Letture: Efesini 2.12-22; Salmo 84; Luca 12.35-38
LA LETTERA AGLI EFESINI
Oprah Winfrey ha affermato che il libro più importante della sua vita è la Lettera agli Efesini. Gli studiosi della Bibbia ci dicono che la Lettera agli Efesini può essere descritta più accuratamente come opera della “scuola di Paolo” piuttosto che come un testo scritto direttamente dalla penna di San Paolo stesso. Né sembra una lettera nel senso comune del termine. La sua prima metà (capitoli 1-3) è una maestosa preghiera e la seconda metà (capitoli 4-6) un’omelia o un’esortazione a una vita degna. Inizia con un breve saluto e termina con un breve congedo, come se qualcuno, nell’inviare la preghiera e l’omelia, aggiungesse una breve nota di accompagnamento. Nel mezzo si trova una meravigliosa sintesi della «dottrina e della vita» cristiana.
La prima metà della Lettera agli Efesini è uno dei più grandi testi biblici sul tema della «grazia». Viene letta durante la Messa da giovedì scorso fino a giovedì di questa settimana. La grazia è l’amore benevolo di Dio rivolto all’umanità, la generosità e il perdono di Dio, l’iniziativa di Dio nel creare e ricreare. Questo amore benevolo è una benedizione per noi che lo riceviamo, ma è anche un motivo per cui, a nostra volta, benediciamo Dio. Infatti, la grazia di Dio è essa stessa la fonte della nostra capacità di rendere grazie a Dio in modo consono.
La grazia di Dio non è solo un sentimento o un pensiero in Dio: è qualcosa di potente ed efficace, un mistero nascosto in Dio da tutta l’eternità ma rivelato storicamente nell’elezione del popolo di Dio, nella venuta di Gesù Cristo e nella fondazione della Chiesa nella risurrezione e nell’esaltazione di Gesù.
La Lettera agli Efesini ha molto da dire sulla «famiglia di Dio», la comunità della Chiesa, dove la varietà dei doni assicura che i bisogni della comunità siano soddisfatti e l’unità di «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» fa sì che questa varietà sia tenuta insieme in armonia. La Chiesa è il luogo in cui ebrei e gentili, riconciliati attraverso la morte di Cristo, condividono una nuova vita di fede, integrità e santità.
Nessuno è estraneo o estraneo a questo mistero. Ciascuno di noi è partecipe della grazia di Dio. Ciascuno di noi è chiamato a essere un «servitore del Vangelo», «imitando Dio» amando come Egli ci ha amati e offrendo noi stessi come un’offerta profumata.
Nella seconda parte, letta durante la Messa da questo venerdì fino al giovedì della prossima settimana, la Lettera agli Efesini ci esorta a vivere una vita degna di ciò che abbiamo ricevuto, una traduzione in termini cristiani del «sii fedele a te stesso» di Shakespeare.
La motivazione per una vita retta è che siamo fedeli a ciò che siamo ora, che «camminiamo» in accordo con la nostra nuova vita, che cresciamo verso la pienezza di Dio e di Cristo di cui già partecipiamo. Il nostro io più vecchio ed esteriore muore mentre il nostro io più nuovo e interiore si costruisce attraverso la fede, la speranza e l’amore. Per la Lettera agli Efesini, vivere in modo degno significa onestà e integrità nel parlare, nei rapporti sessuali, nella vita familiare e lavorativa. Il linguaggio della Lettera agli Efesini è segnato dalle circostanze sociali del suo tempo, ma i valori chiave rimangono attuali e stimolanti, non da ultimo il fatto di porre il matrimonio umano al centro del mistero cristiano.
A prima vista, la Lettera agli Efesini potrebbe sembrare proprio il tipo di testo di cui non abbiamo bisogno: «Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti», per esempio. Ma dice molto di più: «Sottomettetevi gli uni agli altri» o «Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ama la Chiesa e dà la sua vita per lei», per esempio.
La Lettera agli Efesini si inserisce in una lunga tradizione biblica in cui il rapporto tra Dio e il suo popolo viene paragonato al matrimonio, che è quindi un’istanza simbolica o «sacramentale» dell’amore reciproco tra Dio e il suo popolo. Il fulcro della Lettera agli Efesini è l’intimità della coppia sposata e il modo in cui questa esperienza umana unica possa aiutarci a comprendere quanto Cristo sia vicino alla Chiesa, che è il suo corpo.
A prima vista potremmo reagire al linguaggio della Lettera agli Efesini riguardo alla vita coniugale. Riflettendo nuovamente su questo testo, potremmo chiederci cosa significhi per un uomo rendere santa una donna amandola o per una donna rendere santo un uomo amandolo.
Entrambe le parti della Lettera agli Efesini parlano di potere e della vocazione cristiana. L’amore di Dio è potente nel risuscitare Gesù dai morti ed esaltarlo al di sopra di ogni altra potenza come capo della Chiesa. Gli esseri umani sono coinvolti nello stesso mistero e sono chiamati a viverlo rinunciando ai vecchi modi di relazionarsi. Camminare in modo degno della nostra nuova vita è possibile solo se indossiamo «l’armatura di Dio»: verità, integrità, fede. La nostra unica forza è «nel Signore», che ci ha resi membri della Sua famiglia e la cui grazia continua a plasmarci come «opera d’arte di Dio».