Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

sabato 29 agosto 2026

MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA - 29 AGOSTO

Letture: Geremia 1,17-19; Salmo 70(71); Marco 6,17-29

Erode temeva Giovanni Battista e, quando lo sentiva parlare, era perplesso. Aveva paura perché sapeva che Giovanni era santo e giusto, eppure gli piaceva ascoltarlo. Erode è il classico esempio di persona indecisa, attratta dal bene, forse persino capace di vedere ciò che è giusto, ma priva della forza di carattere o della maturità morale necessarie per seguire ciò che sa essere giusto e per ordinare i propri desideri di conseguenza. In un certo senso, Erode è “l'uomo comune”.

Quanto è comune questa ambiguità di fronte alla santità e alla giustizia? La Bibbia ne parla spesso, in momenti e contesti molto diversi della storia del popolo. «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Isaia 29, 13; Matteo 15, 8). «Purificate i vostri cuori, voi che avete una mente doppia» (Giacomo 4, 8). «Fino a quando continuerete a zoppicare tra due opinioni?» (1 Re 18, 21). «Non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio» (Romani 7, 19).

Erode non è una persona attraente e potremmo facilmente liquidarlo come patetico e inefficace. La frequenza con cui la Bibbia esorta il popolo alla determinazione, ricordandogli la sua doppiezza, è sufficiente per assicurarci che il problema non è solo di Erode e che dove diciamo «suo» o «loro» dovremmo in realtà dire «mio» e «nostro».

Vediamo il problema di Erode in modo drammatico, infatti è stato spesso drammatizzato dai compositori di musica, dagli scrittori di opere teatrali, dai pittori. Per noi, però, è più utile riflettere sulla nostra doppiezza, su come questo problema è presente in noi stessi. In che modo vacillo tra opinioni diverse? In che modo vedo ciò che è bene eppure faccio ciò che è male? In che modo continuo a professare a parole di seguire Cristo mentre il mio cuore, almeno in parte, è altrove?

Potremmo trovare Giovanni Battista ammirevole ma un po' sgradevole, un uomo integro, sì, ma un po' feroce nel suo stile e nel suo insegnamento. Finché lo vediamo così, siamo più o meno dalla parte di Erode, timorosi di ciò che Giovanni ci chiede eppure desiderosi di ascoltarlo. Perché ciò che annuncia è semplicemente il regno di Dio, la buona novella. Il suo messaggio è il messaggio di Gesù, altrettanto esigente e intransigente. «Miserabile me», conclude Paolo, riflettendo sulla propria indecisione. «Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Romani 7, 24).

Quando affrontiamo direttamente questo problema in noi stessi, arriviamo alla stessa domanda. È un problema di carattere o di formazione? È un problema di natura o di educazione? È una questione di fortuna o di sfortuna? È semplicemente il desiderio che si rivela troppo forte per la ragione?

Erode non sa a chi rivolgersi per chiedere aiuto e ne consegue la tragedia del martirio di Giovanni. Paolo invece sa a chi rivolgersi: «Grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore». Continuiamo anche noi a guardare in quella direzione, verso Colui che Giovanni Battista ha indicato come l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. La nostra speranza è che Egli possa far fronte anche ai peccati della mia indecisione. Egli ci insegna a non avere paura, a cercare, a chiedere e a bussare. Ci chiede di aprirgli la porta e di permettergli di rafforzarci nella santità. Egli può farlo, nonostante a volte possiamo essere simili a Erode.

venerdì 28 agosto 2026

SANT'AGOSTINO - 28 AGOSTO

Sant'Agostino di Ippona (354 - 430)

Come domenicani, nella nostra formula di professione menzioniamo tre santi: Maria, Domenico e Agostino. Naturalmente, se il provinciale in carica o il Maestro dell'Ordine è un santo, ne menzioniamo uno o due in più, ma è improbabile che saremo ancora in vita per vederli elevati alla gloria dell'altare.

Professiamo secondo la regola del beato Agostino. È la prima parte del contratto che stipuliamo tra noi nell'Ordine, per vivere insieme secondo questa regola, una delle più brevi tra le regole monastiche e quella scelta da san Domenico per la sua nuova comunità di fratelli. Proprio come Agostino, come qualcuno ha detto, «supera tutti gli altri teologi nella coerenza e nella chiarezza con cui pone la caritas, l'amore, al centro della vita cristiana, così anche tutta la vita della comunità religiosa che vive secondo la sua regola deve essere espressione vivente dell'amore cristiano».

L'amore che rimane per sempre deve prevalere in tutto, dice la Regola nel suo quinto capitolo. L'affermazione iniziale della Regola – almeno nell'edizione latina delle nostre Costituzioni: nella recente traduzione inglese questa prima frase è scomparsa – è che prima di ogni altra cosa dobbiamo amare Dio e poi il prossimo, perché questi sono i comandamenti principali che ci sono stati dati. Quindi la prima cosa che la nostra regola ci chiede non è altro, né più né meno, che l'osservanza del grande comandamento in cui Gesù ha riassunto tutta la legge.

La teologia morale di Agostino è incentrata sulla carità, sull'amore. La sua comprensione delle virtù cardinali di prudenza, giustizia, temperanza e fortezza è che esse sono espressioni diverse dell'amore. In situazioni e circostanze diverse, ciò che si chiede all'amore è che sia giusto o temperato, prudente o coraggioso, ma in fondo è sempre amore. È come se si schierasse con Socrate nel concordare che esiste una virtù fondamentale a cui tutte le altre possono essere ridotte: la saggezza per Socrate, ora battezzata per diventare caritas o amore per Sant'Agostino.

Nel suo commento alla prima lettera di Giovanni, Agostino a un certo punto dice: «Ama e fa' ciò che vuoi». A volte si presume che egli abbia detto «ama Dio e fa' ciò che vuoi», ma in realtà egli dice «ama e fa' ciò che vuoi». Naturalmente egli intendeva dire che chi ama veramente deve finire per amare Dio e il prossimo. «Lascia che l'amore abbia radice in te» è il modo in cui conclude questa sezione della sua omelia (In I Giovanni VII, 8), «e da quella radice non potrà scaturire altro che il bene». Poiché san Giovanni dice nella sua prima lettera che Dio è amore, Agostino concluse che l'amore è la guida più sicura e il criterio più affidabile per noi che cerchiamo di seguire Cristo. Era convinto che l'amore nel vero senso della parola viene da Dio e conduce a Dio.

Fu la loro vita d'amore che colpì Agostino quando visitò le comunità religiose cristiane poco dopo la sua conversione. Egli scrive di loro:

Lì si pratica l'amore prima di ogni altra cosa. È la norma per il cibo e il parlare, per il vestire e per tutto il comportamento. Tutti sono uniti in un unico amore, tutti respirano un unico amore. Un'offesa contro l'amore è considerata un'offesa contro Dio; tutto ciò che è contrario all'amore è rifiutato e scacciato; se qualcosa offende l'amore, non è permesso che rimanga nemmeno per un giorno. Essi sanno infatti che l'amore è così importante per Cristo e gli apostoli che, se manca, tutto il resto è vano, mentre se è presente, tutto il resto è perfetto (La vita cattolica, 33.7). 

La regola secondo cui viviamo è molto pratica anche in materia di cibo e abbigliamento, lavoro e compagnia, e tutto al servizio dell'amore. Per Agostino l'amore è la regola della fede sia in materia di dottrina che in materia di pratica. Facendo eco a 1 Corinzi 13, egli dice:

Tutti possono firmarsi con il segno di Cristo, tutti possono rispondere Amen, tutti possono cantare Alleluia, tutti possono ricevere il battesimo ed entrare nella chiesa... la differenza tra i figli di Dio e i figli di Satana è solo l'amore. Chi possiede l'amore è nato da Dio. Chi non lo possiede non è nato da Dio... Senza di esso tutto il resto è inutile, qualunque cosa tu abbia; esso basta da solo, anche se non hai nient'altro (Sulla prima lettera di Giovanni 5,7).

Questo ci fa capire ancora più chiaramente ciò che Paolo insegna in 1 Corinzi 13: posso farmi il segno della croce, posso rispondere Amen e cantare Alleluia, posso ricevere il battesimo ed entrare in chiesa, posso persino prendere i voti religiosi e promettere di vivere secondo la regola del beato Agostino e gli istituti dei Frati Predicatori, ma se sono senza amore non guadagno nulla e non sono nulla.

Per quanto riguarda la dottrina, Agostino è altrettanto chiaro e coerente nel riferirsi al grande comandamento come alla regola della nostra fede. Nella sua opera Sulla dottrina cristiana, Agostino dice:

Se qualcuno pensa di aver compreso le divine Scritture, o una parte di esse, in modo tale che con tale comprensione non costruisce quel doppio amore per Dio e per il prossimo, non le ha ancora comprese (De Doctrina Christiana I, XXXVI, 40).

Ecco un primo principio dell'interpretazione biblica. Anche la lettera del Vangelo uccide, dice Agostino altrove, se non è presente in noi la grazia guaritrice della fede.

Quindi la prima cosa che fa la nostra Regola è rimandarci direttamente al Vangelo e al cuore del Vangelo. La nostra vita consiste nel crescere nell'amore di Dio e del prossimo. Siamo qui perché crediamo che questo è il luogo in cui siamo chiamati a seguire Cristo. Seguire Cristo significa amare Dio e il nostro prossimo. Ed è qui che dobbiamo praticarlo, farlo e migliorarci. Non è in un tempo futuro, in un'altra situazione, con persone diverse, che potremo crescere nella carità. È qui e ora, in questa comunità e con queste persone, che deve essere fatto, altrimenti non sarà fatto affatto.

La Regola di Sant'Agostino conclude:

Il Signore vi conceda la grazia di osservare tutte queste cose come amanti della bellezza spirituale, della buona vita che condividete insieme, ricca del buon profumo di Cristo, una vita non più da schiavi sotto una legge, ma da persone libere stabilite sotto la grazia.

giovedì 27 agosto 2026

SANTA MONICA - 27 AGOSTO

LA MADRE DI SANT'AGOSTINO

Tra i tanti personaggi che compaiono nel corso della vita di Agostino, nessuno occupa più spazio o riceve più affetto nelle sue Confessioni di Monica, sua madre. Una lettura intellettuale di quest'opera spesso tralascia il libro IX, più della metà del quale è dedicato alla vita di Monica, alla sua influenza su di lui, alla sua morte e al suo funerale a Ostia. «Tralascio molte cose perché il tempo è breve», dice lo stesso Agostino, «ma non tralascerò nulla di ciò che la mia anima mi suggerisce riguardo a quella tua serva che mi ha generato dal suo seno alla luce temporale e dal suo cuore alla luce eterna».

Agostino è sincero nel raccontare i ricordi della vita di sua madre quanto lo è nel raccontare quelli della propria. La provvidenza di Dio ha usato una serva arrabbiata per dare a Monica uno shock che le ha impedito di diventare ancora più dipendente dall'alcol di quanto non fosse da giovane. La sua strategia per affrontare il marito infedele e potenzialmente violento era quella di vederlo sempre alla luce di Dio, di dargli l'esempio del proprio modo di vivere e di aspettare con pazienza e misericordia la sua conversione alla fede e quindi alla castità. (Viene da chiedersi quanto Agostino potesse pensare – e forse temere – di essere simile a suo padre). Monica usò le stesse virtù di devozione, pazienza e gentilezza per conquistare sua suocera, il cui rapporto con lei era avvelenato da altri membri della famiglia. Istruita da Dio nella scuola del suo cuore, Monica agì da pacificatrice e riconciliatrice quando esplosero tensioni e odi tra le persone. Il modo in cui Agostino parla di questo fa pensare a Monica come a una santa dei nostri tempi, capace di tracciare una rotta sicura in un mare di pettegolezzi maligni, calunnie e persone rabbiose. Subito dopo la conversione di Agostino, Monica si prese cura di lui e dei suoi amici «come se fossero tutti figli suoi e ci serviva come se fosse la figlia di tutti».

Il episodio più famoso è quello in cui Agostino e Monica rimangono bloccati a Ostia, cercando di trovare una nave per tornare in Nord Africa, ma ostacolati da una guerra che ha di fatto chiuso il porto. Insieme parlano della vita eterna e di come potrebbe essere. Segue il tipo di ascesa intellettuale/spirituale che è familiare in altri scritti di Agostino, "spiccando il volo" dalla bellezza del cosmo, viaggiando "con il pensiero interiore e il discorso meravigliato oltre la vetta delle nostre menti, per toccare la terra dell'abbondanza inesauribile dove Dio pascola Israele per sempre con il cibo della verità". Quella Vita è la Sapienza attraverso la quale tutte le cose sono state create e, dice Agostino, mentre parlavamo e ansimavamo per lei (la Sapienza), "abbiamo appena sfiorato il suo bordo con il massimo balzo dei nostri cuori". Sospirando e insoddisfatti, «lasciammo lì prigionieri i primi frutti del nostro spirito e tornammo al rumore delle parole articolate». E quanto sono belle quelle parole articolate quando Agostino riprende il volo in uno dei passaggi più poetici delle Confessioni, ripercorrendo l'ascesa alla Saggezza e parlando di quanto essa sia desiderabile.

Monica, forse un po' preoccupata per il tono ultraterreno del discorso del figlio (e Agostino stesso dice "beh, in realtà non ho usato proprio quelle parole in quel momento"), è tipicamente concreta e preoccupata per gli altri: ha ora ricevuto l'ultimo dono per cui aveva pregato, dice, quello di vedere Agostino cristiano cattolico prima di morire. "Cosa mi trattiene qui adesso?", chiede. Cinque giorni dopo si ammalò, Agostino e suo fratello erano sconvolti, sperando che potesse sopravvivere per tornare in Africa ed essere sepolta lì accanto al marito. Ma lei disse che non importava e con parole che sono diventate classiche nella pietà cattolica nei confronti dei defunti aggiunse: «Una sola cosa vi chiedo, che vi ricordiate di me sull'altare del Signore, ovunque voi siate». «Nulla è lontano da Dio», disse, «non c'è pericolo che alla fine del mondo Egli non sappia dove trovarmi e risuscitarmi».

Che contrasto tra la madre pragmatica in questi ultimi momenti e il figlio così intellettuale, che viene immediatamente gettato in un feroce conflitto interiore mentre cerca di contenere il dolore che lo riempie. Era profondamente scontento di scoprire quanto potesse essere influenzato da queste esperienze umane! Che consolazione per noi che fosse così profondamente colpito: la saggezza pratica del nostro tempo gli direbbe semplicemente «lascia uscire, lascia scorrere le lacrime». Pensa che un bagno potrebbe aiutarlo, ma non è così. Lo aiuta invece il sonno e alcune parole di Sant'Ambrogio che ricorda mentre si addormenta: «Mi sono addormentato e al risveglio mi sono sentito molto meglio».

Ci viene in mente un momento precedente del suo viaggio, quando Dio gli accarezzò la testa (il termine latino è quello usato per descrivere una madre che avvicina il bambino al seno) e gli chiuse gli occhi, lui dormì in Dio e si svegliò con una nuova visione delle cose (Confessioni VII 14.20). Lì sembra avere un significato più profondo, un momento di intuizione o di comprensione della realtà di Dio. Qui sembra più una normale svolta umana, quando Agostino finalmente si abbandona alle lacrime, anche se in privato, alla presenza di Dio solo. «Se solo gli uomini riconoscessero di essere uomini», dice, il che è un po' esagerato considerando lo sforzo che stava facendo per non piangere e gli sforzi che presumibilmente stavano facendo i suoi amici per aiutarlo a riconoscere proprio questo, che anche lui era un membro della razza umana!

E conclude con una meravigliosa preghiera per sua madre, affinché il Signore abbia misericordia di lei e di suo padre, chiedendo a tutti coloro che leggono le sue Confessioni di unirsi a lui nella preghiera per loro.

Nel ricordare Santa Monica, ricordiamo coloro che abbiamo amato e che sono morti, e in modo particolare le nostre madri, che dalla loro carne ci hanno dato la vita in questa luce temporale e che dal loro cuore ci daranno la vita nella luce eterna.La madre di Sant'Agostino.

martedì 25 agosto 2026

Settimana 21 Mercoledi (Anno 2)

Letture: 2 Tessalonicesi 3,6-10.16-18; Salmo 128; Matteo 23,27-32

Uno degli sketch più famosi dei Monty Python è quello sul Ministero delle Andature Buffe. Una traduzione della prima lettura di oggi potrebbe sembrare una critica a un simile Ministero, poiché Paolo esorta i Tessalonicesi a evitare qualsiasi fratello «che cammini in modo disordinato». Altre traduzioni dicono «camminare nell’ozio» o «condurre una vita disordinata». «Camminare» è un termine usato altrove nel Nuovo Testamento per indicare un modo di vivere – «camminate nell’amore», per esempio, come leggiamo in Efesini 5,2. L’altro termine qui utilizzato, tradotto sia come «disordinato» che come «nell’ozio», sembra avere un significato più vicino a «disordinato» o «indisciplinato». È presumibilmente ciò che segue a indurre i traduttori a identificare l’ozio come la forma particolare di disordine qui contemplata.

La ragione dell’ozio è la questione già affrontata in precedenza in 2 Tessalonicesi. Alcuni sostenevano che il giorno del Signore fosse già giunto e così, con una certa ragionevolezza, alcuni avevano già appeso gli stivali al chiodo e riposto i propri attrezzi. Che senso aveva lavorare se il mondo stava per finire?

È un approccio che potremmo essere tentati di adottare per altre ragioni, una sorta di rinuncia al mondo. A volte si sente parlare di persone che decidono di non avere figli perché il mondo è in uno stato così terribile che sarebbe sbagliato costringere i bambini a viverci. Si potrebbe essere tentati di non impegnarsi nel processo politico, ad esempio, vedendo le alternative disponibili e trovandole tutte insoddisfacenti. Si potrebbe essere tentati di diventare cinici nei confronti di tutti i maestri e di tutte le religioni, attingendo forse alle parole di Gesù in Matteo 23, quando condanna l’ipocrisia dei farisei. E potrebbero esserci anche altre ragioni… la minaccia di guerra, il futuro del pianeta, la persistenza del virus Covid, la crescente violenza nelle parole e nelle azioni…

Come nel caso del consiglio di Gesù di ieri – pulisci prima l’interno del calice – il consiglio di Paolo ai Tessalonicesi può sembrare troppo modesto rispetto ai grandi problemi appena menzionati. Infatti è stato omesso dalla prima lettura così come ci viene presentato nel lezionario! Tagliato via… Ciò che Paolo dice a coloro che sono tentati di «camminare in modo disordinato», di rinunciare al proprio impegno in questo mondo e ai suoi problemi, è che dovrebbero continuare a lavorare tranquillamente e a guadagnarsi da vivere (2 Tessalonicesi 3,12). Non devono stancarsi di fare il bene (v. 13).

Ciò mi fa venire in mente la «piccola via» di Santa Teresa di Lisieux, quella sorprendente Dottoressa della Chiesa. Ciò che conta, ci insegna lei, non è tanto ciò che devi fare oggi, quanto l’amore con cui puoi farlo. Ci sono molte sfide e domande enormi per il mondo di oggi. Ci sono molte sfide e domande enormi per la Chiesa di oggi. A volte tutto può sembrare troppo: inquietante, opprimente, paralizzante. Continuiamo, con la grazia di Dio, a camminare con ordine, con gli occhi fissi sulla meta che è Cristo, compiendo ogni cosa ordinaria con amore. Camminando in questo modo possiamo essere certi di seguirLo e, così facendo, prepariamo il terreno per il regno che sta per venire. Perché è anche vero che il Regno di Dio è molto vicino a noi.

lunedì 24 agosto 2026

Settimana 21 Martedi (Anno 2)

Letture: 2 Tessalonicesi 2,1-3a,14-17; Salmo 96; Matteo 23,23-26

Potremmo pensare che il linguaggio apocalittico appartenga a un altro luogo e a un altro tempo, che sia un modo di esprimersi a noi talmente estraneo e che richieda una tale interpretazione da renderci quasi impossibile trovare in esso un messaggio per noi stessi che non sia, nel migliore dei casi, inverosimile e, nel peggiore, folle. Ma l’attuale discorso politico negli Stati Uniti d’America sta diventando sempre più apocalittico.

Ormai da tempo siamo abituati a sentire la tribù della «destra» usare questo linguaggio. Ci viene detto che è in corso una grande battaglia tra le forze del bene e le forze del male. Ovviamente coloro che si identificano con questa tribù si considerano parte delle forze del bene. A loro si oppongono coloro che si identificano – o che vengono identificati – con l’altra tribù, «la sinistra»: democratici, liberali, di sinistra e qualcosa chiamato «lo Stato profondo».

Ora sembra che quest’altra fazione si sia unita a loro, almeno nel condividere questa visione manichea del mondo. Anche «la sinistra» ha iniziato a parlare di una grande battaglia in corso tra le forze del bene e quelle del male. Solo che – presumibilmente – ora sono loro ad appartenere alle forze del bene, mentre la fazione di destra – o coloro che essi identificano come appartenenti ad essa – rappresenta le forze del male.

San Paolo, nella prima lettura della Messa di oggi, dice ai Tessalonicesi di non lasciarsi turbare né sconvolgere da un linguaggio così apocalittico. «È giunto il giorno del Signore», «la fine è vicina», «la grande battaglia di Armageddon è in corso»: questo è sempre il tenore di tale linguaggio. La sua plausibilità nel nostro momento attuale è rafforzata dalla piaga che ha paralizzato il mondo. Ma, dice Paolo, dovete invece affidarvi alle tradizioni che avete ricevuto attraverso la predicazione degli apostoli. Rivolgetevi a Gesù affinché incoraggi i vostri cuori e li rafforzi in ogni buona opera e parola.

Nella lettura del Vangelo troviamo Gesù stesso che parla della stessa cosa. Non lasciatevi ingannare dai diffusori di miti promossi per sostenere la ricerca di potere da parte delle persone e non lasciatevi ingannare dal clamore e dalla presentazione appariscente che danno di sé stessi.  Gesù si rivolge innanzitutto ai farisei, il gruppo religioso a cui era più vicino. Dimenticate la presentazione, che è sempre più o meno ipocrita, e concentratevi invece sulle cose più importanti: il giudizio, la misericordia e la fedeltà. Le buone azioni e le parole hanno origine all’interno degli esseri umani e non provengono dall’esterno. Sforzatevi di vedere con chiarezza e di trovare maestri e leader che vedano con chiarezza riguardo a queste questioni di giudizio, misericordia e fedeltà. Troppo spesso i nostri maestri e leader sono più o meno accecati dai propri interessi, dai propri pregiudizi, dai propri desideri: sono più o meno guide cieche.

John Hume, un leader politico rispettato da tutti coloro che lo conoscevano, è morto di recente. Era una persona che cercava di essere un maestro e una guida capace non solo di vedere i pregiudizi coltivati, le ingiustizie subite e le aspirazioni perseguite dalla propria tribù, ma anche di vedere quelle cose nella tribù avversaria. Cercava di guardare oltre tali definizioni, verso un’umanità comune che tutti, in modi più o meno distorti, cercavano di servire. Il cambiamento più difficile da realizzare, diceva John Hume, è quello che avviene nei cuori delle persone.

Mentre cresce la pressione affinché «scegliamo da che parte stare» nella grande battaglia – da quale lato del campo da tennis ti trovi, a sinistra o a destra? – è salutare ricordare che sia la sinistra che la destra hanno portato le proprie paure e l’oppressione degli altri fino al punto di istituire campi di concentramento. Che tu finisca da una parte o dall’altra non sembra fare molta differenza alla fine: il modo in cui verrai trattato dai tuoi simili sarà più o meno lo stesso.

Ovviamente occorre qualcos’altro, un altro punto di osservazione da cui scrutare il campo di battaglia. Tuttavia, la ricerca di un altro punto di osservazione sembra condurre, prima o poi, al colle del Calvario. Fu da lì che il nostro Signore crocifisso osservò la scena umana, assumendo su di sé tutte le sue paure e crudeltà, per abbattere il muro di ostilità che divide l’umanità in tribù, per rendere entrambe una sola cosa mediante lo spargimento del suo sangue innocente (l’unico sangue veramente innocente?).

Ma oggi Egli ci offre una prima indicazione con cui possiamo iniziare fin da subito: «Purificate prima l’interno del calice, affinché anche l’esterno sia puro». È forse troppo mite per un mondo che in molti luoghi è fisicamente violento, e già così violento nel linguaggio in molti altri ancora?

domenica 23 agosto 2026

San Bartolomeo, apostolo - 24 agosto

Letture: Apocalisse 21,9b-14; Salmo 145; Giovanni 1,45-51

Celebriamo oggi la festa dell’apostolo Bartolomeo, identificato con Natanaele nel Vangelo di Giovanni. Le due letture che abbiamo ascoltato sono entrambe meravigliose opere di immaginazione teologica o, quantomeno, sono letture che stimolano l’immaginazione. La visione della Gerusalemme celeste, la Sposa dell’Agnello che scende dal cielo, gli angeli, le porte, i nomi delle dodici tribù d’Israele, le pietre angolari, i nomi dei dodici Apostoli.

La lettura del Vangelo riporta poi una storia insolita. Non sappiamo di cosa stessero parlando Gesù e Natanaele quando fecero riferimento a ciò che era accaduto sotto il fico. Ma poi Gesù conclude con questa cosa ancora più meravigliosa: vedranno il cielo aperto e gli angeli di Dio che salgono e scendono sul Figlio dell’Uomo. Ciò evoca la storia del sogno di Giacobbe nel libro della Genesi, dove egli ebbe una visione in sogno degli angeli di Dio che salivano e scendevano. Si svegliò dicendo: «Questa è davvero la porta del cielo, la casa di Dio».

Ciò richiama anche quella meravigliosa preghiera nei capitoli 63 e 64 di Isaia: «Oh, se tu squarciassi i cieli e scendessi!», una preghiera alla quale viene data risposta al battesimo di Gesù, quando nel Vangelo di Matteo ci viene detto che i cieli si aprirono.

Spesso le persone anelano a un incanto immaginario che credono il mondo abbia perduto. Forse semplicemente, crescendo, perdiamo quella capacità che avevamo da bambini di stupirci e di lasciarci riempire di meraviglia di fronte a tutto ciò che incontriamo. Ma oggi si dice spesso che il mondo non sia più un luogo incantato; che sia stato svuotato di esseri soprannaturali e preternaturali; che sia stato ridotto a una macchina a disposizione degli esseri umani e quindi soggetta alla nostra manipolazione e al nostro sfruttamento. Ciò porta le persone a dire che forse c’è vita altrove nell’universo, forse c’è vita intelligente altrove nell’universo. Si parla spesso di angeli nel contesto della spiritualità New Age e simili. La letteratura fantasy è molto popolare, così come la fantascienza, e forse anche altri modi più sinistri di cercare di fuggire da un mondo che sembra troppo ordinario, troppo banale, troppo unidimensionale, ricorrendo alle droghe e così via: tutto questo possiamo vederlo come una nostalgia per il senso della bellezza infinita di Dio.

Crediamo che Dio sia il creatore di tutte le cose visibili e invisibili, in altre parole sia delle cose che rientrano nel raggio della nostra visione sia di quelle che Egli ha creato e che vanno oltre il raggio della nostra visione. Ciò significa che il mondo angelico e forse altri mondi al di là della nostra immaginazione sono necessari per riflettere adeguatamente l’infinita bellezza di Dio. Gli angeli ci ricordano proprio questo: che Dio non ha semplicemente le nostre dimensioni e la nostra forma, non è semplicemente il «nostro» Dio limitato alla nostra percezione, comprensione ed esperienza, ma è infinitamente potente, infinitamente saggio, infinitamente santo, creativo e fantasioso. Ciò significa che potrebbero esserci ancora cose da rivelare, poiché c’è molto da imparare su Dio.

Questa è la domanda che, credo, le persone si pongono quando parlano di vita intelligente altrove, o esprimono nostalgia per gli angeli, o si abbandonano alla fantasia o alla fantascienza. Tutto ciò che dobbiamo sapere sulla creazione di Dio ci è stato rivelato, tutto ciò che dobbiamo sapere per la nostra salvezza, per la nostra unione con Dio attraverso Cristo; e ciò che abbiamo appreso sugli angeli ci aiuta a capire quale sia il nostro posto all’interno di questo piano di Dio. All’interno di questa creazione, gli angeli tracciano i confini della nostra natura e della nostra situazione.

Ci guidano. Raffaele, ad esempio, è un arcangelo che guida le persone lungo la retta via. L’arcangelo Gabriele offre guida e insegnamento. L’arcangelo Michele offre protezione. Era una grande tradizione nella cristianità medievale collocare Michele ai confini della cristianità per designarlo come protettore dei limiti e dei confini. Tutti quei luoghi meravigliosi come Skellig Michael in Irlanda o il Mont Saint-Michel. Michele era sempre colui che proteggeva i confini del mondo cristiano.

Quindi gli angeli ci aiutano a capire dove ci troviamo: ci danno direzione, guida e protezione; ci aiutano anche a renderci conto che non siamo angeli. Questo è un grande pericolo, specialmente nei tempi moderni: pensare a noi stessi come esseri spirituali intrappolati o che, per il momento, risiedono in corpi; e questo, ovviamente, è un fraintendimento fondamentale di ciò che è l’animale umano, l’animale umano vivente. Tommaso d’Aquino parla dell’animale umano vivente come immagine di Dio. Gli angeli possono essere immagini più perfette di Dio in ciò che ne costituisce l’essenza primaria – razionalità, intelligenza e libertà –, ma egli afferma che gli esseri umani sono immagini più complete di Dio, e lo sono proprio perché sono animali. Gli esseri umani hanno un corpo e l’anima è presente in tutto il corpo; ad esempio, il modo in cui anima e corpo non possono essere separati ci aiuta a comprendere qualcosa della presenza di Dio in tutto il creato. Il fatto che gli esseri umani riproducano la propria specie ci insegna qualcosa e riflette la generatività di Dio, la sua fertilità e creatività, che gli angeli non sono in grado di rappresentare all’interno del creato.

Quindi gli angeli ci sono d’aiuto in quanto ci mantengono al nostro posto, stabiliscono i confini, ci aiutano a comprendere qualcosa della nostra stessa natura e a non cadere in quella convinzione molto comune ma profondamente errata secondo cui noi stessi saremmo in qualche modo angeli intrappolati in corpi. Cristo, naturalmente, è sempre al centro della nostra esperienza di Dio e della nostra comprensione della redenzione e della salvezza. Cristo Gesù di Nazaret, nostro fratello, nostro maestro, Figlio di Dio, Re d’Israele, simile al Figlio dell’Uomo, l’Agnello. Gli angeli salgono e scendono su di lui.

Tutto in questi testi è orientato verso Cristo, pone Cristo al centro. Egli è l’Agnello e questa città è la sua sposa. È su di lui che gli angeli di Dio salgono e scendono. Gli angeli, quindi, sono predicatori, come afferma sant’Agostino; sono testimoni che ci indicano Dio, ci insegnano qualcosa su Dio, ci conducono verso Dio e ci proteggono nel nostro cammino verso Dio. Ora è Cristo che è al centro di questa esperienza, questa radice, questa strada, questa via verso Dio per noi che siamo i primogeniti della creazione, i primogeniti dai morti.

sabato 22 agosto 2026

SETTIMANA 21 DOMENICA (ANNO A)

Letture: Isaia 22,19-23; Salmo 137 (138); Romani 11,33-36; Matteo 16,13-20

Nella Chiesa latina l’interpretazione predominante di questa lettura evangelica è stata di natura giuridica e legale. Nella Basilica di San Pietro la troverete in alto, intorno alla cupola: è il testo chiave (scusate il gioco di parole) per il potere delle chiavi conferito a Pietro e a sostegno della concezione che la Chiesa ha del ruolo del successore di Pietro nel governo della Chiesa. C’è una buona ragione per questa interpretazione tradizionale, come si evince anche dalla prima lettura.

Un certo Eliakim viene nominato maggiordomo del palazzo reale e lo strumento del suo ufficio è la chiave che gli viene consegnata. È una realtà ben nota: chi possiede la chiave per aprire le porte ha autorità e potere, o almeno ha accesso e influenza presso coloro che detengono autorità e potere. A quella roccia insospettabile su cui Cristo edifica la sua Chiesa, Simone Pietro, vengono date le chiavi del regno dei cieli. Egli non ha alcuna autorità né potere al di fuori di Cristo, ma gli vengono concessi accesso e influenza, oltre a poteri delegati per legare e sciogliere non solo sulla terra ma anche in cielo. Qualunque sia l’interpretazione che diamo del testo, si tratta di una dichiarazione straordinaria.

La conversazione tra Gesù e Pietro presenta anche altri aspetti. Stanno diventando amici e la chiave per il cuore di un amico è l’amore. Si tratta di un incontro personale tra loro, non solo di un interrogatorio dottrinale o di una delega giuridica. Man mano che trascorrono sempre più tempo insieme, Gesù e Pietro imparano a conoscersi sempre meglio. Gesù conosce già tutto ciò che c’è in Pietro, i punti di forza e i limiti della sua personalità e del suo carattere, e Pietro sta imparando a conoscere sempre di più Gesù. La domanda non è «che cosa dici che io sia», ma «chi dici che io sia». È una questione di conoscenza personale e, pertanto, implica quel tipo di fede e di amore che fanno sempre parte della conoscenza personale tra amici.

«Tu sei così», «tu sei così»: è un linguaggio familiare tra amici e innamorati, tra genitori e figli. Fa parte del dono dell’amicizia il fatto che possiamo permettere ai nostri cuori di aprirsi grazie alla chiave dell’amore, grazie alla fiducia che il nostro amico ripone in noi, e arriviamo a conoscere meglio noi stessi alla luce del suo amore. Lo stesso vale per lui o lei. Siamo incoraggiati nei nostri doni e accolti con gentilezza nelle nostre debolezze. «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», dice Pietro. La sua conoscenza e comprensione di Gesù sono cresciute e si sono approfondite fino a questo punto. Ciò che Gesù sarebbe stato in futuro – beh, questo rimane nascosto a Pietro per il momento, come vedremo continuando a leggere in Matteo 16, poiché nel giro di pochi versetti Gesù lo chiama «Satana», mentre Pietro ancora una volta fraintende la situazione. Ma Gesù sa bene cosa Pietro potrà diventare in futuro. «Tu sei Pietro, e su questa pietra edificherò la mia Chiesa». A volte è proprio questo che accade anche nelle normali amicizie umane: vediamo il cuore della nostra amica, i suoi doni e i suoi limiti, ma anche possibilità che forse lei stessa non vede. Immaginate un genitore che incoraggia un figlio o una figlia, vedendo ciò che potrebbero ancora diventare, quando il figlio o la figlia sono ostacolati dalla paura, dalla mancanza di fiducia in sé stessi o dal rifiuto da parte degli altri

La chiave dell’amore apre il cuore delle persone e permette a chi le ama di vedere chi sono e ciò che potrebbero ancora diventare. Quando si tratta di Gesù – il Cristo, il Figlio del Dio vivente – allora ovviamente Egli vede più profondamente di chiunque altro ciò che c’è nei cuori umani. Proprio per chi è, Egli può anche creare e trasformare, infondendo in noi doni e punti di forza che prima non sospettavamo nemmeno di avere. Possiamo immaginarlo che parli anche a noi, allora, e che dica: «Tu sei Giovanni e in futuro…», «Tu sei Maria e in futuro…» – cosa potrebbe avere in mente per noi per il futuro? Dobbiamo rimanere aperti a questo, chiedergli di rivelarcelo come lo ha rivelato a Pietro. All’inizio potremmo non comprenderlo appieno, così come Pietro non lo comprende appieno, ma ciò ci mantiene in relazione con Gesù e ci mette in cammino.

Gesù si riferisce già a noi nel Vangelo di oggi, poiché parla di Pietro e della sua fede, della sua amicizia con Gesù, come della roccia «sulla quale edificherò la mia Chiesa». Possiamo almeno trarne forza poiché, per quanto poveri siamo, siamo già la Sua Chiesa, costruita sul fondamento del rapporto di Pietro con Lui e chiamati (come dice la prima lettera di Pietro) ad essere «pietre vive che formano una casa spirituale» (1 Pietro 2,5).

Nel ringraziare Dio per i Suoi numerosi doni, in particolare per il dono di Suo Figlio, preghiamo affinché ci sia concesso il coraggio di permettergli di aprire i nostri cuori con la chiave del Suo amore (così come Egli ha già aperto il Suo cuore a noi con la chiave del Suo amore), di parlarci lì dentro, di dirci chi Egli sa che siamo e, soprattutto, di ascoltare da Lui ciò che Egli sa che potremmo ancora diventare. Tutto per la gloria di Dio, per il servizio della Chiesa e per la nostra salvezza.