Letture: Isaia 50,4-7; Salmo 22; Filippesi 2,6-11; Matteo 26,14-27,66
La crocifissione era una forma di esecuzione ideata dagli esseri umani per sbarazzarsi di ribelli, ladri, assassini e elementi di disturbo. La sedia elettrica, la camera a gas, la fucilazione, la decapitazione, la lapidazione, lo strangolamento, l’avvelenamento, l’iniezione letale: gli esseri umani hanno usato la loro immaginazione per inventare molti modi per l’eliminazione giudiziaria di altri esseri umani.
La crocifissione occupa un posto speciale perché comportava una morte lenta e dolorosa per la persona sfortunata, oltre ad avere il massimo valore come spettacolo pubblico e, quindi, come deterrente per gli altri. La persona veniva spogliata, distesa, totalmente esposta e vulnerabile ai colpi, agli insulti, agli sputi e al ridicolo dei curiosi.
Poiché la croce e il Cristo crocifisso occupano un posto così sicuro tra i simboli religiosi e nella nostra stessa coscienza religiosa, può darsi che non ci sembrino più strani, bizzarri, scandalosi o scioccanti. Possiamo dimenticare che la croce era uno strumento di tortura e di morte, che il crocifisso rappresenta un corpo umano morto inchiodato a travi di legno.
San Paolo ha subito sottolineato che il linguaggio della croce è illogico e paradossale, un segno della folla sapienza di Dio e della sua potenza vulnerabile. Il cristianesimo non è una religione morbosa ossessionata dalla sofferenza e dalla morte. È una religione il cui cuore è l'amore. Poiché il Cristo crocifisso è tutto amore, la sua croce è un simbolo di speranza. La sua morte è il preludio a una nuova vita. Come dice la liturgia pasquale, l'albero della morte su cui è morto è diventato per noi l'albero della vita.
L'immagine del Cristo crocifisso è venerata, così come il legno della croce, perché rappresentano il modo in cui la salvezza è entrata nel nostro mondo. Il ciclo di violenza e rappresaglia, l’impossibilità del perdono e della riconciliazione, l’oscurità sempre più profonda che può impadronirsi di spiriti sensibili e vulnerabili, la crudeltà apparentemente inevitabile del mondo: tutte queste cose vengono fermate e spezzate dall’evento della crocifissione di Gesù.
Ecco colui che non risponde alla violenza con la violenza, e che instaura il regno di Dio dell’amore longanime. Per le sue ferite siamo guariti. Ecco colui che intercede per il perdono di coloro che lo hanno ucciso e che, poiché è il Figlio, riconcilia così il mondo con il Padre. Ecco colui che è entrato nell’oscurità più profonda che possa affliggere gli esseri umani. Ecco colui che non chiama in suo aiuto eserciti, ma offre solo la dolcezza e la compassione dell’amore: una cosa apparentemente fragile, di cui ci si può facilmente sbarazzare… eppure rivendicata e avallata dalla potenza di Dio che è amore. Questo è il volto umano di Dio, «un ostacolo», «una follia», dice San Paolo, «ma per coloro che sono stati chiamati, un Cristo che è la potenza e la sapienza di Dio».
Sperimentiamo già qualcosa di questa potenza del Cristo crocifisso nei nostri tentativi umani di amare, per quanto poveri e imperfetti. Amare significa sempre aprirsi alla sofferenza di chi è amato, condividerla con lui o lei, diventare vulnerabili alla sofferenza e al dolore che non sono nostri. La forza di essere vulnerabili in questo modo è davvero una forza. È la forza dell’Agnello che è stato immolato ma che così ha ribaltato la storia, che ha trasformato l’esperienza umana, che è degno di ricevere gloria, onore e potenza. Amare è una saggia follia e un potere vulnerabile. È l'unica atmosfera in cui gli esseri umani prosperano veramente.
Siamo chiamati a prendere la nostra croce e a seguire questo Cristo crocifisso: cercate di imitare Dio e seguire Cristo amando come egli vi ha amati, donando se stesso al posto nostro come offerta e sacrificio a Dio (Efesini 5:1-2).