Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

giovedì 9 luglio 2026

Settimana 14 Venerdi (Anno 2)

Letture: Osea 14,2-10; Sal 50/51; Matteo 10,16-23

Il fatto che queste due letture ci vengano proposte insieme pone un enigma. Osea ci esorta a preparare le parole da dire e a tornare al Signore. Nella lettura del Vangelo, invece, Gesù ci dice di non preoccuparci di come o cosa dovremmo dire. Ovviamente i contesti sono diversi. Credo che possiamo riflettere proficuamente su questo enigma riprendendo quel famoso detto su san Domenico, secondo cui egli trascorreva il suo tempo parlando o a Dio o di Dio.

Si tratta di due modi di servire la Parola di Dio: nella preghiera e nella predicazione. Quello fondamentale è la preghiera, l’altro viene dopo. Spesso siamo tentati di fare il contrario. Anche stamattina ho dedicato più energie a preoccuparmi di ciò che avrei dovuto dire in questa omelia piuttosto che a cercare le parole con cui pregare Dio. Probabilmente, se avessi trascorso più tempo in preghiera, l’omelia avrebbe avuto un carattere diverso, una profondità o un sapore che deriva da qualcosa che ha attinto alla preghiera. Lo capiamo quando ne facciamo esperienza. Sappiamo che la nostra predicazione diventa superficiale, un po’ ritualistica, quando non nasce dalla freschezza della preghiera. E la preghiera viene allora strumentalizzata: la faccio quando sono in difficoltà, quando non trovo le parole giuste, piuttosto che per se stessa.

Dobbiamo quindi dedicare tempo ed energie, in primo luogo, a cercare di trovare le parole con cui pregare. E in secondo luogo, sulla base della nostra preghiera, non dobbiamo preoccuparci di cosa dire o di come dirlo quando si tratta di rivolgerci alle persone. Nella preghiera siamo con la Parola, riflettiamo su di Lui, trascorriamo del tempo con Lui, meditiamo sulle Scritture, cerchiamo di vivere l’intimità di quell’incontro con la Parola di Dio. Avendo familiarizzato con Lui, possiamo muoverci più facilmente nelle vicende del mondo, portandolo con noi nei nostri cuori.

Ma nella preghiera impariamo anche a comprendere un altro enigma che emerge dalle letture di oggi. Perché mai la missione degli apostoli di cui abbiamo sentito parlare ieri, una missione volta a portare la parola di pace e di grazia, un messaggio di compassione e di guarigione, incontra un’opposizione così feroce? Perché l’odio, l’invidia, la persecuzione provocati dalla predicazione di questa buona novella di cui parla Gesù nel Vangelo di oggi?

Trascorrere del tempo con la Parola di Dio nella preghiera ci aiuta a comprendere anche questo. Nella preghiera ci rendiamo conto, innanzitutto in relazione alla nostra vita, che la Parola è davvero come una spada a doppio taglio (Ebrei 4,12). Un tagliente è compassione, misericordia e tenerezza. L’altro tagliente è giustizia, coerenza e verità. Non possiamo accettare l’uno e rifiutare l’altro.

Solo quando avremo familiarizzato con la Parola, e con entrambi i lati della sua lama, potremo affrontare con serenità il compito di portare la Parola al mondo, sapendo che un lato della Parola di Dio sarà accolto con grande favore e l’altro sarà respinto, a volte con violenza. Il nostro compito è lavorare sodo per trovare le parole giuste per la preghiera e confidare in Dio quando si tratta di testimoniare e predicare. Impareremo tutto nella preghiera, ci insegna Santa Caterina da Siena: sia il conforto dell’amore e della grazia di Dio, sia la feroce chiarezza della sua santità e della sua verità.

mercoledì 8 luglio 2026

Settimana 14 Giovedi (Anno 2)

Letture: Osea 11,1-4, 8e-9; Salmo 80; Matteo 10,7-15

C'è qualcosa di originale nell'insegnamento di Gesù? La domanda nasce dalle letture di oggi. Per tutta questa settimana abbiamo letto il profeta Osea, profeta dell'hesed divino. Al centro della profezia c'è una celebrazione della grazia, della misericordia, della compassione e della tenerezza di Dio. Dio ama il suo popolo, vuole essere amato da esso e desidera che i suoi figli condividano lo stesso amore tra loro. La lettura di oggi presenta quella che è forse l’immagine più tenera di Dio nella Bibbia: come un padre che insegna al proprio bambino a camminare, Dio si china per sostenere Israele, guidandolo e proteggendolo con le redini dell’amore. L’immagine richiama l’imbracatura usata talvolta per sostenere i bambini mentre imparano a camminare: ecco quanto Dio sia premuroso con Israele, quanto sia delicato e tenero.

La lettura del Vangelo contiene le istruzioni su ciò che gli apostoli devono lasciare da parte quando partono per la loro missione. Questo elenco di istruzioni si trova anche nel Talmud, una raccolta di tradizioni ebraiche. Entrando nel Tempio, l’uomo ebreo doveva lasciare da parte la cintura e le scarpe, la borsa e il denaro. Gesù cita questo elenco, applicandolo ora non all’ebreo che entra nel Tempio, ma agli apostoli che partono per la loro missione.

Allora, cosa c’è di nuovo in Gesù? Ebbene, possiamo dire innanzitutto che ci dona un nome per il Padre tenero: «Abba». E ci insegna una preghiera, ci dona le sue stesse parole con cui pregare questo Padre.

Possiamo anche dire che Gesù incarna – realizza – le immagini e le figure, le promesse e le anticipazioni che troviamo nell’Antico Testamento. Potrebbero rimanere semplicemente belle immagini e aspirazioni, ma l’incarnazione del Verbo di Dio, la venuta tra noi dell’unigenito Figlio del Padre, significa che sono reali. In Gesù l’hesed divino si fa carne. Egli è pieno di grazia e di verità, ci dice san Giovanni, pieno di hesed ed emet, la fedeltà divina. Queste non sono semplicemente belle idee, ma realtà in carne e ossa. In Gesù il Padre è presente tra noi, vediamo il volto del Padre nascosto.

Le istruzioni che Gesù cita ai suoi discepoli riguardano tutte la grazia. L’ebreo che entra nel Tempio lascia tutto da parte per mostrare che il rapporto con Dio non è un rapporto ordinario o commerciale, non è un rapporto come gli altri che instauriamo nelle relazioni umane. La fiducia totale espressa, la completa dipendenza dalla bontà di Dio, rende chiaro che si tratta di un rapporto di grazia. «Gratis avete ricevuto, gratis date», dice loro Gesù. È tutta una questione di grazia.

Ciò che Gesù fa con questo elenco di istruzioni sull’entrare nel Tempio merita una lunga meditazione. Egli ci insegna che il mondo intero è un luogo santo. O almeno che ovunque ci siano persone bisognose della Parola di compassione e di grazia, lì c’è la presenza divina. Ovunque la Parola di Grazia sia necessaria e venga predicata, lì c’è Dio. Ovunque ci siano persone che vivono nella fede, nella speranza e nell’amore, ancora una volta Dio è lì. Non è solo in certi luoghi o in certi edifici che si trova Dio, ma ovunque la grazia sia all’opera. I veri adoratori adorano in spirito e verità, dice Gesù alla donna samaritana.

Infine possiamo dire che Gesù, a sua volta, ci insegna come camminare. Ci indica la via lungo la quale dobbiamo procedere. Condivide con i suoi discepoli il proprio insegnamento e la propria opera salvifica. Vuole chiaramente che cresciamo, che diventiamo figli di Dio maturi e adulti, percorrendo la via con Lui e partecipando alla Sua opera. Siamo chiamati a condividere la responsabilità nella famiglia di Dio alla quale apparteniamo.

Un pensiero conclusivo, che richiederebbe un’altra omelia. Sappiamo anche che la via sulla quale Gesù ci insegna a camminare conduce alla croce. Ecco un’altra immagine biblica, la rivelazione finale dell’hesed divino. È bella o è brutta? Qual è il mistero che spiega questa particolare manifestazione dell’amore tenero di Dio per l’umanità?

martedì 30 giugno 2026

Settimans 13 Mercoledi (Anno 2)

Letture: Amos 5,14-15, 21-24; Salmo 49; Matteo 8,28-34

Deus humanissimus – Dio totalmente umano – è un’espressione associata all’opera teologica del domenicano belga Edward Schillebeeckx. Mi viene in mente riflettendo sulle letture di oggi, che ci presentano vari tipi di creature mostruose, attività surreali e comportamenti umani sconcertanti. In mezzo a tanta distorsione e confusione spicca colui che è semplicemente e pienamente umano, colui che ha un cuore di carne, Gesù, che irradia verità e compassione.

Via le solennità e le feste, dice Amos, via gli olocausti e le oblazioni, via il bestiame ingrassato e le liturgie chiassose. Il brano di oggi è un breve riassunto di ciò che Amos ripete spesso e con tono sempre più incisivo nel corso del suo libro. Perché non essere semplicemente umani, chiede, dimostrando la propria devozione religiosa e la propria fede in Dio vivendo con giustizia e praticando la bontà? È il modo in cui trattate gli altri che conta di più. Lasciate che la giustizia e la bontà guidino le vostre azioni e caratterizzino la vostra personalità: sono cose semplici, ma Dio le preferisce alle cerimonie elaborate accompagnate dalle distorsioni della corruzione e dell’ingiustizia.

La lettura del Vangelo ci trasporta poi in un mondo che sembra un dipinto di Hieronymus Bosch: strano e meraviglioso, surreale e inquietante, oscuro e contorto. Gli indemoniati sono esseri umani, ma posseduti da spiriti maligni e quindi non sono nel pieno possesso delle loro facoltà mentali, non sono semplicemente umani. Neanche i demoni stessi sono umani, ovviamente, e il loro scopo è quello di distorcere e frammentare, di turbare l’equilibrio del creato e di distogliere le persone dalla giustizia e dalla bontà. I modi e i mezzi per farlo non contano: proveranno di tutto, e molte cose funzionano. Neanche i malcapitati maiali sono esseri umani, ma vittime innocenti in questa storia, gravati dalla maledizione di essere classificati come impuri nelle parti precedenti delle Sacre Scritture.

I porcari, come i discepoli nella lettura di ieri, sono fuori di sé dalla paura e fuggono per raccontare tutto ciò che è accaduto, compreso ciò che è successo agli indemoniati. È una strana interpretazione: si sarebbe pensato che la cosa principale che avessero da raccontare fosse ciò che era accaduto agli indemoniati. Invece ci viene detto che raccontarono l’intera storia, riferirono tutto… compreso ciò che era accaduto agli indemoniati.

L’intera storia: fino a che punto risalirono nel raccontare la storia? La storia che devono raccontare riguarda Gesù. Paradossalmente, la figura della storia più semplice e schietta è quella che incute più terrore. Dopo aver ricevuto un resoconto completo, l’intera città si mise in marcia per andargli incontro e, non appena lo videro, lo implorarono di andarsene dalla loro zona! Si sarebbe pensato che una comunità abituata a demoni, indemoniati e maiali sarebbe stata in grado di sopportare la presenza tra loro di uno che è semplicemente e pienamente umano. Ma non è così. Egli è, a quanto pare, il personaggio che incute più timore nella storia e gli chiedono di lasciarli in pace. Qualunque cosa ci sia in lui.

Tra le creature strane e sconcertanti che compaiono in queste pagine del Vangelo – demoni urlanti e maiali impazziti, aspiranti seguaci, discepoli dubbiosi, abitanti del paese terrorizzati – c’è uno che sta realizzando il piano della creazione con integrità e chiarezza. Il suo, nelle parole del poeta scozzese Edwin Muir, è «il vero volto umano» e l’umanità non riesce a sopportare gran parte di quella semplice realtà, del giudizio che essa implica, della santità che rivela. La poesia di Edwin Muir è acqua fresca di sorgente rispetto alle distorsioni raccontate nelle letture delle Scritture:

Sì, il tuo, amore mio, è il vero volto umano. / Nella mia mente avevo atteso a lungo questo momento,

vedendo il falso e cercando il vero, / poi ti ho trovato come un viandante trova un luogo

di accoglienza all’improvviso in mezzo alle valli sbagliate, / alle rocce e alle strade tortuose. Ma tu, 

come dovrei chiamarti? Una fontana in un deserto, / un pozzo d’acqua in una terra arida,

o qualsiasi cosa che sia onesta e buona, un occhio / che illumina il mondo intero. Il tuo cuore aperto,

Semplice nel donare, dona l’atto primordiale, / Il primo mondo buono, il fiore, il seme che vola,

Il focolare, la terra salda, il mare vagante, / Non belli o rari in ogni parte,

Ma come te stesso, così come erano destinati ad essere.

- Edwin Muir, «The Confirmation», pubblicato in *The Narrow Place*, 1943

Settimana 13 Martedì (Anno 2)

Letture: Amos 3,1-8; Salmo 5; Matteo 8,23-27

La serie di domande della prima lettura sembra essere tutta del tipo "il Papa è cattolico?". La risposta sembra essere ovvia, facile e semplice in ogni caso: la connessione tra le due parti di ogni domanda è perfettamente chiara e ben nota. Il ruggito del leone, l'uccello che cade, l'effetto di una tromba che suona - ci sono connessioni immediate e prevedibili di "causa ed effetto" in ogni caso. Così implica Amos.

Alcuni aspetti del rapporto tra Dio e il popolo sono evidenti come queste connessioni nella natura e nelle vicende umane. Se Dio è arrabbiato, lo sarà in particolare con coloro che ha scelto (più ti viene dato, più ci si aspetta da te). Se Dio agisce, non lo farà senza rivelare i suoi piani ai profeti. E se il Signore parla al suo profeta, il profeta deve a sua volta parlare (ricordiamo che Amos, che sa cosa comporta, è riluttante ad assumere il compito di profetizzare).

C'è causalità - "quindi" - tra la scelta del Signore e ciò che ci si aspetta dal popolo. C'è causalità - "quindi" - tra la vocazione del profeta e ciò che deve fare. C'è causalità - "quindi" - tra il comportamento del popolo e il modo in cui Dio deve reagire in risposta: "Preparatevi a incontrare il vostro Dio". È una minaccia o una promessa?

Quest'ultimo tipo di causalità è profondamente problematico. È vero che sappiamo come Dio deve agire in risposta al comportamento umano? Dio è obbligato a qualcosa? Dio si è legato a particolari modi di agire che non possono essere sospesi nemmeno se Dio, come dice il profeta Giona, si pente di ciò che intendeva fare?

La lettura del Vangelo ci offre altri due esempi di causalità, uno ovvio, facile e semplice, l'altro misterioso, che va oltre la semplice problematicità e solleva le domande più profonde.

Quello facile è il collegamento tra un'improvvisa tempesta in mare e la paura che essa provoca in chi si trova su una piccola barca sorpresa dalla tempesta. Anche i pescatori esperti - loro più di chiunque altro - temono il mare, perché sanno come può essere e cosa può fare. C'è forse una tempesta in mare e il pescatore non ha paura? Un uomo rimprovera il vento e il mare e la tempesta cessa?

Il misterioso "dunque" del Vangelo è quello che collega Gesù che rimprovera i venti e il mare e la tempesta cessa. Questo provoca stupore: "Che tipo è?", si chiedono (che tipo di essere umano, che tipo di agente, con quale forza o potere che opera in lui o attraverso di lui?) che persino il vento e il mare gli obbediscono? Per chi conosce la Bibbia, la risposta ovvia sembra sconvolgente, persino blasfema: è il Signore che comanda le acque, le divide e stabilisce i limiti del loro scorrere.

Ci rimanda all'ultimo tipo di causalità che la prima lettura sembrava esprimere. Dio può agire solo come Dio e cioè sempre in piena libertà, per amore, per creare. Un Dio del castigo, dell'ira e della punizione appropriata si inserisce più ordinatamente nel quadro di causa ed effetto che possiamo gestire. Sarebbe un agente all'interno del nostro mondo, soggetto alle sue leggi, solo più grande e più potente di qualsiasi altro agente in quel mondo. Ma se questo è tutto ciò che diciamo di Dio, allora stiamo parlando di un idolo. Siamo invece invitati, da Gesù e dal Padre che ci rivela, ad aprire le nostre menti e i nostri cuori ai vasti spazi della libertà divina, all'infinita creatività della potenza divina, all'imprevedibile e rivoluzionaria tenerezza di Colui che è, sempre e ovunque, Amore eterno. Dobbiamo imparare a conoscere la retribuzione, l'ira e il castigo di Dio studiando Gesù, le sue parole, il suo insegnamento, la sua esperienza.

Preparatevi ad incontrare il vostro Dio. È una cosa terribile cadere nelle mani del Dio vivente. Minaccia o promessa?

domenica 28 giugno 2026

SANTI PIETRO E PAOLO, APOSTOLI – SOLENNITÀ

Letture: Atti 12,1-11; Salmo 33(34); 2 Timoteo 4,6-8.17-18; Matteo 16,13-19

«Colui che siede nei cieli ride». Possiamo speculare su cosa possa far sorridere Dio. La religione è spesso presentata come una cosa molto, molto seria, eppure la festa di oggi ci fa venire in mente molte cose divertenti. Pietro, ad esempio, è chiamato «roccia» ed è mutevole come il tempo. È una pietra invitata a galleggiare sull'acqua. Paolo sembra essere stato un maniaco del controllo, che prendeva il comando e respirava furia, eppure viene condotto per mano a Damasco e più tardi fugge dalla città calato da un'altura in una cesta.

Ci sono echi di Giona nel modo in cui Pietro e Paolo vengono tirati e spinti da una parte e dall'altra. Anche la loro liberazione dalla prigione, Pietro in Atti 12 e Paolo in Atti 16, sono episodi comici. Paolo è stato salvato dalla bocca, non di un mostro marino, ma del più familiare leone. Pietro comincia ad affondare non appena si ricorda ciò che sta facendo e, non per l'ultima volta, viene salvato dalle profondità dal suo Signore. Sono picchiati dagli angeli e percossi dagli uomini, possiamo dire, maltrattati e ripetutamente ricordati che sono strumenti del Vangelo, strumenti nelle mani del Signore che hanno imparato ad amare.

Questo può sembrare crudele finché non ne vediamo i risultati. Ad esempio, le loro esperienze chiariscono che gli esseri umani non sono dei. In Atti 14 Paolo viene scambiato per un dio e, quando delude, viene lapidato. Dio usa le personalità umane, anche e soprattutto i loro limiti e le loro debolezze, per renderle strumenti della sua grazia e della sua gloria. Li accoglie nella sua opera, ma quando vediamo le loro debolezze e sorridiamo delle loro manie, non c'è pericolo che li scambiamo per il Dio che servono.

Un altro risultato positivo nel vedere l'umanità di Pietro e Paolo è che possiamo ripensare a ciò che è veramente serio. L'amore di Dio è veramente serio. Le porte dell'inferno non prevarranno contro il regno di quell'amore. Nulla è paragonabile ad esso, come testimoniano sia Pietro che Paolo, Pietro con la sua domanda «Signore, a chi andremo, tu hai parole di vita eterna», Paolo con quei magnifici testi sparsi nelle sue lettere in cui afferma che né il successo né il fallimento, né la malattia né la salute, né la povertà né la ricchezza, né la forza né la debolezza, né le cose presenti, né quelle passate, né quelle future, nulla in tutto il creato è paragonabile al valore incomparabile di conoscere Cristo Gesù, nostro Signore, di partecipare alle sue sofferenze per partecipare alla gloria della sua risurrezione.

Nel 751 a.C. due fratelli fondarono una città, Romolo e Remo, la meravigliosa città di Roma, fondata sull'orgoglio, l'ambizione e infine l'omicidio. Nel I secolo, senza averlo premeditato, due fratelli nel Signore, Pietro e Paolo, fondarono una città nello stesso luogo, come strumenti di Dio, testimoni dell'amore di Dio con la loro predicazione e il loro insegnamento, con il loro modo di vivere e di morire, una città fondata sulla fede, sulla speranza e sull'amore.

sabato 27 giugno 2026

Settimana 13 Domenica (Anno A)

Letture: 2 Re 4,8-11; 14-16a; Salmo 89; Romani 6,3-4; 8-11; Matteo 10,37-42

Che tipo di analogia è quella espressa con le piccole parole «come» e «così»? Che tipo di paragone? Si trova spesso nel Vangelo di Giovanni, ad esempio «come il Padre ha mandato me, così io mando voi» (Giovanni 20,21) e «come io vivo grazie al Padre, così voi vivrete grazie a me» (Giovanni 6,57). Nelle letture di oggi la ritroviamo nella Lettera di san Paolo ai Romani: «come» Cristo è risorto dalla morte, «così» noi, con il battesimo, moriamo con lui affinché anche noi possiamo vivere una vita nuova. 

Come la risurrezione di Gesù non è solo un ripristino ma una nuova creazione, così anche tutti coloro che sono in Cristo sono una nuova creazione (2 Corinzi 5,17). Ogni volta che è in gioco la creazione, è necessario che intervenga la potenza di Dio e vediamo quella potenza all’opera attraverso il profeta Eliseo nella prima lettura. Egli promette un figlio a una donna che non ha figli, anch’essa una vera e propria nuova creazione, per farne una madre.

Come è stato per Cristo, così sarà per noi. E questo continua nella lettura del Vangelo, dove Egli ci chiede di lasciar andare ogni attaccamento per seguirlo. Persino il nostro attaccamento a noi stessi. Sembra una richiesta molto impegnativa, praticamente impossibile per creature come noi. Ma per grazia di Dio – e nulla è impossibile a Dio – diventa semplice come offrire un bicchiere d’acqua fresca a uno dei «piccoli».

Proseguendo nella lettura del Vangelo di Matteo, arriviamo presto al passo in cui Gesù ci chiama a imparare da Lui e a prendere su di noi il suo giogo, poiché il suo giogo è dolce e il suo carico è leggero. Come il giogo è stato preso sulle spalle da Gesù e come il carico è stato portato da lui, così noi siamo resi capaci dalla grazia di Dio di seguirlo. È l’amore che rende il giogo dolce e il carico leggero. Come egli ci ha amati, così noi dobbiamo amare lui e gli uni gli altri (Giovanni 13,34).

Forse dovremmo chiamarla «analogia cristologica»: come stanno le cose per Cristo in relazione al Padre, così stanno per noi in relazione a Lui e al Padre. Significa prendere sul serio, alla lettera, ciò che intende san Paolo quando parla di noi «in Cristo», o quando dice: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Galati 2,20).

Rendiamo grazie per questo dono di grazia che ci permette di vivere per Dio come Gesù ha vissuto – e vive – per Dio.

venerdì 26 giugno 2026

Settimana 12 Sabato (Anno 2)

Letture: Lamentazioni 2,2; 10-14; 18-19; Salmo 73/74; Matteo 8,5-17

Durante la Settimana Santa del 2020, nelle chiese e nelle basiliche deserte di Roma, la poesia lamentosa del Libro delle Lamentazioni riecheggiava tra i banchi vuoti. Mai quel testo era stato più attuale. La condizione della città là fuori, deserta, abbandonata e invasa da animali selvatici, testimone silenziosa della morte di migliaia di persone, era esattamente come la descrivono questi antichi poemi.

È solo raramente, grazie a Dio, che un’intera città o un intero paese, per non parlare del mondo intero, venga messo in «lockdown». Ma accade regolarmente, e in modi diversi, a singoli individui, famiglie e piccole comunità. Ogni giorno, da qualche parte nel mondo, ci sono individui, famiglie e altri gruppi che vivono afflizioni «grandi come il mare». È accaduto qualcosa di devastante per loro, una tristezza o un’ansia così grande, una perdita o un tradimento così profondo, che sembra al di là di ogni possibilità di guarigione. «Chi potrà mai guarirvi?», chiede il poeta.

Piangere e gridare è il suo consiglio. Lascia che le tue lacrime scorrano come un torrente giorno e notte. Nelle lacrime c’è sincerità e sollievo, lasciale scorrere. E grida anche a Dio, riversando il tuo cuore insieme alle lacrime, tendendo le mani mentre implori l’aiuto di Dio.

Tali devastazioni possono farci sentire che sia al di là persino del potere di Dio di aiutarci; per qualche motivo potremmo credere che sia al di là della cura e dell’interesse di Dio. Possiamo allora fare nostre ancora una volta, come facciamo ad ogni Messa, le parole del centurione che si recò da Gesù chiedendo aiuto: «Signore, non sono degno di accoglierti sotto il mio tetto; basta che tu dica una parola e il mio servo sarà guarito».

Basta che tu dica una parola e io, noi, saremo guariti. La parola d’amore, la parola di pace, la parola di perdono, la parola di guarigione: basterà al Creatore di tutte le cose e al Signore della storia per rimettere le cose a posto. Isaia lo aveva predetto e Gesù lo ha compiuto, ed è vero anche per noi oggi: «Egli prende su di sé le nostre infermità e porta i nostri dolori». Non abbiate paura di avvicinarvi a Lui, qualunque sia la desolazione in cui vi trovate, e di deporre davanti a Lui tutte le vostre afflizioni.