Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

martedì 23 giugno 2026

Settimana 12 Martedì (Anno 2)

Letture: 2 Re 19:9b-11,14-21,31-35a,36; Salmo 48; Matteo 7:6,12-14

Il problema di dare ciò che è sacro ai cani, o di gettare le perle davanti ai porci, è che penseranno che si tratti di cibo. È la prima preoccupazione degli animali. Saranno indifferenti alla santità di ciò che offrite loro e rimarranno delusi se proveranno a mangiare le perle.

E noi? Anche noi siamo animali, non è vero, e le nostre prime preoccupazioni sono spesso a quel livello della nostra esistenza: cibo, riparo, sesso, sicurezza. Quando si dimentica che siamo animali, si creano problemi di ogni tipo, così come quando si dimentica che siamo più che animali.

La sfida sta nella comunicazione di cose buone da parte di Dio. Siamo in grado di ricevere queste cose buone e di valutarle per quello che sono realmente? Oppure siamo più propensi a tradurle in termini più comprensibili per noi stessi, a considerarle come destinate a soddisfare i nostri bisogni e desideri, a misurarle in base a tali bisogni e desideri. Questo potrebbe significare che resteremo indifferenti ad alcuni aspetti importanti dei doni di Dio e che resteremo delusi se cercheremo di utilizzare alle nostre condizioni doni il cui significato è ben diverso da quello che pensiamo immediatamente.

C'è dunque un sentiero stretto da percorrere, c'è un nuovo linguaggio da imparare. Non è mai facile imparare una nuova lingua e più si diventa anziani più è difficile imparare una nuova lingua. Questo vale anche per la nostra vita di fede e di preghiera. Ci fissiamo in schemi di credenze e di pratiche da cui può essere molto difficile allontanarci. Ci assestiamo su schemi di peccato e di indifferenza dai quali può essere molto difficile allontanarci.

Ci viene offerto ciò che è santo, ci vengono date perle di grande valore: siamo attrezzati per comprendere i doni offerti, per apprezzare le perle che ci vengono proposte? Gesù risponde a questa domanda richiamandoci a un principio fondamentale: trattate sempre gli altri come vorreste che gli altri trattassero voi. Non si tratta solo di una raccomandazione pragmatica, di una sorta di galateo o di una strategia per stare bene in società. Gesù dice che è il senso della Legge e dei Profeti.

È un'affermazione importante, un po' sorprendente: il significato della Legge e dei Profeti si trova nel principio "tratta sempre gli altri come vorresti che gli altri trattassero te". La Legge e i Profeti ci rivelano come il Signore, il Dio di Israele, vuole essere trattato dal suo popolo. E quindi lo tratta in questo modo.

Questa è la chiave che ci aprirà la porta stretta. Se vogliamo comprendere i doni che Dio vuole condividere con noi, non guardiamo ai nostri bisogni e desideri, perché questo significherebbe ridurre i doni di Dio alla misura delle nostre preoccupazioni. Guardiamo a come Dio ha trattato il suo popolo nel corso dei secoli e impariamo da questo. Significa imparare il linguaggio della grazia e della misericordia di Dio. Significa imparare il linguaggio della giustizia e della perseveranza di Dio. Significa imparare il linguaggio dell'amicizia e dell'amore di Dio, rivelato prima nella Legge e nei Profeti e portato al culmine nell'opera di Gesù Cristo.

Le cose sante offerte a noi, le perle poste davanti a noi: dobbiamo imparare ad apprezzare questa comunicazione di Dio. Dobbiamo imparare a vivere in questo nuovo mondo dell'amicizia divina. È la strada che porta alla vita e noi impariamo a percorrerla imitando Dio. Dobbiamo essere perfetti come il Padre è perfetto, misericordiosi come il Padre è misericordioso. Possiamo entrare in questo modo di vivere solo guardando oltre i nostri bisogni e desideri immediati. Lo facciamo guardando a Dio e imparando a ricevere la comunicazione di Dio di queste cose sante a noi. Ciò significa guardare a Gesù, il Figlio del Padre Eterno, attingere vita da Lui, imparare il linguaggio che è venuto a insegnarci, vivere la comunione che ha stabilito per noi nel Padre e nello Spirito.

Condividiamo gran parte del nostro DNA con cani e maiali. La meraviglia della nostra fede è che creature come noi, animali pieni di bisogni e desideri fondamentali, sono chiamate a vivere a un nuovo livello, a vivere una vita di conoscenza reciproca e di amore in amicizia con Dio, il Creatore e Signore di tutte le cose. Come possiamo comprendere la santità di tutto ciò? Come possiamo ricevere una tale perla, di così grande prezzo?

domenica 21 giugno 2026

Settimana 12 Lunedi (Anno 2)

Letture: 2 Re 17,5-8, 13-15a, 18; Salmo 59/60; Matteo 7,1-5

L’immagine di una persona con una trave nell’occhio è una delle più assurde dei Vangeli. Non è l’unico punto in cui Gesù ricorre a paragoni surreali ed esagerati per esprimere un concetto. Il punto qui è quello di metterci in guardia dai modi in cui il nostro giudizio sugli altri è inevitabilmente distorto.

È quindi meglio astenersi del tutto dal giudicare gli altri. Naturalmente ci sono situazioni in cui siamo obbligati a discernere, decidere ed esprimere un giudizio su cose e persone. La virtù della prudenza riguarda proprio questi casi. Ma si tratta di un tipo di giudizio diverso da quello a cui si fa riferimento qui.

Qui il giudizio riguarda la bontà fondamentale o meno di un’altra persona, le motivazioni del suo comportamento, le sue intenzioni nel fare ciò che fa. È meglio lasciare quel tipo di giudizio a Dio, cercando noi stessi di essere sempre gentili e misericordiosi verso gli altri, così come desideriamo che Dio sia gentile e misericordioso verso di noi.

Quella richiesta del Padre Nostro è quindi rischiosa, quella con cui chiediamo che il Signore ci perdoni come noi perdoniamo gli altri. È proprio questo il punto cruciale, e la prima cosa a cui pensare: come perdono gli altri? Li perdono davvero?

Dio ci permette di stabilire il criterio: «Con la misura con cui misurate, sarete misurati». Se non comprendiamo il perdono nei confronti degli altri, non sapremo nemmeno apprezzare il grande dono che è la misericordia di Dio quando la riceviamo noi stessi. Sarà per noi una lingua straniera, al di là della nostra comprensione, come se avessimo una trave negli occhi.

sabato 20 giugno 2026

Settimana 12 Domenica (Anno A)

Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68/69; Romani 5,12-15; Matteo 10,26-33

«Il dono gratuito non è come la trasgressione». È un’affermazione di San Paolo che dovrebbe davvero essere messa in evidenza in ogni luogo in cui si predica il Vangelo. Dovrebbe essere pronunciata alla luce del sole e proclamata dai tetti.

Perché? Perché il più delle volte la nostra fede vera si limita a qualcosa di meno di questo. Ricadiamo nel pensare che il dono gratuito soddisfi i bisogni e i desideri di chi ha peccato. È un dono, sì, e gratuito, sì, ma ridimensionato alla misura del nostro bisogno. Come se Dio fosse semplicemente «il nostro dio», la soluzione ai nostri problemi, la risposta alle nostre domande, colui che mette le cose a posto per noi.

Spesso comprendiamo la grazia all’ombra della trasgressione – del nostro peccato e della nostra debolezza, del nostro bisogno e del nostro desiderio – quando la verità è che la grazia, come continua a dire Paolo, supera questi limiti, «abbonda per i molti» («molti» nel senso di generalità, umanità, in altre parole tutti noi). L’inno di Paolo, che esalta la grazia (così potremmo pensare), continua: se il regno del peccato significa morte per molti a causa della disobbedienza di un solo uomo, «tanto più», «tanto più» – lo ripete due volte! – il regno della grazia significherà vita per i molti grazie all’obbedienza di quell’unico uomo, Gesù Cristo.

L’insegnamento di Gesù – le sue parabole, i miracoli e i discorsi – mira a scuoterci affinché comprendiamo la realtà della grazia, ovvero che nel regno di Dio valgono criteri diversi. Egli parla di criteri diversi di giustizia, riconciliazione, comunità: i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, c’è più gioia in cielo per un solo peccatore che si pente, le prostitute e i pubblicani entrano per primi – ci sono così tanti detti paradossali, che a noi spesso sembrano semplicemente contraddittori.

Ci sentiamo più a nostro agio con un ordine che si adatti a ciò che riusciamo a definire come «giustizia». A dire il vero, ci sentiamo più a nostro agio nel temere Dio che nell’amarlo. Conosciamo meglio il primo aspetto, che nasce dal peccato e dalle sue conseguenze, rispetto al secondo, che ci viene incontro come grazia e nuova creazione. «Non temete nessuno», dice Gesù nel Vangelo di oggi, «non abbiate paura». Ma noi abbiamo paura, preferendo la paura familiare del peccato e della punizione allo stupore e alla meraviglia che accompagnano le altezze e le profondità, le lunghezze e le larghezze sconosciute dell’amore sconfinato di Dio.

Cosa potrebbe significare per noi quell’amore? Cosa potrebbe ancora chiederci? Meglio la paura che conosci che l’amore misterioso, totalizzante, ricreatore (il che significa prima di tutto decreare, annullare, richiedere una nuova nascita).

Geremia, nella prima lettura, è ancora una volta una «figura» di Cristo che anticipa nella sua esperienza ciò che Gesù avrebbe subito. Il Signore si dimostra un potente paladino, salvando Geremia dai suoi nemici. Dio, tuttavia, non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi. Ha quindi luogo il «salvataggio» più straordinario, la Risurrezione, che non è solo il ripristino della vita com’era prima, ma l’inizio di una nuova creazione. Il dono gratuito non è come la trasgressione. La vita risorta non è come la morte. La paura che così spesso ci attanaglia non è come lo stupore e la meraviglia che riempiono i discepoli quando incontrano il Signore risorto, intravedendo così la gloria dell’amore di Dio.

«Ogni capello del vostro capo è contato». Non è incredibile? È solo un’ulteriore indicazione dei criteri che prevalgono nel regno di Dio, un regno la cui unica legge è l’amore sconfinato di questo straordinario Amante per ciascuna delle sue creature.

venerdì 19 giugno 2026

Settimana 11 Sabato (Anno 2)

Letture: 2 Cronache 24,17-25; Salmo 88/89; Matteo 6,24-34

Il regime davidico sta davvero mettendo alla prova la pazienza di Dio nelle letture che ascoltiamo in questi giorni. Dopo il dramma per assicurarsi che Joas diventasse finalmente re, egli si rivoltò contro la religione di Israele, istituendo il culto degli idoli e arrivando persino ad assassinare il profeta Zaccaria per averlo criticato. Zaccaria era il figlio dell’uomo che si era dato tanto da fare per far sì che Joas diventasse il legittimo re. È difficile immaginare un tradimento più profondo, una corruzione più grave.

Ma è «normale», come potremmo dire, dato che il popolo, ancora una volta, compiva ciò che era male agli occhi del Signore. Quante volte ci imbattiamo in questa espressione leggendo i libri storici della Bibbia. Tutto culmina nel disastro dell’Esilio, dopo che il Signore aveva tentato altri modi meno radicali per incoraggiare il popolo a rimanere fedele ai termini della sua alleanza con Lui.

Ancora una volta il contrasto con l’insegnamento di Gesù nella lettura del Vangelo è molto evidente. Egli sembra non avere alcun interesse per il potere o la ricchezza, per le cose che animano la vita politica nel mondo. «Affidatevi alla provvidenza di Dio» è il suo messaggio, poiché guardate come Egli abbia già riversato i suoi doni sul mondo.

È romantico, irrealistico, irresponsabile? Immaginate di dire a una persona povera che chiede aiuto: «Affidati alla provvidenza di Dio»! Naturalmente, in quell’incontro sono io a dover essere lo strumento della provvidenza di Dio per quella persona povera. Ma credo davvero nella cura di Dio per me, per noi, o la mia «fede» è in realtà solo un’altra strategia politica, che mi permette di tenermi aperte tutte le opzioni mentre allo stesso tempo mi dedico alle occupazioni mondane del potere e della ricchezza, con le gelosie e i conflitti a cui queste occupazioni portano inevitabilmente?

«Non potete servire Dio e mammona» è uno degli insegnamenti più chiari di Gesù. Mammona è il denaro. In un altro passo egli dice che dobbiamo usare il denaro, «quella cosa contaminata», ma farlo con saggezza e cautela, ricordando che è più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago che per un ricco entrare nel regno di Dio. Solo per grazia di Dio, per il quale nulla è impossibile.

I requisiti per la cittadinanza nel regno di Dio sono chiari e radicali: vivere con totale fiducia nella provvidenza di Dio e vivere nella libertà e nella generosità reciproca che tale fiducia rende possibili. Significa vivere in quella condizione di completa semplicità di cui parla T. S. Eliot, che costa nientemeno che tutto. Solo per grazia di Dio ciò è possibile, come vediamo nelle vite dei grandi santi: Francesco d’Assisi, Teresa di Calcutta, per esempio. Noi altri guardiamo con ammirazione e stupore, sperando di poter, almeno di tanto in tanto, intravedere quella libertà e mettere in pratica quella generosità.

giovedì 18 giugno 2026

Settimana 11 Venerdi (Anno 2)

Letture: 2 Re 11,1-4, 9-18, 20; Salmo 131/132; Matteo 6,19-23

La storia ci ha insegnato a conoscere bene le lotte e le dispute dinastiche, le guerre combattute per la successione al trono e ai regni: chi è l’erede legittimo? La forza ha sempre ragione? Tali conflitti scoppiano all’interno delle società tra gruppi diversi, persino all’interno delle famiglie, spesso a causa dei diritti di eredità.

Gli esseri umani hanno una capacità infinita di trovare motivi per separarsi dagli altri, per creare fazioni rivali, per contendersi ricchezza e potere. Anche la storia del popolo di Dio contiene momenti simili, come sentiamo nella prima lettura di oggi. Potremmo sentirci scandalizzati e sconvolti, chiedendoci perché ascoltiamo storie del genere. Che cosa hanno a che fare con me o con te, con il mio rapporto con Dio o con il tuo?

Le parole di Gesù nel Vangelo sono una boccata d’aria fresca in confronto: fate tesoro delle cose eterne, non di quelle di questa terra. Riponete lì il desiderio del vostro cuore, con Cristo, nel regno dei cieli, non in alcun regno terreno. Il cuore e lo sguardo devono essere sani: ciò che desideriamo e il modo in cui vediamo le cose. Il nostro amore e la nostra adesione alla verità, in altre parole. Se questi sono giusti, tutto andrà bene.

Ciò non significa che a volte non ci sporcheremo le mani con le questioni del mondo: potere, ricchezza, questioni sociali e politiche, le complessità delle relazioni umane. Ma significherà che queste non sono mai l’obiettivo ultimo per noi, non sono realtà divine e non meritano la nostra lealtà e il nostro impegno fondamentali.

Ci sono buoni credenti impegnati nelle questioni mondane, uomini e donne che si sforzano di seguire Cristo nel modo in cui vivono la propria vita e che sono anche politici, soldati, funzionari pubblici di vario genere. Svolgono i propri doveri tenendo sempre presente la dignità di ogni persona umana e le esigenze del bene comune. Lo fanno per motivi che non sono egoistici.

Quando agiscono in questo modo, anche se si trovano nel mondo della politica e degli affari, tali discepoli di Cristo mantengono il cuore e lo sguardo saldi. Servono la comunità umana, ma considerano sempre tale servizio come una preparazione, un’anticipazione del regno eterno in cui solo Dio è re e la cui vita e le cui attività sono sempre caratterizzate da giustizia, amore e pace.

Settimana 11 Giovedì

Letture: Siracide 48:1-14; Salmo 97; Matteo 6:7-15


ORDINARE I NOSTRI DESIDERI

UNA RIFLESSIONE SUL PADRE NOSTRO


E se pregassimo come segue:

Padre nostro, che sei nei cieli,

liberaci dal male

Non ci indurre in tentazione

Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori.

E dacci oggi il nostro pane quotidiano.

Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.

Venga il tuo regno,

e sia santificato il tuo nome.

Si tratta naturalmente del Padre Nostro recitato al contrario. Anche se continuiamo a recitare la preghiera nell'ordine in cui Gesù l'ha insegnata, forse, se vogliamo essere onesti, il vero ordine dei nostri desideri e quindi l'ordine in cui effettivamente preghiamo Dio è quello che ho appena presentato: il Padre Nostro ma capovolto.

Il pensiero mi è venuto durante il fine settimana, mentre sfogliavo alcune cose scritte da Vincent McNabb sulla preghiera. Egli parla della centralità del Padre Nostro, del suo uso frequente nell'Ufficio divino e del fatto che esso racchiude non solo tutte le richieste che potremmo voler fare a Dio, ma anche l'ordine in cui tali richieste dovrebbero essere fatte. San Tommaso, in una bella frase che sicuramente vi ho già citato, dice che la preghiera è desiderii interpres, l'interprete del desiderio. Il cuore umano desidera e la preghiera, l'oratio, è l'articolazione dei suoi desideri. Le parole di preghiera sulle nostre labbra danno forma ai desideri del nostro cuore, dice Tommaso.

McNabb aggiunge che recitando il Padre Nostro impariamo non solo per cosa dobbiamo pregare, ma anche l'ordine in cui dobbiamo farlo. Quindi non è solo un interprete del nostro desiderio, ma anche un insegnante del nostro desiderio, una scuola in cui impariamo il giusto ordine dei desideri umani. Se è, come lo chiamiamo, il Padre Nostro, allora forse è solo Nostro Signore che può dirlo sinceramente nell'ordine in cui tuttavia continuiamo a dirlo. Gesù è colui il cui cuore è, senza qualifiche e senza riserve, messo a disposizione della volontà del Padre. È colui la cui vita è semplicemente e completamente rivolta a dare gloria al nome di Dio. È colui la cui vita si identifica semplicemente con l'avvento del regno di Dio.

Se guardiamo ai nostri poveri sforzi di preghiera, ci accorgiamo subito, credo, che diciamo il Padre Nostro, ma più o meno alla rovescia. I desideri ci sono tutti, ma il loro ordine richiede ancora attenzione ed è per questo che dobbiamo pregare costantemente, come ci dice San Paolo. Diamo un'occhiata e vediamo se quello che dico non è vero.

Liberaci dal male. Questa sarà la nostra prima petizione nel Padre Nostro capovolto. È vero, non è vero, che ci rivolgiamo alla preghiera e spesso ritorniamo alla preghiera quando ci troviamo in difficoltà. La presenza del male è l'incentivo più forte per spingere le persone a pregare. Famose vignette mostrano file di banchieri della City che si mettono in fila per pregare quando si parla di guerra o di crollo del mercato azionario. Non c'erano atei in trincea, si diceva all'epoca della Prima Guerra Mondiale, ed è difficile immaginare qualcuno che non pregherebbe in qualche modo in un aereo i cui motori hanno iniziato a suonare in modo strano. Quando siamo con le spalle al muro, sia per la malattia, il fallimento, il peccato, la solitudine o qualche altro male che si è abbattuto su di noi, pregheremo.

Non ci indurre in tentazione. Possiamo amare le sfide, ma ci saranno sempre dei limiti a ciò che possiamo sopportare. Il male ora non è sopra di noi, ma qualcosa di minaccioso, ma in queste circostanze vorremo l'aiuto di Dio. Per il tempo che ci aspetta, per l'omelia da tenere, per la lezione che dobbiamo tenere, per la riunione che si avvicina. Ci possono essere pericoli morali o fisici in alcune delle cose che siamo chiamati a fare ed è naturale chiedere l'aiuto di Dio. Non c'è nulla di sbagliato in questo. È un desiderio legittimo quello di fare bene le cose con l'aiuto di Dio e di non essere messi troppo alla prova.

Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Era uno dei film dei Monty Python che vedeva Dio apparire e lamentarsi del fatto che la gente si lamentava sempre con lui dei propri peccati? 'Mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace, mi dispiace. Sono stufo che la gente mi dica che gli dispiace. Perché qualcuno non può dire che non gli dispiace?". Forse non è esattamente con queste parole, ed è un po' irriverente, ma potrebbe aiutarci a capire qualcosa. Un altro desiderio che ci mette in ginocchio è il desiderio di perdono quando abbiamo peccato, ma può darsi che spesso, anche nel chiedere perdono, pensiamo più a noi stessi che a Dio. E forse dimentichiamo che questa petizione, come il grande comandamento, è divisa in due parti. Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Così come la nostra relazione d'amore con Dio non può essere compresa senza fare riferimento all'amore per il prossimo (e per i nemici), allo stesso modo la nostra partecipazione al perdono di Dio non può essere separata dalla nostra volontà di perdonare gli altri - almeno di essere consapevoli della necessità di riconciliarci con il nostro fratello prima di presentare il nostro dono all'altare.

E dacci oggi il nostro pane quotidiano. Anche in questo caso non c'è nulla di sbagliato. Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperta la porta. C'è una venerabile tradizione, da Tugwell e McCabe fino a Victor White e Vincent McNabb, che non solo non disprezza la preghiera di petizione, ma anzi le assegna un posto d'onore. Dobbiamo sviluppare un rapporto con Dio tale da sentirci a nostro agio, come un bambino con i suoi genitori, nel dire a Dio ciò di cui abbiamo bisogno e nel chiedergli di concedercelo. Preghiamo per i bisogni del mondo e della Chiesa, per la protezione dei viaggiatori, per il conforto dei lutti, per il cibo degli affamati, per il rifugio dei senzatetto, per la pace degli oppressi, per la guarigione dei malati, per il conforto dei moribondi, per superare un esame, per rivedere una persona. Sono tutti desideri legittimi e opportunamente portati a Dio nella preghiera.

Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra. Questo segna un cambiamento nel nostro desiderio, perché è il primo in cui cominciamo a pensare a ciò che Dio potrebbe volere. Le quattro petizioni che abbiamo fatto finora riguardano solo noi stessi e i nostri bisogni. L'interesse per Dio che mostriamo in esse è un interesse genuino per Dio, ma non va oltre l'interesse per ciò che Dio può fare per noi: liberarci dal male, proteggerci dalla tentazione, perdonarci i peccati, darci ciò di cui abbiamo bisogno. Qui, per la prima volta in questo Padre Nostro capovolto, mostriamo un vero interesse per il desiderio dell'altra parte di questo rapporto di preghiera. Forse Dio vuole qualcosa. Forse Dio ha una volontà sulle cose, in terra come in cielo. Noi crediamo di sì, non è vero, e quindi dovrebbe essere parte del nostro desiderio non solo volere le cose che vogliamo che Dio ci dia, ma anche volere le cose che Dio vuole darci.

La venuta del Regno rafforza questo desiderio. Si apre qualcosa di nuovo, perché non ci limitiamo più a dire: "Ehi Dio, non è bello? Ho trovato un posto per te nel mio mondo. Vedo delle ragioni (quando molti non le vedono) per includerti nel mio modo di vivere". Ora cominciamo a capire che non si tratta tanto di trovare un posto per Dio nel nostro mondo, quanto del fatto che Dio ha trovato un posto per noi nel suo regno. Questo assomiglia a una relazione che sta diventando matura e sta crescendo in qualcosa di più forte di prima, dove il desiderio di colui che prega si sta allineando con il desiderio di colui al quale sta pregando. Comincio a volere ciò che Dio vuole. Ma non dobbiamo pensare che questo passaggio possa avvenire facilmente. Il luogo in cui si presenta in modo più drammatico è il Getsemani, dove Gesù pronuncia la sua preghiera a testa in giù: Padre, allontana da me questo calice (liberami dal male, non indurmi in tentazione), non quello che voglio io ma quello che vuoi tu (sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra, venga il tuo regno)".

E sia santificato il tuo nome. Nel nostro Padre Nostro capovolto questa è la petizione finale. È il culmine del nostro desiderio, non qualcosa per noi stessi, ma qualcosa per l'Altro che attraverso la preghiera conosciamo e amiamo. Che il Suo nome sia santificato. La preghiera del sommo sacerdote Gesù in Giovanni 17 può essere considerata un commento a questa petizione. Padre, è giunta l'ora; glorifica il tuo Figlio perché il Figlio glorifichi te. Io ti ho glorificato sulla terra, avendo compiuto l'opera che mi hai dato da fare. Ho manifestato il tuo nome agli uomini che mi hai dato dal mondo" - e così via. Qualche capitolo prima, in quella che sembra la scena della trasfigurazione di Giovanni, Gesù usa una frase molto vicina a quella che Matteo e Luca ci danno nel Padre nostro: "Gesù disse: "Padre, glorifica il tuo nome". Allora venne una voce dal cielo: "L'ho glorificato e lo glorificherò ancora"" (Giovanni 12).

E se questo diventasse il desiderio fondamentale della nostra vita, il desiderio che controlla tutti gli altri, che in ogni cosa e a prescindere da tutto venga glorificato il nome di Dio? Forse il senso della nostra perseveranza nella preghiera è che un giorno potremmo essere in grado di dire il Padre Nostro dalla parte giusta, perché il nostro desiderio di gloria del nome di Dio è diventato il nostro desiderio fondamentale. Nel frattempo è un esercizio salutare, più gratificante di qualsiasi posizione yoga, recitare il Padre Nostro a testa in giù e consiglio a tutti di provarlo. C'è molto da imparare sui nostri desideri e su ciò che possiamo dire onestamente di volere da Dio. Gesù, il Figlio unigenito del Padre, può recitare questa preghiera a testa in giù e così l'ha insegnata ai suoi discepoli. Ma questa riflessione può aiutarci a capire che i discepoli chiedevano più di una formula di parole quando, avendolo visto all'opera, chiesero a Gesù di insegnare loro a pregare.

martedì 16 giugno 2026

Settimana 11 Mercoledi (Anno 2)

Letture: 2 Re 2,1; 6-14; Salmo 30/31; Matteo 6,1-6; 16-18

In ogni caso, il digiuno, la preghiera e l’elemosina sono ricompensati. Se la nostra motivazione è quella di essere visti e ammirati dagli altri, allora avremo già ricevuto la nostra ricompensa nella loro attenzione e nel loro interesse nei nostri confronti. Se invece facciamo queste cose per se stesse, in segreto, senza clamore e senza attirare l’attenzione su di noi, allora il Padre Celeste, che vede nel segreto, ci ricompenserà. Questo è l’insegnamento di Gesù nel Vangelo di oggi, che è anche la lettura del Vangelo del Mercoledì delle Ceneri.

Quale sarà la natura della nostra ricompensa? È impossibile prevederla, se non che sarà ciò che è per il nostro massimo bene e la nostra massima felicità. Ciò significa che ci legherà più strettamente al Padre Celeste che dimora nel silenzio e nell’invisibilità.

Quando avremo detto tutto ciò che abbiamo da dire nella preghiera, quando ci saremo preparati attraverso il digiuno e quando avremo fatto l’elemosina ai bisognosi, allora incontreremo al di là di noi stessi un luogo silenzioso e vuoto dove parole, immagini e concetti non funzionano più per noi. Incontriamo dentro di noi la nube oscura in cui si dice che dimori Dio. 

Questo ci pone di fronte alla sfida di vivere dall’interno verso l’esterno, piuttosto che il contrario. È fin troppo facile cedere alla tentazione di riempire quel luogo invisibile e silenzioso con immagini e suoni. Il mondo contemporaneo ci sommerge di immagini e suoni scelti appositamente per noi dai sistemi che ci monitorano costantemente. È una sorta di letargia che ci porta a cedere ancora una volta agli stimoli esterni, a distogliere lo sguardo dall’austerità del nostro io interiore.

E se spegnessimo il computer, l’iPad e lo smartphone? E se facessimo un digiuno da essi per un po’? Ciò ci condurrebbe in un luogo arido e desertico dove saremmo costretti a confrontarci direttamente con i nostri pensieri, sentimenti e desideri. 

Perseverare in quel luogo segreto, la nostra interiorità, non è facile, ma il Padre Celeste è lì, ad attenderci. È essenziale per la nostra salvezza riuscire a rimanere in quel luogo. Significa stare con noi stessi, confrontarci con noi stessi, senza nasconderci dietro maschere e camuffamenti, dietro una sorta di falsa identità.

Tutte le opere di penitenza conducono a questo punto: il digiuno, la preghiera e la condivisione di ciò che abbiamo con gli altri. In queste attività, o nel nostro rifuggirle, vediamo la verità su noi stessi, una verità che ci renderà liberi, per quanto sgradevole possa essere, anche se a volte è una verità amara. Ma diventerà dolce perché ogni verità è una scintilla divina che rivela la presenza di Dio, che è la Verità.