Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

venerdì 16 ottobre 2026

Settimana 28 venerdi (Anno 2)

Questa omelia è stata pronunciata durante una Messa trasmessa da Radio Maria (Italia) venerdì 14 ottobre 2016. La Messa è stata celebrata presso il monastero domenicano di Santa Maria della Neve e San Domenico, a Pratovecchio, in Toscana.

Letture: Efesini 1,11-14; Salmo 33; Luca 12,1-7

Domenica prossima, a San Pietro in Vaticano, Papa Francesco celebrerà la canonizzazione di un gruppo di nuovi santi, tra cui la Beata Elisabetta della Trinità, monaca carmelitana francese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Mentre cercava nel Nuovo Testamento qualche parola da prendere come proprio motto, la beata Elisabetta si soffermò su una frase che troviamo due volte nella prima lettura della Messa di oggi: voleva essere, in terra e in paradiso, «lode della sua gloria». San Paolo dice, infatti, che noi cristiani siamo predestinati ad essere lode della gloria di Cristo, che siamo tra coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

Qual è questa gloria alla cui lode la beata Elisabetta voleva consacrarsi totalmente? È la parola della verità, dice san Paolo, la Parola che è Cristo stesso, che porta nel mondo la luce della verità, la luce della redenzione, di cui abbiamo ricevuto la caparra nel sigillo dello Spirito Santo.

Anche nel Vangelo Gesù parla della verità, di questa luce che illuminerà tutte le cose. In quest’anno il nostro Ordine, l’Ordine dei predicatori fondato da san Domenico di Guzman, celebra l’ottavo centenario della sua conferma. È un Ordine particolarmente dedito alla predicazione del Vangelo della verità per la salvezza degli uomini. Molte cose nelle letture ci richiamano a questa nostra vocazione cristiana: vivere nella verità del Signore.

Potremmo però interpretare come minacce certe espressioni sulla verità nel brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato – in questa luce della verità, infatti, saranno rivelati tutti i segreti, saranno rese pubbliche tutte le cose dette all’orecchio nelle stanze più interne. Se fosse una luce crudele, avremmo ragione ad avere paura. Ma questa luce della Parola di Dio è la luce di un amore eterno e infinito. L’attenzione di Dio per i nostri capelli, e per tutti i dettagli delle nostre vite, non è l’attenzione di un nemico o di chi non nutre alcun interesse per noi nel proprio cuore. È invece paragonabile all’attenzione degli adulti verso un neonato, quando osserviamo attentamente ogni dettaglio del bambino, con uno sguardo di affetto, di ammirazione e di amore.

Ecco, questa luce di amore e di verità è ciò che i Domenicani hanno predicato per ottocento anni e continuano a predicare oggi. Questa è la gloria alla cui lode la beata Elisabetta voleva dedicarsi totalmente.

giovedì 15 ottobre 2026

Santa Teresa d’Avila - 15 ottobre

 TERESA D’AVILA

1515 - 1582

Uno dei migliori amici e dei principali consiglieri di Teresa fu Domingo Báñez, uno dei più grandi teologi domenicani spagnoli del XVI secolo, che la aiutò a orientarsi nelle sue esperienze mistiche, la difese davanti all’Inquisizione e salvò la riforma carmelitana dalla rovina. Nella vita di Teresa c’erano anche parecchi altri uomini (dopo Gesù, ovviamente). Il suo flirt con un giovane coetaneo all’età di 16 anni gettò vergogna sulla famiglia (secondo i canoni della Spagna cattolica del XVI secolo) e portò al suo allontanamento in un collegio. A quanto pare, quello a cui era più affezionata era Jerónimo Gracián, di trent’anni più giovane di lei, il primo provinciale dei frati carmelitani riformati. Un altro grande alleato fu san Giovanni della Croce, l’uomo con cui viene più spesso ricordata, che lei ammirava moltissimo, ma che trovava solo un po’ troppo intenso e privo di senso dell’umorismo.

La conversione di Teresa a una seria sequela di Cristo coincise con una crisi di mezza età. Era stata afflitta da malattie e frustrazioni per tutti i suoi vent’anni e i suoi trent’anni, trovando che la vita in convento non fosse poi così diversa da quella nel mondo esterno. Le consorelle sembravano più interessate allo status sociale e agli interessi politici delle loro famiglie che a costruire una comunione spirituale, che era ciò che Teresa intendeva fosse lo scopo di una comunità religiosa. Non poteva però puntare il dito contro nessuno, perché la sua stessa vita di fede e di preghiera era arida e tetra, e le condizioni nel convento non la aiutavano ad andare avanti.

La lettura delle Confessioni di Agostino e la visione di un’immagine particolare che rappresentava le sofferenze di Gesù le aprirono nuovi orizzonti. Possiamo immaginare il suo passaggio da un assenso nozionale a uno reale, per usare i termini di John Henry Newman: il passaggio da una sincera accettazione della verità del Vangelo – che tuttavia la lasciava letargica e depressa – a una vera accettazione della verità del Vangelo che la riempiva di energia e di zelo. Tale accettazione reale non è, ovviamente, il risultato del solo sforzo umano, ma fa parte dell’insegnamento che lo Spirito opera in coloro che cercano di seguire Cristo (Luca 12,12). Il racconto di Teresa su questo cambiamento è riportato nella sua Autobiografia, un libro letto da Edith Stein nel corso di una sola notte nel 1921, che determinò la sua conversione alla fede cattolica, risvegliò la sua vocazione alle Carmelitane e le aprì la via della perfezione.

Teresa non ha mai in mente esseri umani perfetti quando parla, come spesso fa, di perfezione. Dopotutto, aveva una vasta esperienza della vita religiosa. Ciò che è perfetto è l’amore di Dio rivelato in Cristo e che ci trasforma, suscitando in noi una sete che non sarà mai placata, né mai perfezionata, in questo mondo. L’incontro tra grandi cristiani come Agostino, Teresa ed Edith Stein ci ricorda che l’intera comunità della Chiesa, non solo le comunità religiose al suo interno, dovrebbe essere un luogo di compagnia spirituale, un’amicizia fondata sulla cosa più profonda che possiamo condividere, ciò che san Paolo descrive come «la giustizia della fede che riposa sulla grazia» (Romani 4,13.16).

Teresa trascorre quindi la seconda metà della sua vita un po’ qui, un po’ là, un po’ ovunque in Spagna, fondando monasteri, negoziando con i vescovi, affrontando i problemi delle comunità e scrivendo grandi opere come *Il cammino della perfezione* e *Il castello interiore*, opere che rimangono tra le guide più sagge e accessibili alle vie della preghiera.

È però nel Libro delle sue Fondazioni che la personalità di Teresa traspare con maggiore chiarezza. È spiritosa, perspicace, con i piedi per terra, sincera, piena di timore, piena di coraggio, risoluta nel suo amore e nel suo servizio a Cristo. Lungi dall’essere una contemplativa schiva e timida, è pienamente impegnata con le persone e con gli affari, dimostrando una notevole abilità politica nel gestire i numerosi problemi legati alle sue fondazioni – le procedure legali per l’acquisto di proprietà, la pazienza necessaria per trattare con gli abitanti del paese, i benefattori e i vescovi («per colpa sua, gli amici diventano nemici», scherzò un vescovo), la prudenza necessaria per scegliere donne adatte alle nuove comunità e soprattutto le prioresse (alcune di loro sono molto sante, dice, e non adatte a essere prioresse), la rivalità con altri ordini religiosi, il risentimento delle altre carmelitane, la presenza incombente dell’Inquisizione. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, nell’introduzione a uno dei suoi scritti afferma: «Chiedo a Dio di concedermi la grazia di non dire nulla che possa meritare di essere denunciata all’Inquisizione» (Critica satirica). Sembrava così intrappolata e immobilizzata dalle preoccupazioni pratiche e dalle responsabilità temporali che la sua libertà nel seguire Cristo in tutto questo, e nonostante tutto questo, risulta ancora più sorprendente.

Poiché il senso dell’umorismo è uno dei segni più certi di un vero assenso a Dio, non sorprende che nella vita di Teresa d’Avila ci sia molto umorismo. Una notte, una mandria di tori si frappone tra le suore e il loro convento e riescono a malapena a intrufolarsi senza farsi notare. Teresa è molto divertita da questa svolta degli eventi, ma né lei né nessuna delle altre suore è tentata di diventare la prima matadora di Spagna. La prima notte delle suore in un’altra fondazione scoprirono di aver portato cinque orologi ma nessun letto. Un benefattore insiste affinché la cappella che ha finanziato abbia anche un fonte battesimale contenente acqua di fiori d’arancio, e Teresa ne rimane un po’ perplessa.

Incoraggiata da Banez, il suo confessore e direttore spirituale domenicano, Teresa è notoriamente scettica riguardo alle esperienze mistiche, nonostante ne abbia avute alcune straordinarie lei stessa, e mette costantemente in guardia le persone dal dare troppo peso a esperienze insolite durante la preghiera. È piuttosto attraverso gli eventi ordinari, favorevoli e sfavorevoli, che vede manifestarsi la volontà di Cristo e l’opposizione del diavolo. Báñez era un rinomato teologo della grazia e forse possiamo intravedere la sua influenza nel modo in cui Teresa parla del rapporto tra corpo e anima, tra temporale e spirituale. L’anima non può fare nulla, dice, se non sottostare alle leggi del corpo e a tutti i suoi bisogni e cambiamenti (Fondazioni 29.2). Non è sicura se i suoi consigli sulle prioresse siano «spirituali o temporali», ma non ha importanza poiché ciò che le sta a cuore è il modo in cui le questioni temporali influenzano il bene spirituale (Visita 2 e 10). L’amore non si vede se viene tenuto nascosto negli angoli, scrive, ma si vede «in mezzo alle occasioni di caduta» (Fondazioni 5.15). Le regole e i regolamenti sono necessari proprio come lo sono le case, per proteggere il lavoro che vi si svolge all’interno. Le Costituzioni dovrebbero essere concordate rapidamente affinché le persone possano andare avanti con la propria vita, e lei trovava tediosi i protratti disaccordi tra i frati.

Riguardo alla spiritualità più austera di Giovanni della Croce, afferma che «la ricerca di Dio sarebbe molto costosa se non potessimo farlo finché non fossimo morti al mondo». «Dio mi liberi», dice, «da persone così spirituali da voler trasformare ogni cosa in perfetta contemplazione, a tutti i costi». Ciononostante dovremmo essere grati a Giovanni della Croce, afferma a proposito di uno dei suoi scritti, «per aver spiegato così bene ciò che non avevamo chiesto» (Critica satirica 6-7). Forse era un po’ gelosa del piccolo Giovanni!

Teresa d’Avila rimane una fonte di ispirazione e una guida affidabile per tutti coloro che cercano di perseverare nella preghiera. È una Dottoressa della Chiesa, di cui la liturgia dice che Dio ci ispira con la sua vita santa, ci istruisce con la sua predicazione e ci dona la Sua protezione in risposta alle sue preghiere. Ho offerto qui alcune riflessioni sulla sua conversione, sulla sua concezione del cammino cristiano come un percorso di amicizia e amore condivisi, e sulla sua libertà ed energia al servizio di Cristo e della Chiesa. Una delle sue poesie è diventata molto nota e costituisce una conclusione appropriata, seppur familiare


Nada te turbe,                        Nulla ti turbi,

nada te espante,                     Nulla ti spaventi,

todo se pasa,                          Tutto passa,

Dios no se muda.                   Solo Dio è immutabile.

La pazienza                            La pazienza

tutto raggiunge,                     tutto raggiunge,

chi ha Dio                             chi ha Dio

non manca di nulla:              non manca di nulla:

solo Dio basta.                     Solo Dio basta.


Ascolta qui questa poesia cantata a Taizé

Settimana 28 Giovedì (Anno 2)

Letture: Efesini 1,1-10; Salmo 98; Luca 11,47-54

Nel racconto di Luca, Gesù è invariabilmente più gentile di come viene presentato in Matteo o in Marco, sia nei confronti degli apostoli e dei discepoli sia nei confronti dei nemici di Gesù. Ma naturalmente il risultato finale è lo stesso: Gesù viene crocifisso. Il Vangelo di oggi contiene ammonimenti contro vari elementi delle autorità religiose, incisivi se non addirittura offensivi come quelli contro gli scribi e i farisei che troviamo in Matteo 23. E il risultato finale è lo stesso: Gesù viene crocifisso. Il risultato finale è lo stesso: sono sempre più arrabbiati con lui e con quello che dice di loro al popolo.

Qui sono descritti come “studiosi della legge” e “costruttori dei monumenti dei profeti”, ma sono gli stessi scribi e farisei che vedono che le critiche sono rivolte contro di loro e reagiscono di conseguenza. Gli studiosi della legge hanno tolto la chiave della conoscenza, non entrando loro stessi ma non permettendo a nessun altro di entrare. Un gruppo meno definito, coloro che costruiscono i monumenti dei profeti, sono quelli che sostengono i profeti finché sono morti, ma ogni volta che sorge un profeta vivente sono tra i primi ad assicurarsi che venga messo a tacere.

Gli insegnanti e le autorità religiose devono ascoltare attentamente queste parole ed esaminare i propri pensieri, parole, azioni e omissioni alla luce di esse. Proprio come tutti gli altri, e a maggior ragione, sono chiamati a pentirsi e a posizionarsi nel modo in cui Dio porta il regno della grazia. La sfida per loro è quella di rimanere aperti allo Spirito che soffia dove vuole e che non può essere confinato in particolari istituzioni o dottrine o pratiche. Eppure è lo stesso Spirito che stabilisce e anima le istituzioni, le dottrine e le pratiche in cui il rapporto con Dio viene vissuto, compreso e celebrato.

È troppo semplice stabilire qui una facile contrapposizione tra giudaismo e cristianesimo. È troppo facile anche creare una facile contrapposizione tra tipi istituzionali e tipi carismatici, o tra tipi sacerdotali e tipi profetici, tra radicali fedeli alla chiamata selvaggia del Vangelo e liberali che saranno sempre a portata di mano per ungere i corpi dei profeti morti e per seppellire gli apostoli martirizzati. Spesso il meglio che possiamo fare è vivere tra queste polarità, sforzandoci di tenere insieme le persone, che si completano a vicenda nei modi in cui testimoniano la verità di Dio.

Ma il mistero della volontà di Dio è che tutte le cose si riassumono in Cristo. È Cristo che è la ricapitolazione di tutte le cose. Non saremo noi a farlo, nonostante le nostre conquiste politiche o intellettuali. È Cristo che riunisce tutto, aprendo la porta della conoscenza e rivelando la gloria della grazia di Dio. Non ci riusciremo, nonostante le nostre strutture istituzionali, le nostre grandi strategie o le nostre buone intenzioni.

Quando il sangue di questo profeta viene versato e il sangue di questo apostolo viene versato, è il momento della redenzione del mondo. Non è solo un altro profeta martirizzato nella linea che va da Abele a Zaccaria. Questo corpo morto non deve essere contenuto in una tomba qualsiasi, per essere onorato una volta all'anno da coloro che pretendono di essere i suoi eredi. Poiché è stato portato al trono della grazia, questo sangue scorre per sempre, redimendo e portando il perdono. Il potere di questo Sangue squarcia la cortina del Tempio e apre la strada a una nuova conoscenza e a una nuova vita. Questo è il Sangue che stabilisce l'unità tra i perseguitati e coloro che li hanno uccisi. Questo è il Sangue che guarisce le ferite del mondo, perdona i peccati del mondo e dona la grazia al mondo.

La predicazione di questa verità e la testimonianza di questa grazia continuano a suscitare rifiuto e persecuzione. Quella predicazione e quella testimonianza continuano a chiamarci a pentirci e a cambiare, a posizionarci nel modo in cui Dio porta il regno della grazia. E questo, a quanto pare, sarà sempre una sorta di minaccia per noi, un sovvertimento del nostro benessere, una relativizzazione delle nostre conquiste, una critica alle nostre migliori intenzioni, cambiamenti nel nostro modo di vivere. Solo lo Spirito, che ha parlato attraverso i profeti, ci manterrà su questa strada di pentimento, pronti a imparare e a cambiare di nuovo, lo Spirito che testimonia con l'acqua e il sangue le ricchezze della grazia di Dio.

mercoledì 14 ottobre 2026

Settimana 28 Mercoledì (Anno 2)

Letture: Galati 5,18-25; Salmo 1; Luca 11,42-46

C'è una bella immagine nel salmo responsoriale di oggi. Chi si diletta nella legge del Signore e la medita è come un albero piantato sulla riva del mare. Egli produce frutti a tempo debito, le sue foglie non appassiscono mai e tutto ciò che fa prospera. Una persona del genere ha radici ben piantate. La sorgente di vita, di energia e di azione in lei è sana, affidabile e fruttuosa.

San Paolo conosceva molto bene questo salmo. È il fariseo più famoso che ha trovato la fede in Gesù e ciò che dice sulla legge e sullo Spirito è quindi di grande interesse. Li contrappone, sì, ma non come due codici alternativi di legge, uno dettagliato e negativo, l'altro generale e positivo. È piuttosto che la capacità di ogni persona di osservare la legge di Dio - cosa che tutti dovremmo fare - dipende dal suo essere piantata nello Spirito, radicata in quel dono divino dell'acqua viva. Paolo si era reso conto che i frutti positivi della legge potevano essere portati solo da persone che vivevano nello Spirito. La legge è buona, saggia e vera, come dice altrove. Ma senza lo Spirito ogni sforzo di vivere secondo la legge sarà “carnale”, sarà inevitabilmente parziale ed esteriore, selettivo e più o meno ipocrita.

Si può essere tentati di creare una facile opposizione tra “legge del vecchio testamento” e “spirito del nuovo testamento”. Ma cedere a questa tentazione sarebbe un gravissimo fraintendimento del Vangelo e dell'intera storia della salvezza. La nuova legge non è un'alternativa alla legge antica, ma è la sua piena fioritura. La nuova legge, di cui hanno già parlato i profeti, è la vita del credente fedele che scaturisce dalla sua comunione con il Signore, il Dio di Israele. Cosa ci assicura questa comunione?

Gesù stesso ci mette in guardia da questa facile opposizione attraverso un paio di indizi nella lettura del Vangelo di oggi. Queste dovevate fare”, dice, riferendosi alla giustizia e all'amore di Dio, ‘senza trascurare le altre’, quelle questioni più secondarie della legge che il fedele vorrà ugualmente osservare, perché fanno parte della legge di Dio.

Il secondo indizio si trova nella risposta al giurista. “Tu imponi alla gente pesi troppo difficili da portare”, dice Gesù. Il giogo o fardello è un'altra immagine della legge di Dio che guida i passi di chi si sottomette ad essa. Nel Vangelo di Matteo Gesù dice che il suo giogo è facile e il suo fardello (stesso termine) è leggero. Cosa lo rende un giogo facile? Che non ci chiede molto? Cosa lo rende un peso leggero? Che le sue richieste sono superficiali e non radicali? Sta parlando della croce e del camminare dietro di lui su quella strada. Così anche Paolo in Galati: “Lungi da me il gloriarmi se non della croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo della quale il mondo è stato crocifisso a me e io al mondo” (6,14). Anche nella prima lettura di oggi parla della crocifissione, un altro monito contro una concezione del discepolato cristiano che sottovaluta il suo costo.

L'albero in riva al mare è la croce di Cristo piantata nella nostra terra. Proprio lungo la strada da dove vivo ora c'è la chiesa di San Clemente con il suo famoso mosaico della croce come albero della vita. Questo legno secco e morto, irrigato dal sangue di colui che muore su di esso, diventa un albero vivo da cui sgorga l'acqua del fiume della vita, il dono dello Spirito, la vita sacramentale della Chiesa. Questo è il fardello leggero ed eternamente fecondo che ci viene chiesto di accettare e portare. La sua forza raggiunge le profondità dei nostri cuori, irrigando i luoghi aridi e morti, riempiendoci del suo stesso amore. Quell'amore è lo Spirito Santo che ci rende capaci di osservare la legge di Dio e di portare così il frutto della croce: amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, autocontrollo, contro i quali non c'è legge, ma che sono il compimento della legge di Dio, l'intenzione di Dio per il suo popolo.

martedì 13 ottobre 2026

Settimana 28 martedi (Anno 2)

Letture: Galati 5,1-6; Salmo 118; Luca 11,37-41

Ciò che Gesù dice al fariseo è un po’ oscuro: «quanto a ciò che è dentro, fai l’elemosina»: questa è la traduzione a cui si fa riferimento qui. Ma cosa può significare? «Fai l’elemosina con ciò che hai» è un’altra traduzione, ma in realtà non dice nulla: da cos’altro si potrebbe fare l’elemosina? La traduzione corretta sembra essere «dai in elemosina quelle cose che sono dentro di te». Si adatta a ciò che Gesù sta dicendo riguardo all’esterno e all’interno. Si collega inoltre perfettamente a ciò che dice Paolo nella prima lettura: ciò che conta non è la circoncisione o l’incirconcisione – cose esterne – ma «la fede che opera attraverso l’amore».

Ci viene chiesto, quindi, di donare noi stessi, e il nostro io più profondo, condividendo ciò che pensiamo, come ci sentiamo, ciò in cui crediamo, ciò a cui diamo valore. Ciò che è dentro di noi deve essere purificato prima di tutto, dice Gesù: ciò che pensiamo, come ci sentiamo, ciò in cui crediamo, ciò a cui diamo valore. Ci sono molte conseguenze pratiche una volta che iniziamo a considerare le fantasie che occupano la nostra mente, le distorsioni che turbano i nostri sentimenti, le domande che mettono alla prova la nostra fede, le ambivalenze che lasciano il nostro cuore diviso.

La via verso questa purificazione non passa semplicemente attraverso l’ascetismo e la forza di volontà. Passa piuttosto dal rimanere in compagnia di Cristo, dal vivere secondo il Suo Spirito, dal continuare a cercare la libertà per la quale Egli ci ha liberati. La via passa attraverso la preghiera, ciò che c’è di più intimo in ogni essere umano, l’unico luogo da cui la nostra fede può agire attraverso il nostro amore.

lunedì 12 ottobre 2026

Settimana 28 Lunedì (Anno 2)

Letture: Galati 4:22-24, 26-27, 31-5:1; Salmo 113; Luca 11:29-32

In che cosa consiste il segno di Giona? Per Luca, è la predicazione di Giona e il pentimento dei Niniviti il segno per chi ascolta Gesù. La regina di Saba venne ad ascoltare la sapienza di Salomone e il popolo di Ninive ascoltò la predicazione di Giona. Qui c'è qualcosa di più grande sia di Giona che di Salomone. Dovete quindi ascoltare lui, Gesù, vivere della sua sapienza e rispondere alla sua chiamata al pentimento.

In Matteo, Gesù riporta la parte precedente delle avventure di Giona e indica i suoi tre giorni nel ventre del pesce. Questo è il segno di Giona, secondo Matteo, una prefigurazione dei tre giorni che Gesù avrebbe trascorso da morto nella tomba. Il racconto di Matteo ci offre l'immagine più forte e potremmo essere tentati di supporre che Luca implichi la stessa cosa. Ci sono poche immagini bibliche più potenti di quella di Giona nel ventre del grande pesce.

Ma non c'è alcuna indicazione che i Niniviti sapessero qualcosa del pesce! Per Luca, il segno è la predicazione di Giona e il pentimento del popolo. E questo ci permette di notare un'altra cosa nell'esperienza di Giona a Ninive. Non solo il popolo si pente, ma anche Dio si pente del male che aveva detto di voler fare loro. Il pentimento di Dio dispiacque molto a Giona, ci viene detto, ed egli si arrabbiò.

Quando Gesù indirizza i suoi ascoltatori al segno di Giona, deve pensare che la misericordia divina mostrata in quel luogo sia in primo piano. Dopo tutto, egli è venuto a mostrarci il Padre. Il pentimento di Dio nel Libro di Giona anticipa tante parabole di Gesù in cui la giustizia di Dio diventa sconcertante perché inghiottita dalla misericordia di Dio. Se ci sentiamo un po' arrabbiati con il figliol prodigo, o con gli operai dell'undicesima ora che vengono pagati come quelli che hanno lavorato tutto il giorno, o al pensiero che prostitute e altri peccatori pubblici entrino nel regno dei cieli prima di noi, allora siamo in compagnia di Giona.

Egli si sentiva usato da Dio. La sua missione era stata un successo completo, l'intera città si era pentita alla sua predicazione, ma lui era ancora arrabbiato. Questo è il segno di Giona. Chiamandoci al pentimento, Dio ci chiede di diventare come Lui. Egli è sempre pronto a essere misericordioso, a volgersi verso di noi. Come il padre nella storia del figliol prodigo, il primo segno di pentimento del peccatore conquista l'attenzione e la misericordia di Dio. (In realtà crediamo che non sarebbe nemmeno possibile senza la precedente attenzione e misericordia di Dio).

La libertà del cielo, di cui parla Paolo nella prima lettura, si vede nella libertà e nella generosità stravagante di Dio che tanto infastidisce Giona. La grazia non è confinata e coloro che sono chiamati a essere predicatori di grazia non devono mai dimenticarlo. Il servitore della Parola è sempre a disposizione di Dio e fa solo il suo dovere, predicando la chiamata al pentimento e l'avvento del Regno. Non c'è una misura precisa dell'efficacia di questa predicazione, né un modo per prevederne i risultati.

Per la libertà Cristo vi ha liberati, dice Paolo in Galati. Come seguaci di Gesù siamo messaggeri di questa libertà, servitori che fanno il loro dovere, strumenti nel modo che Dio giudica migliore per avvertire gli altri della libertà che Dio ha promesso.

sabato 10 ottobre 2026

Settimana 29 Domenica (Anno A)

Letture: Isaia 25,6-10a; Salmo 22/23; Filippesi 4,12-14,19-20; Matteo 22,1-14

Le letture tracciano un bellissimo quadro dell’amore universale e smisurato di Dio. Ciò che Dio desidera è la salvezza di tutti gli uomini. La celebrazione di questo amore divino è descritta dal profeta Isaia come un meraviglioso banchetto: il vino più pregiato, il cibo più squisito, in abbondanza per tutti. Il salmo responsoriale è sulla stessa linea. Il Signore è il nostro pastore che si prende cura di noi, specialmente quando ci troviamo in luoghi bui, e che ha preparato un banchetto per noi. La bontà e la misericordia ci seguiranno tutti i giorni della nostra vita e poi, alla fine, abiteremo nella casa del Signore per sempre. La seconda lettura, tratta dalla lettera di Paolo ai Filippesi, ribadisce questo concetto: Dio soddisferà ogni vostro bisogno con la generosità che solo Lui può avere.

Generosa, smisurata, capace di soddisfare ogni bisogno, con doni inaspettati e non richiesti: così è la grazia di Dio nel suo amore per l’umanità.

Ma poi comincia a risuonare una nota stonata, un neo, una goccia amara che ci distrae dalle cose dolci che abbiamo ascoltato finora. Paolo dice che tale fiducia nella bontà di Dio gli permette di affrontare qualsiasi circostanza la vita gli riservi: povero o ricco, nella povertà o nell’abbondanza, egli può fare ogni cosa con l’aiuto di Colui che lo fortifica. È stato un bene, conclude, che abbiate condiviso le mie difficoltà. Perché è stato un bene? Per apprezzare il dono, a quanto pare, per renderci conto che anche nelle valli oscure il Signore è lì, non solo presente con noi, ma condivide quelle cose con noi e ci rafforza per superarle.

La parabola del Vangelo porta con sé un’oscurità e un’amarezza ancora più profonde. Ci sono alcuni che rifiuteranno di partecipare al grande banchetto che è stato preparato, ora descritto come il banchetto nuziale per il figlio di un re. Si allontanano, dando più valore ad altre cose piuttosto che a quel banchetto. La situazione degenera addirittura, con alcuni di loro che molestano e uccidono i servi del re. La sua rappresaglia è rapida e brutale. L’invito viene esteso a chiunque, buoni e cattivi indistintamente, così che la sala delle nozze si riempie di ospiti.


Potremmo fermarci qui e alcuni pensano che la parabola finisca qui. Sarebbe già abbastanza sconcertante. Che fine ha fatto l’amore universale e smisurato, il potere di Dio di allontanare ogni tristezza e ogni lutto, tutto ciò che potrebbe impedire a chiunque di partecipare con gioia al banchetto? Sembra che le persone siano libere di rifiutare, e che tragedia sarebbe. Non apprezzare il dono offerto, disdegnare la generosità di chi ti invita, fino al punto di usare violenza verso coloro che rinnovano l’invito: sembra quasi che il rifiuto debba essere consapevole, deliberato, ponderato, libero.


Ma potremmo anche continuare a leggere, ascoltando quella che è o la seconda parte della parabola, oppure una seconda parabola annessa alla prima. Si tratta di una persona invitata al banchetto nuziale che non indossa l’abito appropriato, e questa è la nota più strana di tutte in questo brano. Dovremmo forse andare in giro sempre vestiti con i nostri abiti migliori, nel caso in cui qualcuno, all’improvviso, ci inviti a un matrimonio? Immaginate le città e le campagne del mondo con tutti vestiti ogni giorno come per un matrimonio! Sarebbe uno spettacolo meraviglioso, una sorta di paradiso sartoriale, e terrebbe in attività gli stilisti di Milano e Parigi come mai prima d’ora.

Allora, di cosa si tratta? Può sembrare che ciò che fino a quel momento era incondizionato – l’amore universale e smisurato di Dio offerto a tutte le persone – sia improvvisamente diventato condizionato. C’è qualcosa che dobbiamo essere o fare per mantenere il nostro posto al banchetto. Sono invitati ricchi e poveri, buoni e cattivi, chiunque e tutti – quindi, cosa devono diventare o fare per assicurarsi il proprio posto?

Forse è semplicemente una parabola sulla prontezza, come altre nel Vangelo. Siate pronti. Siate attenti. Siate vigili. Non conoscete né il giorno né l’ora. Non dimenticate di avere olio nella vostra lampada, perché lo sposo sta arrivando a un’ora che non vi aspettate.

E cosa significa «avere olio nella lampada», indossare un «abito nuziale»? Isaia parla del Signore che ci toglie le vesti – il velo del lutto, il sudario che avvolge tutte le nazioni. Il Vangelo ora parla di un abito che dobbiamo indossare, il che deve riferirsi a ciò di cui parla San Paolo quando ci dice di «rivestirci di Cristo» (Romani 13,14; Galati 3,27). Indossare l’abito giusto significa seguire Cristo – specialmente sulla via della croce, come dice Paolo altrove nella Lettera ai Filippesi – e quindi riconoscere e apprezzare il dono che ci viene offerto nell’invito che abbiamo ricevuto.

L’uomo che viene scacciato non è quindi oggetto di una punizione arbitraria da parte di un dio tornato irascibile. È piuttosto la verità della situazione di quell’uomo, che non si è disposto ad apprezzare il dono per quello che è: un dono, offerto liberamente, generosamente e in modo stravagante. Da non dare per scontato e da non accettare senza gratitudine verso chi lo offre.

Sembra proprio così. Siamo tutti invitati al banchetto. Lo anticipiamo nella nostra celebrazione dell’Eucaristia. Ma dobbiamo fare ogni sforzo per predisporci correttamente. È semplicemente una questione di cortesia. Ma significa anche imparare ad apprezzare l’amore ricevuto, affinché a nostra volta possiamo diventare capaci di amare allo stesso modo: liberamente, generosamente, con grande generosità. Amarci gli uni gli altri come Gesù ha amato i suoi discepoli, e amare Lui, l’invito che il Padre ci rivolge, affinché siamo pronti a stare con Lui quando verrà il momento, con i cuori colmi di gratitudine e meraviglia.

Preghiamo affinché il Signore ci aiuti a rivestirci in questo modo e ad essere così pronti. L’invito è già stato lanciato e noi lo abbiamo ricevuto. Dimoreremo nella casa del Signore stesso, quando Dio avrà rimosso gli abiti che ostacolano la nostra gioia e ci consentirà di indossare l’unico abito che garantisce la nostra felicità eterna: l’Unigenito Figlio di Dio, Gesù Cristo.