Letture: 1 Corinzi 10,14-22; Salmo 115; Luca 6,43-49
È chiaramente un criterio saggio, proveniente da Cristo stesso, quello secondo cui è dai frutti che si riconoscono il carattere e la qualità di un albero. Quando si tratta di discernere affermazioni e attività spirituali e religiose, è uno dei criteri più pratici e utili che possiamo utilizzare. L’unica difficoltà è che opera post factum. In altre parole, dobbiamo aspettare e osservare come agiscono le persone per poter giudicare il significato delle loro parole e il carattere e la qualità dei loro cuori.
Nel frattempo, mentre aspettiamo di osservare e discernere, potrebbero essere stati causati molti danni. È stato così nei casi di abuso: finché le azioni di una persona non vengono alla luce, gli autori degli abusi possono continuare a produrre frutti cattivi, avvelenando la vita delle persone, a volte di molte altre persone. Una volta che le loro azioni vengono alla luce, allora è possibile intervenire e impedire loro di causare ulteriori danni.
A volte, però, la reputazione di santità o di ortodossia dottrinale di cui godono alcune persone – o altri criteri che potremmo utilizzare – confonde le situazioni e impedisce alle persone di credere che ciò che sentono dire sul loro comportamento possa essere vero. Alcune situazioni, specialmente quelle che vengono definite «abusi spirituali», sorgono quando i leader o i maestri sono considerati, da loro stessi o dai loro seguaci, come delle figure simili a guru e al di sopra delle normali regole morali. Ciò può riguardare la sessualità, l’autorità o i beni materiali: le tre aree della vita a cui si riferiscono i voti religiosi.
Gesù cambia l’immagine degli alberi che portano frutto in quella di edifici costruiti sulla roccia. Questo sembra affidabile fin dall’inizio: se sappiamo che le fondamenta della vita spirituale e morale di una persona sono vere e buone, possiamo essere certi che le sue parole saranno coerenti e le sue azioni degne di fiducia.
Ma i rischi della vita permangono e le incertezze continueranno a sorgere. Paolo, nella prima lettura, affronta proprio una simile ambiguità nella Chiesa primitiva. Se gli idoli non sono nulla, ha importanza se ho a che fare con il loro «culto» o meno? Una versione contemporanea della domanda è questa: se pratico esercizi di yoga, sto adorando un falso dio? La maggior parte delle persone direbbe: «Non essere assurdo, certo che no». Ma alcuni cristiani, e forse anche altri, si preoccupano e credono che tale culto sia implicito nella pratica dello yoga, che lo si pensi o meno.
Come dobbiamo rispondere? Se un insegnante di yoga si comporta in modo immorale con i propri allievi, è un’altra cosa e la situazione è chiara. Se la pratica è finalizzata alla salute fisica e mentale, qual è il problema, anche se in alcune parti del mondo lo yoga continua a essere utilizzato nei riti religiosi?
La sfida che ci viene lanciata dalle letture di oggi è quella di garantire la coerenza tra cuore, labbra e mani, tra pensieri, parole e azioni. Il punto di partenza è chiaramente rappresentato dai pensieri: cercare di avere la mente di Cristo, conoscere il tesoro a cui è rivolto il nostro cuore, costruire la nostra casa su quel desiderio. Se parliamo e agiamo in modo coerente con quel fondamento nei nostri cuori e nelle nostre menti, allora siamo, per grazia di Dio, alberi buoni che producono frutti buoni.