle monete, dove si trova l’immagine di Dio? Sappiamo dalla Bibbia che è l’essere umano a portare l’immagine di Dio. Quindi è l’essere umano che appartiene a Dio. E questo non può significare solo alcune parti, aspetti o attività dell’essere umano, ma deve significare l’essere umano nella sua interezza, in tutte le sue attività e relazioni, in tutti i suoi progetti e impegni. Deve significare anche ogni singolo essere umano, poiché non viene fatta alcuna distinzione: ognuno è creato a immagine e somiglianza di Dio.

È una risposta di estrema arguzia. Pur sembrando dividere le questioni umane tra due padroni, Gesù fa esattamente il contrario: relativizza la nostra fedeltà a «Cesare» pur riconoscendola, rendendo abbondantemente chiaro che tale fedeltà è sempre inserita in una fedeltà più profonda, più onnicomprensiva e trascendente, quella che è riservata solo a Dio. Date a Dio ciò che è di Dio: in altre parole, tutto.