Letture: Isaia 55,1-3; Salmo 144; Romani 8,35,37-39; Matteo 14,13-21
Alcuni anni fa la comunità cristiana di Mosul, in Iraq, fu costretta a compiere una scelta drastica: pagare una tassa per poter vivere in uno Stato islamico, andarsene con nient’altro che i vestiti che indossavano, oppure restare ed essere uccisi di spada. Non si tratta di una storia dei tempi antichi o del Medioevo, ma di fatti avvenuti solo pochi anni fa. La stragrande maggioranza decise di andarsene con nient’altro che i vestiti che indossavano. Coloro con cui avevano a che fare avevano già dimostrato di fare sul serio, dopo aver seminato morte e distruzione in Siria e nel nord dell’Iraq. Per i cristiani di Mosul ciò significava percorrere a piedi fino a quaranta chilometri attraverso il deserto, portando in braccio i propri figli, fino a trovare un luogo sicuro, arrivando stanchi, assetati, affamati e, come si può immaginare, profondamente tristi. Un’intera civiltà e cultura, sopravvissuta a tante prove nel corso dei secoli, potrebbe ora essere stata distrutta per sempre.
Improvvisamente il mondo sembra essere molto insicuro e pieno di grandi pericoli politici e fisici. Non solo in Iraq. Le normali regole di decenza della vita civile sembrano essere sospese, mentre le persone agiscono e reagiscono spinte dalla paura, dall’umiliazione e dall’odio. Ogni situazione viene strumentalizzata da persone in preda alla paura, all’odio e alla violenza. I politici in diverse parti del mondo stanno consolidando il proprio potere facendo leva sulle paure, sugli odi e sulle umiliazioni della gente. Le normali regole di decenza che un tempo guidavano il dibattito e la discussione sembrano essere venute meno, mentre le persone ricorrono a Twitter, Facebook, Instagram e agli altri social media per attaccare, deridere, denunciare, lamentarsi e protestare. In parte ciò è molto positivo e necessario, ma gran parte di queste espressioni avviene con un linguaggio che è di per sé violento, umiliante, sprezzante, irrispettoso. Paura, odio e violenza sembrano essere gli elementi che dominano attualmente gli affari mondiali. A tutto ciò si aggiunge l’enorme questione della migrazione nel mondo, i problemi «normali», per così dire, della fame, della sete e delle malattie, e le tante altre tragedie che attraversano la vita delle persone lasciandone le ferite indelebili...
Un grande senso di impotenza e di irrilevanza potrebbe benissimo sopraffarci mentre cerchiamo di riflettere sui testi delle Scritture e ci chiediamo cosa possa offrire la fede cristiana in tali circostanze. Dio non è forse solo una sorta di Babbo Natale per adulti, il pio desiderio che esista, come dice il salmo di oggi, un Dio di grande bontà che è buono con tutti e vicino a chiunque Lo invochi? Di fronte a un coro sempre più forte di agnosticismo e ateismo, la voce della Chiesa sembra debole, irrealistica, a volte persino ipocrita. Molti giovani buoni e intelligenti hanno deciso di non voler più seguire ciò che insegna la fede cristiana: essa appare loro, almeno nel modo in cui la Chiesa la vive, poco intelligente e moralmente fallita.
Gesù può talvolta essere presentato come una sorta di Babbo Natale per adulti, ma dobbiamo sempre ricordare che il suo impegno nel mondo si è concluso con un fallimento. Non è stato in grado di dare risposta ai problemi del mondo. Non era la soluzione ai problemi del mondo. I problemi sono gravi quanto, se non più gravi, di quanto lo fossero prima della sua venuta. Di fronte alla paura, all’odio e alla violenza, anche lui si è trovato impotente ed è morto come l’ennesima vittima innocente di quelle forze. La lettura del Vangelo di oggi ce lo ricorda: «Quando Gesù seppe della morte di Giovanni Battista», così inizia il racconto. Si tratta di una svolta nel suo ministero, un momento decisivo, come si direbbe oggi. Capì chiaramente quale sarebbe stato probabilmente anche il suo destino. Giovanni era morto protestando contro l’ingiustizia. Gesù morirà predicando il regno che era venuto a instaurare, il progetto della sua vita che, a quanto pare, non avrà successo.
La prima cosa che le letture ci chiedono oggi è di ascoltare e guardare, con attenzione e speranza, alla generosità di Dio. E di continuare a farlo, per quanto cupe e buie possano diventare le circostanze. «Rinnovero’ con voi l’alleanza eterna» – così la voce di Dio, forse appena udibile, ma distinta e certa, sussurrava nel deserto, risuonando nella notte, paziente e persistente nonostante l’agitazione della paura, l’inquietudine dell’odio e la furia urlante della violenza. All’ombra della croce incombente, Gesù è mosso a pietà per il popolo e continua a fare per loro ciò che ha fatto in tempi più promettenti: guarirli, nutrirli, istruirli.
L’esito è nelle mani di Dio, tempi e ore noti solo al Padre. Giovanni Battista rimane fedele alla sua lotta per la giustizia e accetta la morte senza sapere se quella morte sarà ricordata o in che modo, se mai, potrà contribuire al bene del mondo. Gesù rimane fedele alla sua missione di predicare il Regno, confrontandosi con le forze del male che stanno attaccando la vita delle persone. Ma il suo confronto con esse non avviene sul loro terreno, bensì sul suo. Le sue non sono le armi della paura, dell’odio e della violenza, poiché combattere quelle cose con quelle stesse armi significa sprofondare sempre più nell’abisso.
La straordinaria litania di Paolo alla fine di Romani 8, la seconda lettura di oggi, formula un’affermazione che potrebbe sembrare assurda: che siamo più che vincitori, che vinciamo in modo schiacciante. Di fronte alle potenti forze del mondo – angoscia, afflizione, persecuzione, carestia, nudità, pericolo, la spada, la morte, la vita, gli angeli, i principati, le cose presenti, le cose future, le potenze, l’altezza, la profondità, qualsiasi cosa nella creazione – qualsiasi cosa di tutto ciò, tutto questo, perde il suo potere, perché nulla di tutto ciò può separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore. Quella voce sussurrante – «Rinnovero’ con voi l’alleanza eterna», «Vi ho amati con un amore eterno» – penetra attraverso tutte queste cose.
Quell’amore, riversato nei nostri cuori, spingerà naturalmente le persone a lavorare per trovare soluzioni, soluzioni politiche ed economiche ai problemi che stanno distruggendo la vita delle persone. L’uomo non vive di solo pane, ma vive di pane. Il dono di Dio è un dono che dà forza, non una crema lenitiva per alleviare il dolore della vita umana, ma un dono che conferisce potere. «Date loro voi stessi da mangiare», dice Gesù ai discepoli quando questi si lamentano con lui. Il miracolo avviene in modo tale che potrebbe sembrare che siano stati gli stessi discepoli a compierlo, facendo apparire che l’abbondanza provenga da loro: c’era un cesto di avanzi per ciascuno degli apostoli. Il dono è presente nei nostri sforzi, perché è così che opera la grazia: una potenza che sostiene i nostri sforzi dall’inizio alla fine.
Ascoltate con attenzione e guardate con speranza alla generosità di Dio. Egli è il Creatore che vuole che le cose siano e che le vede come «molto buone». È il Redentore che vuole la nostra salvezza e che rinnova con noi l’alleanza eterna. Il regno non consiste nel cibo e nel bere, né consiste in strategie politiche e militari. Il regno significa giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. Quello Spirito viene donato quando Gesù è glorificato, e Gesù è glorificato attraverso il suo fallimento, la sua morte per mano della paura, dell’odio e della violenza. Egli è il Vincitore, il nostro Campione e il Conquistatore, non secondo i termini e le categorie del mondo, ma in un modo nuovo, in un mondo nuovo, in un regno che deve ancora venire.