Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

giovedì 26 febbraio 2026

I SETTIMANA DI QUARESIMA - GIOVEDI


Ester è nota per la sua bellezza e per il suo coraggio. Quando sentiamo di lei per la prima volta, ci viene detto che a differenza di tutte le giovani donne nel regno, ella attira lo sguardo del re. Ha 'trovato grazia ai suoi occhi': in altre parole, fu lei la sola che egli notò di tutte le candidate che avrebbero voluto essere le sue consorti. Doveva essere una donna di eccezionale bellezza.

La lettura della sua storia ci suggerisce che fu anche una donna di eccezionale coraggio. Sappiamo che l'amore perfetto scaccia il timore, ma sappiamo anche che il nostro amore non è mai perfetto. Quindi, qualche paura rimane. E ci può essere anche una paura accentuata nella relazione con coloro che amiamo, di deluderli, di offenderli, di ferirli. Un grande amore è compatibile quindi con una grande paura, non con il timore servile ed egocentrico di punizione che viene scacciato dall’amore, ma con il tipo di paura che sperimentiamo alla presenza di grande bellezza, di vera santità, di bontà innegabile. Una paura che è una sorta di timore reverenziale.

Il coraggio non è una virtù che rimuove la paura, ma una virtù che ci permette di fare ciò che è giusto, nonostante la paura. Rimaniamo nella paura anche nel momento in cui ci comportiamo con coraggio. E vediamo questo nella potenza della preghiera di Ester, una parte della quale viene letta come prima lettura di oggi. Lei non ha tanta paura di Dio, come ne ha di suo marito: ha bisogno di prendere in mano la propria vita, di rischiare la sua ira, se intercede per il popolo.

Ma lo fa, le sono date le parole con cui pregare. 'Liberaci dalla mano dei nostri nemici', dice, 'volgi il nostro lutto in gioia e le nostre sofferenze in salvezza'. Liberaci dal male.

Gesù ci incoraggia ad avere lo stesso atteggiamento di fiducia e di confidare nel Padre. Dovremmo rivolgerci a lui nella preghiera, anche quando abbiamo paura e apprensione, quando ciò può sembrarci terribile e minaccioso. Chiedi, cerca, bussa. Se non è possibile trovare le parole usa le parole di Ester, o le parole di Giobbe, o le parole dei Salmi, soprattutto le parole che Gesù ci ha insegnato. Parlano tutti già delle cose per le quali vogliamo pregare.

Dovremmo praticare la preghiera e questo è l'unico modo per imparare. Siamo già più di una settimana in Quaresima ed è uno degli scopi principali di questo tempo il tornare alla preghiera, il farlo più regolarmente, il dare più tempo ed energia a questo. Possiamo aver bisogno di coraggio in un primo momento, se ci sentiamo oppressi dai nostri peccati, delusi per lo stato della nostra anima. Possiamo aver bisogno di andare a confessarci per sollevarci da questa schiavitù e bandire questa delusione. Allora, potremo pregare di nuovo con coraggio.

E bisogna ricordare il nostro prossimo nelle nostre preghiere. Gesù non permetterà che ci rifugiamo in una vita spirituale egocentrica, in un’egocentrica ricerca di 'santità'. ' Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro’, dice il Vangelo di oggi. 'Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori', dice il Padre nostro. Il suo amore per il suo popolo dà ad Ester il coraggio di parlare, in primo luogo a Dio, e poi al re. Quando anche noi saremo toccati dal grande bisogno degli altri troveremo facile pregare, le parole verranno. Troveremo anche il coraggio non solo di parlare con Dio, ma di affrontare qualunque bisogno umano da cui ci sentiremo interpellati.
 

mercoledì 25 febbraio 2026

1 SETTIMANA DI QUARESIMA - MERCOLEDI

Letture: Giona 3,1-10; Sal 50/51; Luca 11,29-32

In che cosa consiste il segno di Giona? Per Luca, la predicazione di Giona e il pentimento dei Niniviti sono il segno per chi ascolta Gesù. La regina di Saba venne ad ascoltare la sapienza di Salomone e il popolo di Ninive ascoltò la predicazione di Giona. C'è qualcosa di più grande sia di Giona che di Salomone. Dovete quindi ascoltare lui, Gesù, vivere della sua saggezza e rispondere alla sua chiamata al pentimento.

In Matteo, Gesù riporta la parte precedente delle avventure di Giona e indica i suoi tre giorni nel ventre del pesce. Questo è il segno di Giona, secondo Matteo, una prefigurazione dei tre giorni che Gesù avrebbe trascorso da morto nella tomba. Il racconto di Matteo ci offre l'immagine più forte e potremmo essere tentati di supporre che Luca implichi la stessa cosa. Ci sono poche immagini bibliche più potenti di quella di Giona nel ventre del grande pesce.

Ma per Luca la predicazione di Giona e il pentimento del popolo sono il segno. E questo ci apre la strada per notare un'altra cosa nell'esperienza di Giona a Ninive. Non solo il popolo si pente, ma anche Dio si pente del male che aveva detto di voler fare loro. Il pentimento di Dio dispiacque molto a Giona, ci viene detto, ed egli si arrabbiò.

Quando Gesù indirizza i suoi ascoltatori al segno di Giona, deve pensare che la misericordia divina mostrata in quel luogo sia in primo piano. Dopo tutto, egli è venuto a mostrarci il Padre. Il pentimento di Dio nel Libro di Giona anticipa tante parabole di Gesù in cui la giustizia di Dio diventa sconcertante perché inghiottita dalla misericordia di Dio. Se ci sentiamo un po' arrabbiati con il figliol prodigo, o con gli operai dell'undicesima ora che vengono pagati come quelli che hanno lavorato tutto il giorno, o al pensiero che prostitute e altri peccatori pubblici entrino nel regno dei cieli prima di noi, allora siamo in compagnia di Giona.

Egli si sentiva usato da Dio. La sua missione era stata un successo completo, l'intera città si era pentita alla sua predicazione, ma lui era ancora arrabbiato. Questo è il segno di Giona. Chiamandoci al pentimento, Dio ci chiede di diventare come Lui. Egli è sempre pronto a essere misericordioso, a volgersi verso di noi. Come il padre nella storia del figliol prodigo, il primo segno di pentimento del peccatore conquista l'attenzione e la misericordia di Dio. (In realtà crediamo che non sarebbe nemmeno possibile senza la precedente attenzione e misericordia di Dio).

La Quaresima è quindi un tempo di pentimento reciproco, in cui rivolgiamo il nostro cuore al Padre sapendo che il cuore del Padre è rivolto verso di noi. Possiamo essere certi del pentimento di Dio, della sua disponibilità a mostrare misericordia. Come Dio ha visto dalle loro azioni che i Niniviti si stavano allontanando dal loro peccato, così noi abbiamo visto dalle azioni di Dio che egli è rivolto verso di noi. E noi, allora? Dobbiamo dimostrare con le nostre azioni che stiamo rispondendo alla chiamata di Gesù al pentimento. Per aiutarci a rispondere a questa chiamata, il Padre ci ha dato non solo il segno di Giona, ma il segno di Gesù.

martedì 24 febbraio 2026

I SETTIMANA DI QUARESIMA - MARTEDI


Il passaggio di Isaia è uno dei più brevi, ma anche uno dei più belli utilizzati nella liturgia della Chiesa. La parola che esce dalla bocca di Dio non ritorna a Lui vuota. Perciò, la parola è destinata a ritornare alla sua fonte. La parola è, quindi, in missione. È detta non solo al fine di riecheggiare attraverso i cieli in circoli sempre più ampi. Viene effusa, come la pioggia e la neve, per entrare in contatto con il creato, per irrigare la terra e renderla feconda, fornendo sementi e cibo.

La parola che viene detta, come tornerà, con quale frutto, e dopo aver generato che tipo di vita? Sembra che tornerà con altre parole, con gli echi che ha generato, con i cambiamenti che ha provocato, con le relazioni che ha stabilito. Le parole fanno tutte queste cose, echeggiano, suscitano in risposta altre parole, cambiano le cose, stabiliscono e confermano i rapporti.

Leggere questo brano, come facciamo oggi, insieme con il passo di Matteo in cui Gesù insegna ai suoi discepoli il Padre nostro, ci introduce in una più profonda meditazione sulla parola, le parole e la Parola. Perché nel Padre nostro ci sono consegnate le migliori parole umane con le quali echeggiare il dialogo del Padre con noi. Ogni parola che proferiamo che sia in qualsiasi modo vera o buona, è un’eco della parola di verità e di bontà che stabilisce la creazione e ci parla attraverso di essa. Ma ora Egli ha parlato a noi attraverso la Sua Parola, e questa Parola, il Signore incarnato, ci dà le parole umane che ci permettono non solo di echeggiare la verità e la bontà di Dio, ma anche di partecipare alla Sua conversazione con il Padre.

"Il Padre vostro sa di che cosa avete bisogno prima che glielo chiediate". La preghiera è una delle opere di Quaresima, non perché è destinata ad essere penitenziale e noiosa, ma perché è il cuore di ciò per cui siamo credenti cristiani. La preghiera è il modo in cui partecipare allo scambio, alla conversazione che si svolge tra il Padre e il Figlio. Il Padre parla e la Parola è pronunciata. Il Padre è la sorgente di ogni essere, vita e comprensione ed è adeguatamente accolto e compreso solo dal Figlio eterno, è adeguatamente apprezzato e amato solo dal Figlio nello Spirito.

Il Padre Nostro è la traduzione della Parola in parole. Ecco la pioggia e la neve che daranno da bere alla terra, addolcendo i nostri cuori, concentrando le nostre menti, generando la vita e l'amore in noi. Siamo invitati a entrare nel grande circolo che è la missione del Verbo, pronunciato da tutta l'eternità nella creazione, inviato nel tempo per redimere la creazione, ritornato al Padre dopo aver compiuto ciò che è stato inviato a fare. Noi ci 'tuffiamo’ in questo grande movimento dicendo il Padre Nostro, facendo nostre quelle parole. Quando esse diventeranno l'espressione veritiera delle nostre menti e volontà, allora avremo trovato il nostro posto come figli adottivi del Padre. In Gesù Cristo, ascoltiamo la Parola del Padre. Nel ripetere le parole che ci ha insegnato, diventiamo amorosi servitori della Parola di Dio. Entriamo nella mente e nella volontà di Cristo, ci uniamo al coro di lode e di intercessione di cui Egli è il leader, ci convertiamo e ritorniamo a sentirci a casa nel Padre e, in Lui, ci sentiamo di nuovo a casa anche in noi stessi.

lunedì 23 febbraio 2026

1 SETTIMANA DI QUARESIMA LUNEDI

Letture: Levitico 19:1-2, 11-18; Sal 18/19; Matteo 25:31-46

A questa famosa scena del giudizio universale, della separazione delle pecore e delle capre, si potrebbe chiedere: quale essere umano c'è che non abbia prima o poi aiutato un altro? E quale essere umano c'è che non abbia prima o poi mancato di aiutare un altro? L'insegnamento importante qui non è dunque di tipo moralistico e dobbiamo trarne qualcos'altro. Ciò che dobbiamo trarre è il suo insegnamento su Cristo nel più piccolo dei nostri fratelli e sorelle: servendo gli uni gli altri lo stiamo servendo.

Il triangolo quaresimale preghiera-elemosina-digiuno è al servizio del triangolo cristiano Dio-altri-sé: questa è la rete di relazioni in cui viviamo la nostra vita se cerchiamo di viverla secondo il grande comandamento di amare Dio e amare il prossimo come noi stessi.

Chi è il bisognoso? La risposta di questo Vangelo è molto chiara, poiché elenca i bisogni fondamentali dell'umanità e le opere di misericordia che rispondono a tali bisogni. Ma l'esperienza di una comunità come l'Arche, ad esempio, ci obbliga a ripensare alla “capacità” e alla “disabilità”, al “bisogno” e alla “forza”. Lì impariamo a conoscere l'abilità dei disabili (per l'amore, l'onestà, la fiducia, ad esempio) e la disabilità dei normodotati (per l'amore, l'onestà, la fiducia, ad esempio).

Si riapre così la questione di chi sia il più piccolo dei fratelli e delle sorelle di Cristo. La risposta sembra essere: tutti, in qualche momento o in qualche modo. Prendendoci cura di chiunque abbia bisogno di cure, ci prendiamo cura di Cristo. A volte le cure necessarie richiedono opere di misericordia corporali, che si occupano dei bisogni fisici come cibo, vestiti e alloggio. A volte sono necessarie opere di misericordia spirituale: incoraggiamento, accompagnamento, perdono, ascolto. Lungo il cammino dell'amore insegnatoci da Cristo, scopriamo la nostra necessità e la nostra forza.

domenica 22 febbraio 2026

I DOMENICA DI QUARESIMA - ANNO A


Le realtà sulle quali Gesù fu tentato dal diavolo sono tutte le cose che egli più tardi farà, ma le farà per amore del Padre suo e non su invito di Satana. Nei miracoli del pane e nel mistero dell'Eucaristia assicura il pane agli affamati. Nella follia della sua passione si mette completamente sotto la custodia del Padre e degli angeli, ed è sostenuto persino sul punto di essere risuscitato dai morti. Innalzato sulla croce nella collina del Calvario, regnerà su tutti i regni del mondo, una sovranità confermata nella sua ascensione alla destra del Padre. Egli dimostra di essere il Figlio di Dio, ma lo fa non alle condizioni del diavolo, come opera di orgoglio e di autoaffermazione, ma semplicemente per amore del Padre suo, in risposta alla volontà del Padre conosciuta attraverso la preghiera.

Anche se siamo tentati di leggere la storia di Adamo ed Eva come rozza e primitiva, siamo avvertiti che il serpente era astuto più di tutte le bestie della terra. Così il diavolo presenta a Gesù non l'opposto di ciò che riguarda la sua missione ma un simulacro, un qualcosa di così vicino a ciò che davvero è la sua missione che potrebbe proprio funzionare. 'Se tu sei Figlio di Dio ...' è un argomento aperto, seducente e non giudicante. C'è sempre una verità in ciò che il diavolo promette: 'Tu non morirai' - beh non immediatamente, o forse non fisicamente, ancora, ma certamente nel tuo rapporto con Dio. Le tentazioni dicono allora qualcosa di vero circa la missione di Gesù, ma alle condizioni del Diavolo e in maniera così distorta e perversa.

Queste tentazioni di Gesù che leggiamo ogni anno la prima Domenica di Quaresima sono paradigmatiche in due modi. In primo luogo, riassumono tutte le tentazioni vissute da Gesù nel corso della sua vita. Le possibilità a lui offerte sono qui sempre presenti: la tentazione di fare miracoli e così convincere la gente piuttosto che invitarla e guidarla ad un’obbedienza sincera; la tentazione di evitare di mettersi completamente sotto la custodia del Padre ('questo calice passi da me') e così tirarsi indietro dal compito che gli è affidato; la tentazione di essere un altro tipo di re ('Lungi da me, satana') e così fondamentalmente tradire chi ha visto in lui la possibilità di una reale salvezza. Sono anche paradigmatiche come tentazioni di ogni uomo: vogliamo davvero mettere Dio al primo posto nella nostra vita senza essere distratti da desideri di autoconservazione, di potere, di essere qualcosa agli occhi di altre persone, piuttosto che agli occhi di Dio? Vogliamo davvero amare Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima, tutta la nostra forza?

Il diavolo ora invita Gesù ad agire piuttosto che aspettare. È ancora un altro aspetto del cedere alla tentazione: anticipiamo, agiamo prima del tempo e cerchiamo di impadronirci di ciò che ci deve essere dato. Afferrando il dono distruggiamo il suo carattere di dono e la nostra attenzione si allontana dal Donatore. Nostro interesse diventano i doni di Dio, piuttosto che il datore di quei doni. Quando cediamo alla tentazione, trasformiamo Dio di nuovo in un fornitore di cibo, in un datore di sicurezza e identità, e in un potere che cerchiamo di manipolare. Il diavolo ci invita a prendere il controllo della nostra vita, a essere maturi e adulti, a prendere decisioni per noi stessi (informati sulle loro conseguenze dal diavolo!), per allontanarsi dal 'regolamenti' di Dio apparentemente arbitrari per costruire un mondo che sembra buono per noi, e il mondo migliore di quello che Dio sembra essere in difficoltà a gestire. E che casino che facciamo!

Il giardino, che dovrebbe essere un luogo gioioso per l'amante e la sua amata, diventa un deserto. Il tempio, che dovrebbe essere un luogo di preghiera per tutte le nazioni, diventa un covo di ladri. La montagna, che dovrebbe essere un luogo da cui vedere di più e vedere meglio, diventa rumorosa e confusa. Questi luoghi di incontro con Dio - il deserto, il tempio, la montagna - sono sempre anche i luoghi di prova. Il diavolo ha più interesse per i luoghi in cui gli esseri umani cercano di impegnarsi con Dio. Ma attraverso la tenera misericordia di Dio il deserto diventerà un luogo da cui proviene una nuova vita, un luogo in cui le persone imparano di nuovo a camminare con Dio. I profeti hanno parlato di questo e Gesù lo compie. Attraverso il rinnovamento radicale del suo significato e del suo scopo, il tempio diventa di nuovo il luogo di un vero sacrificio, il luogo in cui possiamo essere sicuri della presenza di Dio, e il tempio è ora il Corpo di Cristo. Dalla avvilente collina del Golgota, con la sua morte in croce, Gesù dona al mondo la prospettiva attraverso cui tutte le cose si devono giudicare, tutta la vita e l'amore, tutto il peccato e la morte, tutte le aspirazioni e il fallimento. Sulla croce, come dice S. Agostino, Gesù insegna ex cathedra - a tutti i regni del mondo dà l'insegnamento completo, finale ed eternamente autorevole sul peccato e sull’amore.

I racconti delle sue tentazioni ci insegnano che Gesù è il secondo Adamo. Egli è ‘ogni uomo’, egli è Israele. È fedele al credo di Israele non solo recitando le parole di quel credo, ma rendendo effettive quelle parole. Così egli non dimentica Dio quando è sazio o quando ha fame. Non adora alcun altro Dio. Non rivendica regalità sulle nazioni fino a quando non gli sarà data. Non è ancora il momento per rispondere alla domanda strategicamente condizionale del diavolo, 'se tu sei il Figlio di Dio ...' Ma nel tempo opportuno di Dio si avrà risposta, nella pienezza dei tempi, quando sarà venuta l'ora. Allora tutti gli uomini e le donne vedranno la salvezza del nostro Dio, tutti gli uomini e le donne saranno invitati a condividere la sua gioia, per regnare nella vita per mezzo di Gesù Cristo, il Figlio dell'Uomo e il Figlio di Dio.

sabato 21 febbraio 2026

Sabato dopi il Mercoledi delle Ceneri

Letture: Isaia 58,9-14; Salmo 86; Luca 5,27-32

Una prima riflessione: la categoria “giusto” è vuota (o almeno ha un solo membro) e quindi l'appello al pentimento è universale: è per “i molti”, “la generalità”, “l'umanità”.

Una seconda riflessione: Luca aggiunge che i peccatori sono chiamati al “pentimento”, metanoia. Quindi non si tratta solo di dire: “Certo, non siamo tutti peccatori e Dio non è buono”. C'è una chiamata a seguire Gesù, a cambiare la nostra vita stando con lui. Gli esattori delle tasse e i peccatori sanno di aver bisogno della sua presenza, i farisei non se ne rendono conto.

Una terza riflessione: invertiamo la domanda, in modo che non sia “perché mangiate con gli esattori delle tasse e i peccatori”, ma “perché gli esattori delle tasse e i peccatori mangiano con voi”? Fa qualche differenza? Il cambiamento è troppo sottile per avere un significato? Ecco la differenza: vediamo il peccato e il male in relazione al bene, non il contrario. Il nostro punto di riferimento non è il male e come possiamo evitarlo (o loro), ma è il bene e come possiamo perderlo (o loro) - o Lui.

Una quarta riflessione: il digiuno e la preghiera, due delle opere della Quaresima, potrebbero essere fatte in modo del tutto personale e privato, preoccupandosi della coltivazione della propria anima. Questo è facile da vedere nel caso del digiuno. Per quanto riguarda la preghiera, San Giacomo ci avverte che possiamo chiedere in modo sbagliato, quando chiediamo per spendere i doni di Dio per le nostre passioni. L'elemosina ci obbliga a guardare al di fuori di noi stessi e ci pone di fronte a questa domanda: “Quali confini pongo al mio mondo”? Non possiamo condividere il nostro pane con gli affamati senza aprirci a un mondo più grande di quello del nostro ego, anche se (soprattutto se) si tratta di un ego che aspira a essere “spirituale” o addirittura “santo”.

venerdì 20 febbraio 2026

Venerdì dopo il Mercoledì delle Ceneri

Letture: Isaia 58,1-9; Salmo 51; Matteo 9,14-15

Con una serie di immagini la Bibbia parla di una scelta presentata dalla Parola di Dio a coloro che la ascoltano.

Secondo il Libro del Deuteronomio, in un passo letto ieri a Messa, la scelta di osservare i comandamenti di Dio o di non osservarli è una scelta tra la vita e la morte, tra la benedizione e la maledizione. Per gran parte della “letteratura sapienziale” la scelta, espressa nel modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con Dio, è tra camminare nella via della sapienza o scendere nella via della stoltezza. Paolo contrappone la vita secondo lo Spirito alla vita secondo la carne, mentre Giovanni ama l'immagine della luce e delle tenebre.

Nella sua predicazione Gesù parla senza mezzi termini di questa scelta. Si tratta di scegliere tra una porta stretta che si apre su una strada difficile e una strada facile e larga che, però, porta alla perdizione (Mt 7,13-14). Il Vangelo di oggi lo dice ancora più chiaramente: dobbiamo scegliere tra il desiderio di salvare la nostra vita, che significa perderla, e il perdere la nostra vita per amore di Cristo, che significa salvarla.

La prima lettura di oggi ci offre un'immagine fisica e molto concreta della scelta che dobbiamo fare tra questi due modi contrastanti di vivere: il pugno chiuso e la mano aperta.

Pensate alla differenza tra l'essere affrontati con un pugno chiuso e l'essere offerti con una mano aperta. Il pugno chiuso significa minaccia, rifiuto, arroganza, esclusione, rifiuto, rabbia e violenza. La mano aperta significa amicizia, aiuto, pace, condivisione, comunicazione e connessione.

Nella prima lettura di oggi Isaia incoraggia i suoi ascoltatori a “liberarsi dal giogo, dal pugno chiuso, dalla parola malvagia”, e a farlo “dividendo il pane con l'affamato e vestendo l'uomo che vedi nudo”. Il Salmo 111 sviluppa l'idea: “L'uomo buono ha pietà e presta... è generoso, misericordioso e giusto... a mani aperte dà ai poveri”.

Laddove il pugno chiuso è ingeneroso, non ricettivo e chiude le cose, la mano aperta è generosa, accogliente e vulnerabile.

Il Cristo crocifisso ha aperto le mani, le braccia e il cuore sulla croce per darci la rivelazione definitiva di Dio. Questo cuore aperto al mondo contiene un amore che va al di là di ogni aspettativa e di ogni speranza naturale, un amore che va al di là di ogni canto o racconto. Il Dio che spalanca la sua mano per soddisfare i desideri di tutti i viventi (Sal 145) ha ora spalancato il suo cuore per portare alla vita eterna tutti coloro che ha scelto (Ef 1,11).

Le ragioni per cui, a volte, scegliamo la via del pugno chiuso piuttosto che quella della mano aperta possono essere molteplici: ferite e delusioni, stanchezza e indifferenza, paura e incomprensione, egoismo e disprezzo.

Qualunque sia la ragione, il pugno chiuso implica sempre un allontanamento dalla propria parentela e la negazione, di fatto, che gli altri siano della stessa parentela. La mano aperta, invece, significa rivolgersi agli altri come nostri parenti, creature umane simili, fratelli e sorelle, figli dello stesso Padre celeste che condividono una chiamata comune e una speranza comune.

Così come la presenza del sale e della luce non può essere nascosta e la loro assenza sarà notata, la gentilezza della persona buona non può essere negata e lo shock del pugno chiuso ci fermerà. Le opere buone di chi ha le mani aperte risplendono affinché gli uomini lodino il Padre per la santità che intravedono nelle sue creature. Abbiamo capito che Dio è così, che fa sorgere il suo sole sui cattivi come sui buoni, che la sua pioggia cade sugli onesti come sui disonesti (Mt 5,45).

Una delle tre opere della Quaresima è l'elemosina, l'apertura dei nostri cuori e delle nostre mani al prossimo, specialmente al prossimo povero in qualsiasi tipo di bisogno. La Quaresima è quindi un tempo per esercitarsi a passare dal pugno chiuso alla mano aperta. Ci chiudiamo in noi stessi, indurendo il nostro cuore e stringendo il pugno? Oppure dobbiamo seguire Cristo aprendo le nostre mani e i nostri cuori, tendendo la mano agli altri con generosità e giustizia? Che senso ha aprire le mani in preghiera a Dio, che senso hanno la penitenza e la disciplina, se non diamo una mano di gentilezza ai nostri fratelli e sorelle nel bisogno?