Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

lunedì 9 novembre 2026

Dedicazione della Basilica Lateranense - 9 novembre

Letture: Ezechiele 47,1-2.8-9.12; Salmo 46; 1 Corinzi 3,9c-11.16-17; Giovanni 2,13-22

Il Vangelo di San Giovanni differisce da quelli di Matteo, Marco e Luca in quanto colloca la purificazione del Tempio all'inizio piuttosto che alla fine del ministero pubblico di Gesù. Per i Vangeli sinottici è la goccia che fa traboccare il vaso per i suoi nemici, provocando il suo arresto e il suo processo. Per Giovanni è invece il colpo di inizio della sua campagna, che annuncia il programma dell'intero ministero di Gesù. Dichiarando, in effetti, che il luogo della presenza di Dio e il mezzo per accedere a Dio è ora Gesù stesso e non più il Tempio di Gerusalemme.

Questo inizio del suo ministero è anche una chiave per leggere il Vangelo di Giovanni nel suo insieme. Le profezie su Gerusalemme, sul monte santo su cui Dio ha scelto di dimorare, sul Tempio e sulla gloria divina che vi risiede: tutto ciò che è detto su queste cose nell'Antico Testamento è trasferito a Gesù e si compie in ciò che gli accade, in particolare in ciò che accade al suo corpo. Il Vangelo è organizzato attorno alle grandi feste dell'anno liturgico ebraico, la Pasqua, la Festa dei Tabernacoli e la Dedicazione, il cui significato si consuma nella presenza, nell'insegnamento, nel sacrificio e nell'opera salvifica di Gesù.

Le nostre feste che celebrano la dedicazione delle chiese non riguardano in primo luogo gli edifici fisici. È bene averli, specialmente edifici straordinari come la Basilica Lateranense, la cui dedicazione celebriamo oggi. Ma la funzione degli edifici e delle loro feste è quella di servire il vero "tempio di Dio", il "corpo di Cristo", la "dimora di Dio" che sono diventati i discepoli di Gesù, la comunità dei credenti, la Chiesa piuttosto che la chiesa.

La vita di quel tempio e di quel corpo è la preghiera e il riposo sabbatico, con al centro il sacrificio di Gesù e l'alleanza sigillata nel suo sangue e rappresentata ogni giorno nella celebrazione dell'Eucaristia.

La vita spirituale del popolo di Dio è l'unico "commercio" degno di questo tempio che siamo noi, lo scambio e la relazione attraverso cui Dio dimora con noi e noi lo accogliamo nella fede, nella speranza e nell'amore.

Ed è "per tutti", un universalismo già annunciato da Isaia e da altri profeti. Questa presenza di Dio in Gesù Cristo non è settaria o esclusiva, ma è per tutti. È ecumenica e cattolica, un invito rivolto al mondo intero a venire e a partecipare alla vita che si celebra in questi grandi edifici. Ciò è particolarmente evidente nella celebrazione della festa odierna del Laterano, la cattedrale del Papa, onorata come la chiesa madre di tutte le chiese del mondo.

domenica 8 novembre 2026

Settimana 32 Domenica (Anno A)

Letture: Sapienza 6,12-16; Salmo 63 (62); I Tessalonicesi 4,13-18; Matteo 25,1-13

Gli esseri umani cercano la conoscenza: non c’è nulla di strano o di sorprendente in questo. Aristotele inizia il suo libro di filosofia più famoso con questa affermazione: «Tutti gli uomini, per natura, desiderano conoscere». È semplicemente naturale per l’animale che siamo voler e aver bisogno di conoscere molte cose.

La nostra ricerca della conoscenza ci porta oltre i bisogni immediati che condividiamo con gli altri animali, come dove trovare cibo e come costruire dimore, dove trovare compagnia e come comprendere il nostro ambiente. Realtà quali il potere e il controllo alimentano il nostro desiderio di conoscenza. Ma anche capacità tipicamente umane come l’arte, la poesia e la musica alimentano quel desiderio. Le vediamo entrambe già negli esseri umani più «primitivi» ed entrambe continuano a manifestarsi negli esseri umani più sviluppati (come ci piace considerarci). Siamo guidati dalla nostra curiosità, dal nostro desiderio e dalla nostra fame di conoscenza, in tutti i regni della scienza e della filosofia, della politica e dell’arte, dei giochi e della religione, della poesia e della musica, della tecnologia e del simbolismo.

La prima lettura di oggi è solo uno dei tanti testi della Bibbia che parlano del nostro desiderio di conoscenza. Ci sono molti testi meravigliosi di questo tipo, nei Proverbi e nel Siracide, nel Libro della Sapienza e nei Salmi, che elencano i numerosi ambiti della vita in cui si possono vedere i frutti di questo desiderio. Più che la conoscenza, ciò che desideriamo è la saggezza: ancora una volta i filosofi e la Bibbia concordano su questo punto. La saggezza è giusta comprensione e buon giudizio. È una conoscenza che è sempre anche morale e spirituale, non solo informazione, conoscenza fredda per così dire, ma una comprensione che rimane sempre umana. Significa che pensiamo alle cose sempre nel loro contesto umano più ricco possibile, al loro significato per noi e per la nostra vita, al loro contributo al bene comune dell’umanità così come alla felicità e alla realizzazione degli individui.

Ma ecco qualcosa di straordinario, strano e sorprendente, che ci viene rivelato solo attraverso la rivelazione di Dio nella Bibbia: non solo siamo noi a cercare la saggezza, ma è la Saggezza stessa a cercare noi. Questo non lo troviamo nella tradizione greca né nelle altre ricche tradizioni di ricerca della saggezza. Non solo cerchiamo la comprensione della verità che chiamiamo saggezza, poiché la Verità, la Comprensione e la Saggezza si donano a noi se procediamo nel modo giusto. Ma oltre a ciò, «lei (la Saggezza) fa il suo giro, cercando coloro che sono degni di lei». «Si mostra loro con benevolenza lungo le vie e li accoglie con ogni sollecitudine». «Si affretta a farsi conoscere in anticipo rispetto al loro desiderio».

Ciò che i Vangeli, e il Nuovo Testamento in generale, aggiungono a tutto ciò è l’identificazione di questa Saggezza divina con Gesù, il Verbo eterno o l’Intelligenza di Dio. Egli è venuto per cercare e salvare ciò che era perduto, per illuminare tutti coloro che giacciono nelle tenebre, per guidare tutti coloro che vagano per vie sconsiderate, per nutrire i cuori e le menti di tutti coloro che hanno sete del vino della comprensione e fame del pane della conoscenza.

C’è quindi uno strano contrasto tra la Saggezza così come viene descritta nella prima lettura, Gesù di cui si parla nella seconda lettura e lo sposo della parabola evangelica — che arriva in ritardo, escludendo coloro che sono stati così sciocchi da non aver previsto il suo arrivo tardivo, rifiutandosi di ammetterli al banchetto nuziale. Il fulcro della parabola non può essere il carattere dello sposo. Piuttosto, il regno dei cieli è come il suo arrivo improvviso, in un momento inaspettato, e la saggezza che ci viene chiesta è quella di rimanere svegli, sempre vigili, in attesa della sua venuta.

Potremmo forse riformularlo così: mantenete forte il vostro desiderio; continuate la vostra ricerca; non permettete che la vostra curiosità o la vostra sete di conoscenza, comprensione e saggezza si indeboliscano. Queste cose stanno venendo verso di voi anche se, a quanto pare, tardano ad arrivare. L’olio nelle vostre lampade è questo desiderio naturale di saggezza, della presenza di Gesù e di una vita sana e santa. Questo sarà vostro, perché non siete solo voi a cercarlo, ma è anche lui che cerca voi. La saggezza vi chiama. È il «segugio del cielo» che vi segue le tracce e desidera ardentemente sedersi a tavola con voi. Vuole condividere le sue ricchezze con te per soddisfare finalmente, e oltre ogni tua più sfrenata aspettativa, il tuo desiderio di conoscenza, la tua fame di comprensione, il tuo anelito di vedere.

Tutto ciò che tu o io dobbiamo fare è restare svegli. In altre parole, prestare attenzione al tuo desiderio per mantenerlo forte. Lo sposo sta arrivando. Possa egli donarci questo semplice dono: la saggezza di trovarci nel posto giusto al momento giusto quando apparirà.

mercoledì 4 novembre 2026

Settimana 31 Mercoledi (Anno 2)

Letture: Filippesi 2,12-18; Sal 26; Luca 14,25-33

I predicatori e i traduttori tendono a evitare il termine “odiare” nel Vangelo di oggi. Talvolta viene reso con “preferire a me” o “più di me”. Ma Gesù, così come lo descrive san Luca, è più radicale e intransigente riguardo a questo necessario distacco – necessario se si vuole seguirlo – di quanto non lo sia riguardo ai pericoli delle ricchezze. In realtà si tratta di due aspetti della stessa cosa. Nonostante la tenerezza e la compassione di Gesù, così come lo conosciamo nel Vangelo di Luca, ci sono anche questi moniti radicali sulle ricchezze e sulla necessità di odiare persino la propria vita se si vuole seguirlo.

Gesù non è un divulgatore di valori borghesi, anche se a volte è stato trasformato in questo. Non è qui per avallare il mondo così come lo intendono coloro che lo seguono. È strano e diverso. La sua chiamata non è quella di trovare un posto per lui nel nostro mondo – di inserirlo in qualche modo accanto alle altre relazioni e attività in cui siamo coinvolti. La sua chiamata è quella di seguirlo nel suo mondo, dove lui ha trovato un posto per noi. La chiamata non è quella di incastrare lui e il suo messaggio nel nostro mondo e in ciò che è accettabile per esso – anche se, ancora una volta, questo è spesso ciò che è stato fatto. Egli ci chiama a seguirlo nel suo mondo strano e nuovo.

Il Vangelo di Luca è il Vangelo dei grandi capovolgimenti: odiare chi si è inclini ad amare; amare chi si è inclini a odiare; i primi saranno ultimi, gli ultimi saranno primi; gli umili saranno esaltati, gli esaltati saranno umiliati; il ricco e Lazzaro; il fariseo e il pubblicano; il fratello maggiore e il figliol prodigo. Come si può allora essere suoi discepoli? Sembra troppo difficile, troppo paradossale, persino un po’ strano. Come si fa a prevedere il costo di seguirlo, come fa l’uomo che vuole costruire una torre? Come prepararsi con buon senso a seguirlo, come fa l’uomo che decide di andare in guerra? Ciò che ci insegna riguardo al costruttore di torri e a chi parte in guerra è che essi compiono preparativi che sono «l’unica cosa sensata» se quello è proprio ciò che vogliono fare. Nel caso di seguire Gesù, qual è «l’unica cosa sensata» se ci stiamo preparando a seguirlo? Ecco cosa dovete fare, dice: rinunciare a tutto ciò che avete, portare la vostra croce, odiare ciò che siete inclini ad amare, persino la vostra stessa vita.

Una cosa è molto chiara qui, nel capitolo 14 del Vangelo di San Luca. Gesù è in cammino verso Gerusalemme per soffrire e morire. Sta per essere respinto dal nostro mondo, che non riesce a trovare un posto per lui, che trova il suo messaggio troppo strano, troppo difficile, troppo sconcertante. Ci sono ancora «grandi folle» che lo seguono, ma questa situazione non durerà ancora a lungo. Lo respingeremo. Ma proprio quel rifiuto di Gesù da parte del mondo apre la strada al più grande capovolgimento di tutti, la risurrezione. Le cose sono state davvero e completamente stravolte, il mondo è stato capovolto e rivoltato come un calzino.

Siamo chiamati a seguirlo in quel mistero del Grande Capovolgimento, il mistero della sua morte e risurrezione. Con il battesimo, dichiarandoci cristiani, lo abbiamo assunto come modello della nostra vita, come criterio con cui valuteremo tutto ciò che riguarda noi stessi, le nostre esperienze, le nostre intenzioni, le nostre motivazioni, le nostre relazioni, le nostre azioni. Partecipare all’Eucaristia significa lasciare che questo mistero del Grande Capovolgimento entri più profondamente in noi, assaporando già (insieme ai nostri padri e madri, mogli e figli, fratelli e sorelle, che condividono la nostra fede) i doni del mondo nuovo che sta per venire.

Inevitabilmente addomestichiamo Gesù, trasformandolo in un innocuo cucciolo, in un moralista a nostra disposizione. Proprio come addomestichiamo Dio. Il suo parlare di odio nel Vangelo di oggi serve quindi a tenerci svegli, vigili, incerti, all’erta per il nostro Dio che è selvaggio e libero, sempre nuovo e creativo nel Suo Amore infinito.

martedì 3 novembre 2026

San Martino de Porres - 3 Novembre

 FIGLIO DI PADRE IGNOTO

Prefazione alla biografia di San Martino de Porres scritta da Sr Maeve McMahon


In occasione della sua canonizzazione nel maggio 1962, San Martino de Porres fu presentato al mondo da Papa Giovanni XXIII come esempio di ciò che lui, il Papa, desiderava per il Concilio Vaticano II, che avrebbe avuto inizio pochi mesi dopo. Ciò che vogliamo dal concilio, disse, è un nuovo incentivo per i membri della Chiesa a vivere una vita migliore, una vita di maggiore santità e virtù. Il Concilio doveva innanzitutto inaugurare un rinnovamento spirituale e, scegliendo di canonizzare Martino in quel momento, Papa Giovanni lo stava proponendo come esempio, maestro e guida per il lavoro del Concilio.

Lontano dal suo tempo e dal suo luogo, quindi, questo umile uomo di razza mista fu riconosciuto non solo come un eroe della fede cristiana, ma anche come un eroe dei nostri tempi. Egli visse il grande comandamento – ama Dio, ama il tuo prossimo – in modo eroico: questo era il semplice e profondo “segreto” della sua santità.

Durante la sua vita, Martin de Porres conquistò il cuore di tutti coloro che lo conoscevano, indipendentemente dalla loro razza, origine o posizione sociale. Personalmente ha dovuto affrontare alcuni dei pregiudizi più profondi con cui convive il genere umano: razziali, sociali, culturali. A sessant'anni dalla sua canonizzazione, Martin ci aiuta ancora a rispondere alle grandi sfide che il mondo continua ad affrontare.

Il razzismo, ad esempio, rispetto al quale Martin è sempre stato di particolare conforto per coloro che ne soffrono e di particolare sfida per coloro che lo promuovono.

Da amante degli animali e uomo vicino alla natura, che ne utilizzava le risorse per portare guarigione ai malati, egli è, insieme a Francesco d'Assisi, un paladino della cura del creato.

Da uomo di molte culture, ci mostra come vivere in modo interculturale, permettendo al semplice insegnamento del Vangelo di rafforzare il nostro apprezzamento della diversità e il nostro riconoscimento dell'uguaglianza tra tutti gli esseri umani.

Papa Francesco, il primo papa latinoamericano, conosce bene la storia di emarginazione ed esclusione che ha segnato l'esperienza dei popoli di quel continente. Ma sa anche bene come la santità vissuta nelle periferie e ai margini, il tipo di santità che Martin rappresenta, trasformerà tutta la Chiesa, così come Martin ha contribuito a trasformare la Chiesa in Perù durante la sua vita.

La saggezza di Martin – «è un uomo colto», ha detto di lui uno dei suoi confratelli domenicani – scaturiva dalla sua fede, dal suo amore per Dio e dalle grazie particolari che Dio gli aveva concesso. La sua risposta in ogni situazione proveniva direttamente dalla sua amicizia di una vita con Dio, creatore di tutto e salvatore di tutti. Martin vedeva tutti e tutto in quella luce teologica. Come Gesù, che amava con tutto il cuore fin dalla più tenera età, voleva essere portatore di amore e artefice di pace nel mondo violento in cui si trovava.

Imparando da Martin, allora, perché mai dovremmo fare distinzioni che escludono o opprimono gli altri? Perché mai non dovremmo accogliere gli stranieri, nutrire gli affamati, visitare i malati? Perché mai non dovremmo apprezzare la varietà di tutto ciò che Dio ha creato, dal momento che, vedendo tutto ciò, Dio lo ha trovato «molto buono»?

Suor Maeve McMahon dà ora seguito alla sua bella biografia di San Domenico, pubblicata alcuni anni fa, con questa nuova ed energica rivisitazione della vita di San Martino de Porres. Per le ragioni già esposte, Martino è davvero un santo per i nostri tempi e il racconto della sua vita fatto da suor Maeve – semplice e stimolante, a tratti sorprendente e provocatorio – aiuterà una nuova generazione a conoscere, ad amare e a lasciarsi sfidare da questo grande uomo, Martino della Carità. Leggiamo che era in grado di entrare anche dove le porte erano chiuse. Possa questo racconto della sua vita nutrire le menti e aprire i cuori affinché, per una nuova generazione, Martino sia un leader, un maestro e una guida sulla via della santità.

lunedì 2 novembre 2026

COMMEMORAZIONE DI TUTTI I FEDELI DEFUNTI - 2 NOVEMBRE

 MORTE E RESURREZIONE

Oggigiorno c'è la tendenza a sentimentalizzare la morte, ad agire e parlare come se non fosse una cosa grave, ma solo un “passaggio” o un ‘trasloco’, un trasferimento nella “stanza accanto” o un facile trasferimento in “un posto migliore”. Spesso si ride molto, specialmente ai funerali irlandesi, scherzando su ciò che il defunto potrebbe fare o pensare, ad esempio bere una pinta di Guinness o guardare la Cheltenham Gold Cup.

Tutto questo è un modo per confortarsi a vicenda nei momenti difficili. Ma potrebbe anche essere un modo per negare la piena realtà di ciò che è accaduto. I film popolari a volte lo fanno mostrando lo “spirito” di una persona che aleggia sui luoghi in cui ha vissuto e ci racconta la storia dei giorni e delle settimane che hanno preceduto la sua “dipartita”. Come se non fosse davvero morta.

Alcuni potrebbero pensare che sia una cosa cristiana pensare alla morte in questi termini, parlare della morte come se non fosse una cosa importante. Non è forse una delle credenze principali del cristianesimo, la nostra fede in una “vita dopo la morte”? Non è forse il punto culminante del conforto che la religione dovrebbe offrire, questa fiducia in ciò che accade dopo la morte?

In un certo senso la morte è la fine naturale della vita dell'animale umano e può essere, molto spesso, una liberazione felice. Ma in un altro senso la morte è un'esperienza innaturale perché siamo creature spirituali che già percepiscono qualcosa dell'eternità in noi stessi. Le nostre esperienze di conoscenza e amore hanno qualcosa di eterno, come hanno spesso osservato e raccontato filosofi e poeti. La morte è un insulto a qualcosa che percepiamo in noi stessi, un affronto e uno scandalo.

E molte persone non riescono ad accettare la leggerezza, il falso conforto, perché trovano insopportabilmente triste l'assenza di qualcuno che hanno amato. C'è una terribile intensità nel ricordarli, nel rendersi conto che non sono più al loro posto abituale. Gli uomini e le donne vedovi, i bambini orfani, i genitori in lutto, spesso devono sopportare in privato il dolore intenso di sentire che una parte del proprio corpo è stata loro portata via, che si è aperto un vuoto che non potrà mai più essere colmato, che è stata inflitta una ferita per la quale non c'è guarigione. Non vogliono continuare a parlarne... e la gente si chiede perché non riescono a superarlo.

La fede nella resurrezione del corpo è un'affermazione che riguarda Dio più che noi stessi o le fasi dell'esistenza umana. Questo perché la fede, come la intendono i cristiani, ha sempre Dio come suo oggetto diretto. Questo è uno dei motivi per cui la si definisce una virtù teologale. Significa che tutto ciò che rientra nell'ambito della fede lo fa solo perché ha qualcosa a che fare con Dio, ci insegna qualcosa su Dio.

La fede nella resurrezione del corpo è un aspetto della fede in Dio Spirito Santo, che nel Credo chiamiamo “il Signore, datore di vita”. Il termine latino è bellissimo: lo Spirito è vivificantem, il vivificatore. Il Dio in cui crediamo è il Creatore e Signore di tutte le cose, Dio dei vivi e non dei morti. Il Dio in cui crediamo vuole la vita, non la morte. Dio fa fiorire il deserto e il grembo sterile porta frutto.

Il Dio in cui crediamo è il Padre che ha risuscitato suo Figlio Gesù dai morti e lo ha esaltato nello Spirito alla sua destra. Il Padre ha permesso al suo unico Figlio di entrare nel regno dei morti, di dimorare tra i morti e di risorgere da lì. “Ero morto”, dice Cristo, “ma ora vivrò per sempre, e ho le chiavi della morte e dell'inferno”.

La nostra fede e la nostra speranza riguardano Dio, com'è Dio, dove Dio si trova nell'esperienza umana, chi Dio ha promesso di essere per il suo popolo. Per coloro che credono in Dio, il terribile viaggio verso la perdita, il declino e la morte è un viaggio che Gesù ha compiuto prima di noi, un viaggio che compiamo insieme a Gesù, un viaggio dal quale tutti coloro che appartengono a Gesù saranno risuscitati, come lui, per la potenza di Dio.

La nostra fede non è in una «vita dopo la morte», ma piuttosto nella «vita futura», «la vita del mondo a venire», come diciamo nel Credo. Non è solo una continuazione di ciò che viviamo ora, ma piuttosto una nuova vita che possiamo già intravedere di tanto in tanto, in particolare nelle nostre esperienze d'amore, ma di cui non possiamo immaginare la piena realtà.

Piuttosto che trasformare la morte in “niente di grave”, la fede cristiana nella risurrezione del corpo ci permette di affrontare la morte in tutta la sua realtà e tristezza. Piuttosto che fingere che la morte non sia terribile e triste, la speranza cristiana nella risurrezione del corpo guarda quell'orrore e quella tristezza dritto negli occhi. La nostra fede e la nostra speranza è che Dio, che è con noi nella morte, ci salvi dal regno dei morti per condurci alla sua vita eterna.

Credere nella resurrezione del corpo, quindi, significa credere in qualcosa riguardo a Dio. Significa affermare che Dio è il Dio della vita. Significa anche dire qualcosa sulla portata della nostra speranza. Fondata sul potere di Dio e su ciò che Dio ha già fatto risuscitando Gesù dalla morte, la nostra speranza si estende “dai confini della terra ai confini del cielo”.

domenica 1 novembre 2026

TUTTI I SANTI - 1 NOVEMBRE

Letture: Apocalisse 7,2-4.9-14; Salmo 24; 1 Giovanni 3,1-3; Matteo 5,1-12

Le persone sono ancora turbate dai cambiamenti che caratterizzano l'anno: il passaggio dall'inverno alla primavera, il nuovo anno, la metà dell'estate, la metà dell'inverno. Quando le stagioni cambiano, non solo dobbiamo aspettarci raffreddori e piccoli disturbi, ma anche altre incertezze. Che dire dell'oscurità, delle tempeste e della neve? Siamo preparati per il tempo che verrà? Molte usanze sopravvivono per segnare il passaggio di questi intervalli e la negoziazione di queste incertezze. Gli intervalli devono essere colmati, i ponti attraversati, una parte dell'anno collegata alla successiva, forse gli spiriti devono essere placati. Di fronte a tali momenti di paura e minaccia, le persone spesso reagiscono facendo molto rumore, accendendo fuochi e travestendosi, imitando gli spiriti per spaventarli prima che possano spaventare noi.

Halloween ci porta dall'autunno all'inverno e continua a raccogliere molti rituali di questo tipo. Il fatto che nell'emisfero settentrionale stiamo passando dalla luce all'oscurità rende questa transizione più spaventosa della maggior parte delle altre. Nel calendario cristiano celebriamo Ognissanti e il Giorno dei Morti nei primi due giorni di novembre. I santi sono gli uomini e le donne che stanno nelle lacune dell'anno, che riempiono i vuoti, costruiscono ponti, mantengono le cose in movimento. Quando ero novizio, ricordo che un priore ringraziò un fratello in partenza per aver "riempito un vuoto". Sembra che non ci fosse molto da dire sulla sua predicazione o sulle altre cose in cui era coinvolto, il suo grande contributo era stato quello di riempire un vuoto. All'epoca non mi sembrò granché e mi fece persino sorridere, dato che il fratello in partenza era piuttosto corpulento. Ma forse colmare un vuoto è un ruolo più profondo e importante di quanto sembri a prima vista.

Cristo è colui che colma il vuoto più minaccioso. Come un nuovo Mosè, egli sta nella breccia (Sal 106,23; Am 7,7) che allontana gli esseri umani in modo più fondamentale da Dio. Egli è il giusto che sta nella breccia a favore del popolo (Ez 22,30; 13,5), il mediatore che negozia a loro nome, colui che protegge le mura della città. Crocifisso su una collina appena fuori dalle mura della città, il suo corpo punta in tutte le direzioni. È il punto fermo del mondo che gira, la pietra scartata che è diventata la pietra angolare, colui che entra nell'oscurità più profonda del grande divario della morte e fa risplendere la luce in quel luogo. Egli sta alla porta, eroe crocifisso, salvatore del suo popolo, riparatore della breccia.

Nella festa di Ognissanti celebriamo tutte quelle persone, specialmente quelle che non sono diventate famose, che hanno colmato le brecce con l'amore di Cristo. Tutti conosciamo due, cinque o otto persone di questo tipo, forse sconosciute a tutti i nostri amici. Quindi sono già molte le persone buone che, in modi piccoli, ordinari, ma molto importanti, hanno fatto questo: aiutando i poveri, insegnando agli ignoranti, confortando gli afflitti, aiutando i peccatori a riconciliarsi, incoraggiando gli abbattuti, perdonando le offese, visitando i malati e i carcerati, e così via. Sono tutte lacune significative che vengono colmate dall'amicizia e dall'amore. I santi sono coloro che portano speranza dove c'è disperazione, luce dove c'è oscurità, perdono dove c'è offesa e amore dove c'è odio.

I santi sono coloro che sono segnati dal segno della croce, il segno dell'uomo giusto che sta nella breccia. Sono i poveri di spirito e i puri di cuore, affamati e assetati di giustizia. Piangono con chi piange e gioiscono con chi gioisce, mostrano misericordia e fanno pace. In questo senso, non c'è niente di meglio che possiamo dire di coloro che ci hanno preceduto: le persone buone e sante che abbiamo conosciuto hanno colmato le lacune, riempiendole di fede, speranza e amore.

sabato 31 ottobre 2026

Settimana 30 Sabato (Anno 2)

Letture: Filippesi 1,18b-26; Salmo 41/42; Luca 14,1,7-11

L’insegnamento di Gesù non è semplicemente una regola di galateo sociale come quelle che si trovano in alcuni testi della letteratura sapienziale: meglio occupare un posto più umile con la possibilità di essere promossi piuttosto che occupare un posto più alto con la possibilità di essere retrocessi (e l’imbarazzo che ne deriverebbe). Quando parla di un «banchetto nuziale», si riferisce sempre al banchetto nuziale del regno che sta per venire. Chi ha diritto di partecipare? Su cosa si basa tale diritto? Da dove proviene l’invito? E come vanno classificate le persone al banchetto nuziale del regno? C’è qualcuno più importante di qualcun altro? Sembra che la risposta sia «no»

Le persone si osservano attentamente a vicenda. Questo accade ai banchetti nuziali. Gli occhi di tutti sono attenti agli altri, per riconoscere vecchi amici e familiari, ma anche per capire chi è più «alla moda», per vedere quali sono le tendenze e lo stile: è già un grande privilegio essere stati invitati, eppure ci chiediamo se altri non siano in qualche modo preferiti a noi. Chi non pensa al proprio posto quando vede come sono disposti i posti a sedere?

Qui, però, dobbiamo guardare innanzitutto al padrone di casa. Di che tipo o carattere è il padrone di casa? E chi è probabile che sia il più importante nel suo regno? Nelle parabole di Gesù, il padrone di casa è spesso il Padre Celeste, che è sempre misericordioso e generoso, benevolo verso gli ingrati e i malvagi. San Paolo ne parla spesso, sulla base della sua esperienza personale, e lo fa anche oggi nella prima lettura. Egli è aperto a qualunque cosa lo Spirito di Dio voglia fare di lui: partire per stare con Cristo o rimanere e continuare a servire Cristo nel prossimo. 

Le letture di oggi parlano quindi di umiltà e di grazia. La persona umile non si confronta con gli altri commensali né tantomeno con un’idea che ha di sé stessa. La persona umile si confronta solo con Cristo, riconoscendo così la propria grandezza e la propria nullità. Questo è, ancora una volta, ciò che fa Paolo, concentrandosi esclusivamente su Cristo e incoraggiando i suoi lettori a vantarsi solo di Cristo e di ciò che Egli sta compiendo in loro.

L’invito al banchetto celeste è una questione di grazia, non di diritto. Se riesci a vivere con un’umiltà e una generosità paragonabili a quelle di Cristo, stai già vivendo la vita della risurrezione. Coloro che vivono con umiltà e in vera carità sono già ospiti al banchetto, sono già cittadini del regno dei cieli.