Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

martedì 27 ottobre 2026

Settinana 30 Martedì (Anno 2)

Letture: Efesini 5,21-33; Salmo 128; Luca 13,18-21

Le letture di oggi ci propongono tre parabole sulla vita familiare. È ovvio che Gesù sia più saggio di Paolo e forse lo vediamo in modo concreto proprio nel fatto che le sue parabole sono così semplici, mentre Paolo cerca di spiegare in dettaglio l’analogia basata sul matrimonio. Così facendo, lascia molti margini all’incertezza.

Le due parabole di Gesù non potrebbero essere più brevi. A cosa può essere paragonato il regno di Dio? È come un granello di senape che un uomo semina: cresce fino a diventare un grande arbusto, e gli uccelli vengono a farvi il nido. È come il lievito che una donna aggiunge a tre misure di farina e alla fine tutto lievita. Tutto qui. Nessuna allegoria, nessun commento: pensate a una di queste due situazioni e meditate su come il regno di Dio le assomigli. Sono ricche e meravigliose.

Paolo offre una spiegazione molto più completa dei modi in cui il rapporto tra Cristo e la Chiesa può essere paragonato al matrimonio. Anche la sua intenzione è quella di mantenerci concentrati sul mistero di Cristo e della Chiesa, il mistero del regno di Dio. L’analogia che propone ha una lunga storia biblica. Dio è lo sposo di Israele e lei è la sua sposa. Gesù parla di sé stesso come dello sposo, invitando i suoi discepoli a continuare a utilizzare l’analogia, ora per parlare del rapporto tra Cristo e il suo corpo, la Chiesa.

Ma ci sono elementi che ostacolano la nostra serena meditazione su questo brano. Nel corso dei secoli è stato utilizzato per sostenere la discriminazione contro le donne. In alcuni luoghi è ormai considerato inadatto alle celebrazioni nuziali. Mentre ascoltiamo questa lettura, le discussioni sociali e politiche sull’uguaglianza dei sessi e sui ruoli di uomini e donne si insinuano nella nostra mente e ci distraggono dal suo significato principale. Ecco un’altra parabola domestica, un’analogia, che ci insegna cose importanti sul regno di Dio. Ma il suo uso nel corso dei secoli, e alcune delle sue espressioni, la rendono un ostacolo.

Si potrebbero elencare i punti che si oppongono a un’interpretazione discriminatoria di questo «mistero profondo»: siate sottomessi gli uni agli altri (è una sottomissione reciproca, non unilaterale), per rispetto verso Cristo (il fulcro è Cristo), amate le vostre mogli come Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei (questa è la controparte dell’obbedienza della moglie, che rappresenta la nostra obbedienza a Cristo), il marito ama la moglie come il proprio corpo (l’unione è la più intima possibile), nutrendola e curandola come Cristo nutre e cura la Chiesa (il mistero è l’amore di Cristo per la Chiesa).

La semina del granello di senape e l’aggiunta del lievito sono temi ricchi per meditare sul mistero del Regno, ma nessuno dei due è diventato un sacramento della Chiesa. Il matrimonio, invece, realtà domestica fondamentale, è un sacramento della Chiesa; per certi versi è il sacramento paradigmatico, poiché tutti i sacramenti stabiliscono, esprimono e celebrano il rapporto nuziale tra Cristo e la Chiesa, l’alleanza di vita e di amore che lega il credente a Cristo nella Chiesa.

Pur riconoscendo le difficoltà che questo testo ci pone, dobbiamo tuttavia continuare ad ascoltarlo e a meditare sul suo insegnamento, per cercare di intravedere il mistero. Non riesco mai ad ascoltarlo senza pensare all’antica cerimonia anglicana del matrimonio, durante la quale la donna diceva all’uomo – ma non lui a lei – che gli avrebbe obbedito. Che cosa scioccante, potremmo dire oggi. Ma l’uomo diceva alla donna – e non lei a lui – che l’avrebbe adorata. È forse ancora più scioccante?

martedì 20 ottobre 2026

Settimana 29 martedi (Anno 2)

Letture: Efesini 2.12-22; Salmo 84; Luca 12.35-38

LA LETTERA AGLI EFESINI

Oprah Winfrey ha affermato che il libro più importante della sua vita è la Lettera agli Efesini. Gli studiosi della Bibbia ci dicono che la Lettera agli Efesini può essere descritta più accuratamente come opera della “scuola di Paolo” piuttosto che come un testo scritto direttamente dalla penna di San Paolo stesso. Né sembra una lettera nel senso comune del termine. La sua prima metà (capitoli 1-3) è una maestosa preghiera e la seconda metà (capitoli 4-6) un’omelia o un’esortazione a una vita degna. Inizia con un breve saluto e termina con un breve congedo, come se qualcuno, nell’inviare la preghiera e l’omelia, aggiungesse una breve nota di accompagnamento. Nel mezzo si trova una meravigliosa sintesi della «dottrina e della vita» cristiana.

La prima metà della Lettera agli Efesini è uno dei più grandi testi biblici sul tema della «grazia». Viene letta durante la Messa da giovedì scorso fino a giovedì di questa settimana. La grazia è l’amore benevolo di Dio rivolto all’umanità, la generosità e il perdono di Dio, l’iniziativa di Dio nel creare e ricreare. Questo amore benevolo è una benedizione per noi che lo riceviamo, ma è anche un motivo per cui, a nostra volta, benediciamo Dio. Infatti, la grazia di Dio è essa stessa la fonte della nostra capacità di rendere grazie a Dio in modo consono.

La grazia di Dio non è solo un sentimento o un pensiero in Dio: è qualcosa di potente ed efficace, un mistero nascosto in Dio da tutta l’eternità ma rivelato storicamente nell’elezione del popolo di Dio, nella venuta di Gesù Cristo e nella fondazione della Chiesa nella risurrezione e nell’esaltazione di Gesù.

La Lettera agli Efesini ha molto da dire sulla «famiglia di Dio», la comunità della Chiesa, dove la varietà dei doni assicura che i bisogni della comunità siano soddisfatti e l’unità di «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo» fa sì che questa varietà sia tenuta insieme in armonia. La Chiesa è il luogo in cui ebrei e gentili, riconciliati attraverso la morte di Cristo, condividono una nuova vita di fede, integrità e santità.

Nessuno è estraneo o estraneo a questo mistero. Ciascuno di noi è partecipe della grazia di Dio. Ciascuno di noi è chiamato a essere un «servitore del Vangelo», «imitando Dio» amando come Egli ci ha amati e offrendo noi stessi come un’offerta profumata.

Nella seconda parte, letta durante la Messa da questo venerdì fino al giovedì della prossima settimana, la Lettera agli Efesini ci esorta a vivere una vita degna di ciò che abbiamo ricevuto, una traduzione in termini cristiani del «sii fedele a te stesso» di Shakespeare.

La motivazione per una vita retta è che siamo fedeli a ciò che siamo ora, che «camminiamo» in accordo con la nostra nuova vita, che cresciamo verso la pienezza di Dio e di Cristo di cui già partecipiamo. Il nostro io più vecchio ed esteriore muore mentre il nostro io più nuovo e interiore si costruisce attraverso la fede, la speranza e l’amore. Per la Lettera agli Efesini, vivere in modo degno significa onestà e integrità nel parlare, nei rapporti sessuali, nella vita familiare e lavorativa. Il linguaggio della Lettera agli Efesini è segnato dalle circostanze sociali del suo tempo, ma i valori chiave rimangono attuali e stimolanti, non da ultimo il fatto di porre il matrimonio umano al centro del mistero cristiano.

A prima vista, la Lettera agli Efesini potrebbe sembrare proprio il tipo di testo di cui non abbiamo bisogno: «Mogli, siate sottomesse ai vostri mariti», per esempio. Ma dice molto di più: «Sottomettetevi gli uni agli altri» o «Mariti, amate le vostre mogli come Cristo ama la Chiesa e dà la sua vita per lei», per esempio.

La Lettera agli Efesini si inserisce in una lunga tradizione biblica in cui il rapporto tra Dio e il suo popolo viene paragonato al matrimonio, che è quindi un’istanza simbolica o «sacramentale» dell’amore reciproco tra Dio e il suo popolo. Il fulcro della Lettera agli Efesini è l’intimità della coppia sposata e il modo in cui questa esperienza umana unica possa aiutarci a comprendere quanto Cristo sia vicino alla Chiesa, che è il suo corpo.

A prima vista potremmo reagire al linguaggio della Lettera agli Efesini riguardo alla vita coniugale. Riflettendo nuovamente su questo testo, potremmo chiederci cosa significhi per un uomo rendere santa una donna amandola o per una donna rendere santo un uomo amandolo.

Entrambe le parti della Lettera agli Efesini parlano di potere e della vocazione cristiana. L’amore di Dio è potente nel risuscitare Gesù dai morti ed esaltarlo al di sopra di ogni altra potenza come capo della Chiesa. Gli esseri umani sono coinvolti nello stesso mistero e sono chiamati a viverlo rinunciando ai vecchi modi di relazionarsi. Camminare in modo degno della nostra nuova vita è possibile solo se indossiamo «l’armatura di Dio»: verità, integrità, fede. La nostra unica forza è «nel Signore», che ci ha resi membri della Sua famiglia e la cui grazia continua a plasmarci come «opera d’arte di Dio».

lunedì 19 ottobre 2026

Settimana 29 Lunedi (Anno 2)

Letture: Efesini 2:1-10; Salmo 100; Luca 12:13-21

Ci sono insegnamenti sui pericoli della ricchezza che sono comuni a Matteo, Marco e Luca. Non si può servire sia Dio che Mammona, per esempio. Anche l'immagine del cammello che cerca di passare per la cruna di un ago si ritrova in tutti e tre i vangeli: è più facile per lui farlo che per un ricco entrare nel regno dei cieli.

Ma la parabola di oggi si trova solo nel vangelo di Luca. Oltre alla sua sensibilità e compassione, anzi proprio per questo, Luca pone un'enfasi particolare sui pericoli della ricchezza. Non qualifica la beatitudine dei poveri come fa Matteo, aggiungendo la frase “in spirito” - felici voi poveri è la versione di Luca, ed è lui che aggiunge i guai, iniziando con “guai a voi che siete ricchi”. Gesù non dice “guai a voi che siete indebitamente attaccati ai vostri beni”, né “guai a voi che non condividete ciò che avete con gli altri”. Il solo fatto di avere delle cose è di per sé problematico.

Nessuno di voi può essere mio discepolo se non rinuncia a tutti i suoi averi”, leggiamo in Luca 14. E Luca 16 è tutto un monito. E Luca 16 è tutto incentrato su questo avvertimento contro le ricchezze. Vi troviamo l'amministratore astuto, l'uomo ricco e Lazzaro, i farisei descritti come “amanti del denaro” e uno strano incoraggiamento ai discepoli a usare il denaro, “quella cosa contaminata”, per il servizio del regno.

In Luca troviamo l'insegnamento di Gesù sulle ricchezze nella sua forma più radicale. Questo insegnamento è qui reso fisico, potremmo dire. Non si tratta di una questione di atteggiamento nei confronti dei nostri beni, ma di un problema che deriva dall'avere dei beni. L'avvertimento è che gli esseri umani iniziano inevitabilmente a trovare un significato, una sicurezza e un senso di identità nei loro beni. Invece di usarli, essi diventano in qualche modo noi e noi diventiamo loro. Accumuliamo tesori di vario tipo (non solo il denaro) per garantire la nostra vita, per darle un significato e per affermare un senso di identità: essere qualcuno. Se è grazie a ciò che abbiamo che diventiamo qualcuno, allora abbiamo perso noi stessi.

Gesù ci ricorda nella lettura del Vangelo di oggi che “la vita non è fatta di beni”. Comportarsi come se lo fosse significa perdere la propria vita. Essere veramente “ricchi” significa ricevere il dono del Regno e praticare la generosità che ne è il cuore: lasciare che i nostri beni fluiscano attraverso di noi, potremmo dire, senza considerarli come propri. È un altro modo per dire che dobbiamo diventare come Gesù che, pur essendo ricco, si è fatto povero, affinché noi poveri diventassimo ricchi.

domenica 18 ottobre 2026

Settimana 29 domenica (Anno A)

Letture: Isaia 45,1; 46; Salmo 96; 1 Tessalonicesi 1,1-5b; Matteo 22,15-21

Partendo da un’adulazione (ciò che gli irlandesi riconosceranno immediatamente come “plámás”), i farisei e gli erodiani interrogano Gesù sul pagamento delle tasse a Cesare. Se dice «pagate», si mette nei guai in un modo; se dice «non pagate», si mette nei guai in un altro modo. Invece, come al solito, gli toglie il terreno da sotto i piedi e cambia completamente il fondamento della domanda. Di chi è l’immagine sulla moneta da pagare? Di Cesare. Allora date a Cesare ciò che è suo. E date a Dio ciò che è suo.

A volte questo è stato interpretato nel senso che la vita e gli affari umani possano essere divisi tra un regno che appartiene a Cesare (lo Stato, le questioni politiche) e un regno che appartiene a Dio (la Chiesa, la religione). Ma c’è qualcosa di sbagliato nell’idea che possa esistere un ambito della vita umana che non appartenga a Dio. E Gesù conferma il nostro sospetto con ciò che dice. Non esplicitamente, ma in modo molto chiaro.

Se tutto ciò che porta l’immagine di Cesare appartiene a Cesare, allora tutto ciò che porta l’immagine di Dio appartiene a Dio. Che cosa c’è che porta l’immagine di Dio? Se l’immagine di Cesare si trova sulle monete, dove si trova l’immagine di Dio? Sappiamo dalla Bibbia che è l’essere umano a portare l’immagine di Dio. Quindi è l’essere umano che appartiene a Dio. E questo non può significare solo alcune parti, aspetti o attività dell’essere umano, ma deve significare l’essere umano nella sua interezza, in tutte le sue attività e relazioni, in tutti i suoi progetti e impegni. Deve significare anche ogni singolo essere umano, poiché non viene fatta alcuna distinzione: ognuno è creato a immagine e somiglianza di Dio.

È una risposta di estrema arguzia. Pur sembrando dividere le questioni umane tra due padroni, Gesù fa esattamente il contrario: relativizza la nostra fedeltà a «Cesare» pur riconoscendola, rendendo abbondantemente chiaro che tale fedeltà è sempre inserita in una fedeltà più profonda, più onnicomprensiva e trascendente, quella che è riservata solo a Dio. Date a Dio ciò che è di Dio: in altre parole, tutto.

sabato 17 ottobre 2026

Settimana 28 Sabato (Anno 2)

Letture: Efesini 1,15-23; Salmo 8; Luca 12,8-12

La visione che ci viene proposta nelle letture di oggi è, per così dire, davvero qualcosa di speciale. Non si tratta semplicemente di una morale o di una filosofia da affiancare ad altre proposte di questo genere. È una visione cosmica, potremmo persino dire metafisica, di Cristo, un uomo che è il Figlio di Dio, il capo della Chiesa, che è il suo corpo, e la pienezza di Colui che riempie l’intera creazione.

La lettura del Vangelo si aggiunge a ciò sulla stessa linea. Oltre al Figlio che riempie tutta la creazione, c’è lo Spirito che dona ai discepoli le parole di cui avranno bisogno quando saranno perseguitati.

Le letture offrono molti spunti sul piano morale, riguardo al comportamento umano. Come è consuetudine nelle lettere di Paolo, egli inizia lodando gli Efesini per la loro fede, il loro amore e la loro speranza. Questi sono i contenuti essenziali della vita cristiana, le pratiche attraverso cui tale vita si esprime. Ma non si tratta di conquiste umane, di cose che possiamo generare dal profondo delle nostre anime se solo ci sforziamo abbastanza. Sono doni di Dio, l’opera in noi dello Spirito di sapienza, illuminazione e amore. Vediamo la potenza dello Spirito in ciò che ha fatto per Cristo, risuscitandolo dai morti ed esaltandolo alla destra del Padre. La Chiesa, il corpo di Cristo nella storia umana, è opera dello Spirito, che è la potenza che opera in Cristo come capo della Chiesa, come capo dell’umanità e come pienezza di tutta la creazione.

Ecco perché si può dire che questa visione sia davvero qualcosa di straordinario.

La lettura del Vangelo potrebbe anche essere interpretata in chiave moralistica: non bestemmiate contro lo Spirito Santo, perché quello è un peccato imperdonabile. Sarebbe come tagliare il ramo su cui siete seduti. Sarebbe come far crollare le fondamenta su cui è costruita la vostra casa. Sarebbe come insultare la potenza che instaura in voi questi doni di fede, speranza e carità.

In questo breve brano il Vangelo di Luca riporta un insegnamento di Gesù – sullo Spirito, sulla verità, sull’amore – che egli svilupperà in modo molto più approfondito nei suoi discorsi durante l’Ultima Cena, riportati nel Vangelo di Giovanni. Questa è la portata più profonda dell’insegnamento di Gesù sulla sua opera e la Lettera agli Efesini ne costituisce un ulteriore sviluppo. Naturalmente esiste un modo di vivere che deriva da Cristo e dal suo insegnamento. Ma quel modo di vivere è reso possibile da un nuovo modo di essere. Essere chi ha ricevuto lo Spirito significa essere una persona di fede, speranza e carità. Significa essere una persona di saggezza e discernimento. Significa essere ciò che Paolo altrove chiama una «nuova creazione», una nuova realtà, un nuovo essere.

Blasfemare contro lo Spirito Santo significherebbe rifiutare tutto ciò. Preghiamo invece per una nuova effusione dello Spirito su di noi, sulla Chiesa, sul mondo, affinché possiamo permettere a Dio di plasmarci in tutto ciò che Egli vuole che siamo.

Sant’Ignazio di Antiochia, di cui oggi celebriamo la memoria, chiese ai Romani di non fare nulla per impedire il suo martirio. «Solo quando sarò con Dio», dice, «sarò veramente un uomo». Lo stesso vale anche per noi che non siamo martiri: solo con Dio siamo veramente umani.


venerdì 16 ottobre 2026

Settimana 28 venerdi (Anno 2)

Questa omelia è stata pronunciata durante una Messa trasmessa da Radio Maria (Italia) venerdì 14 ottobre 2016. La Messa è stata celebrata presso il monastero domenicano di Santa Maria della Neve e San Domenico, a Pratovecchio, in Toscana.

Letture: Efesini 1,11-14; Salmo 33; Luca 12,1-7

Domenica prossima, a San Pietro in Vaticano, Papa Francesco celebrerà la canonizzazione di un gruppo di nuovi santi, tra cui la Beata Elisabetta della Trinità, monaca carmelitana francese tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento. Mentre cercava nel Nuovo Testamento qualche parola da prendere come proprio motto, la beata Elisabetta si soffermò su una frase che troviamo due volte nella prima lettura della Messa di oggi: voleva essere, in terra e in paradiso, «lode della sua gloria». San Paolo dice, infatti, che noi cristiani siamo predestinati ad essere lode della gloria di Cristo, che siamo tra coloro che Dio si è acquistato a lode della sua gloria.

Qual è questa gloria alla cui lode la beata Elisabetta voleva consacrarsi totalmente? È la parola della verità, dice san Paolo, la Parola che è Cristo stesso, che porta nel mondo la luce della verità, la luce della redenzione, di cui abbiamo ricevuto la caparra nel sigillo dello Spirito Santo.

Anche nel Vangelo Gesù parla della verità, di questa luce che illuminerà tutte le cose. In quest’anno il nostro Ordine, l’Ordine dei predicatori fondato da san Domenico di Guzman, celebra l’ottavo centenario della sua conferma. È un Ordine particolarmente dedito alla predicazione del Vangelo della verità per la salvezza degli uomini. Molte cose nelle letture ci richiamano a questa nostra vocazione cristiana: vivere nella verità del Signore.

Potremmo però interpretare come minacce certe espressioni sulla verità nel brano del Vangelo che abbiamo appena ascoltato – in questa luce della verità, infatti, saranno rivelati tutti i segreti, saranno rese pubbliche tutte le cose dette all’orecchio nelle stanze più interne. Se fosse una luce crudele, avremmo ragione ad avere paura. Ma questa luce della Parola di Dio è la luce di un amore eterno e infinito. L’attenzione di Dio per i nostri capelli, e per tutti i dettagli delle nostre vite, non è l’attenzione di un nemico o di chi non nutre alcun interesse per noi nel proprio cuore. È invece paragonabile all’attenzione degli adulti verso un neonato, quando osserviamo attentamente ogni dettaglio del bambino, con uno sguardo di affetto, di ammirazione e di amore.

Ecco, questa luce di amore e di verità è ciò che i Domenicani hanno predicato per ottocento anni e continuano a predicare oggi. Questa è la gloria alla cui lode la beata Elisabetta voleva dedicarsi totalmente.

giovedì 15 ottobre 2026

Santa Teresa d’Avila - 15 ottobre

 TERESA D’AVILA

1515 - 1582

Uno dei migliori amici e dei principali consiglieri di Teresa fu Domingo Báñez, uno dei più grandi teologi domenicani spagnoli del XVI secolo, che la aiutò a orientarsi nelle sue esperienze mistiche, la difese davanti all’Inquisizione e salvò la riforma carmelitana dalla rovina. Nella vita di Teresa c’erano anche parecchi altri uomini (dopo Gesù, ovviamente). Il suo flirt con un giovane coetaneo all’età di 16 anni gettò vergogna sulla famiglia (secondo i canoni della Spagna cattolica del XVI secolo) e portò al suo allontanamento in un collegio. A quanto pare, quello a cui era più affezionata era Jerónimo Gracián, di trent’anni più giovane di lei, il primo provinciale dei frati carmelitani riformati. Un altro grande alleato fu san Giovanni della Croce, l’uomo con cui viene più spesso ricordata, che lei ammirava moltissimo, ma che trovava solo un po’ troppo intenso e privo di senso dell’umorismo.

La conversione di Teresa a una seria sequela di Cristo coincise con una crisi di mezza età. Era stata afflitta da malattie e frustrazioni per tutti i suoi vent’anni e i suoi trent’anni, trovando che la vita in convento non fosse poi così diversa da quella nel mondo esterno. Le consorelle sembravano più interessate allo status sociale e agli interessi politici delle loro famiglie che a costruire una comunione spirituale, che era ciò che Teresa intendeva fosse lo scopo di una comunità religiosa. Non poteva però puntare il dito contro nessuno, perché la sua stessa vita di fede e di preghiera era arida e tetra, e le condizioni nel convento non la aiutavano ad andare avanti.

La lettura delle Confessioni di Agostino e la visione di un’immagine particolare che rappresentava le sofferenze di Gesù le aprirono nuovi orizzonti. Possiamo immaginare il suo passaggio da un assenso nozionale a uno reale, per usare i termini di John Henry Newman: il passaggio da una sincera accettazione della verità del Vangelo – che tuttavia la lasciava letargica e depressa – a una vera accettazione della verità del Vangelo che la riempiva di energia e di zelo. Tale accettazione reale non è, ovviamente, il risultato del solo sforzo umano, ma fa parte dell’insegnamento che lo Spirito opera in coloro che cercano di seguire Cristo (Luca 12,12). Il racconto di Teresa su questo cambiamento è riportato nella sua Autobiografia, un libro letto da Edith Stein nel corso di una sola notte nel 1921, che determinò la sua conversione alla fede cattolica, risvegliò la sua vocazione alle Carmelitane e le aprì la via della perfezione.

Teresa non ha mai in mente esseri umani perfetti quando parla, come spesso fa, di perfezione. Dopotutto, aveva una vasta esperienza della vita religiosa. Ciò che è perfetto è l’amore di Dio rivelato in Cristo e che ci trasforma, suscitando in noi una sete che non sarà mai placata, né mai perfezionata, in questo mondo. L’incontro tra grandi cristiani come Agostino, Teresa ed Edith Stein ci ricorda che l’intera comunità della Chiesa, non solo le comunità religiose al suo interno, dovrebbe essere un luogo di compagnia spirituale, un’amicizia fondata sulla cosa più profonda che possiamo condividere, ciò che san Paolo descrive come «la giustizia della fede che riposa sulla grazia» (Romani 4,13.16).

Teresa trascorre quindi la seconda metà della sua vita un po’ qui, un po’ là, un po’ ovunque in Spagna, fondando monasteri, negoziando con i vescovi, affrontando i problemi delle comunità e scrivendo grandi opere come *Il cammino della perfezione* e *Il castello interiore*, opere che rimangono tra le guide più sagge e accessibili alle vie della preghiera.

È però nel Libro delle sue Fondazioni che la personalità di Teresa traspare con maggiore chiarezza. È spiritosa, perspicace, con i piedi per terra, sincera, piena di timore, piena di coraggio, risoluta nel suo amore e nel suo servizio a Cristo. Lungi dall’essere una contemplativa schiva e timida, è pienamente impegnata con le persone e con gli affari, dimostrando una notevole abilità politica nel gestire i numerosi problemi legati alle sue fondazioni – le procedure legali per l’acquisto di proprietà, la pazienza necessaria per trattare con gli abitanti del paese, i benefattori e i vescovi («per colpa sua, gli amici diventano nemici», scherzò un vescovo), la prudenza necessaria per scegliere donne adatte alle nuove comunità e soprattutto le prioresse (alcune di loro sono molto sante, dice, e non adatte a essere prioresse), la rivalità con altri ordini religiosi, il risentimento delle altre carmelitane, la presenza incombente dell’Inquisizione. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, nell’introduzione a uno dei suoi scritti afferma: «Chiedo a Dio di concedermi la grazia di non dire nulla che possa meritare di essere denunciata all’Inquisizione» (Critica satirica). Sembrava così intrappolata e immobilizzata dalle preoccupazioni pratiche e dalle responsabilità temporali che la sua libertà nel seguire Cristo in tutto questo, e nonostante tutto questo, risulta ancora più sorprendente.

Poiché il senso dell’umorismo è uno dei segni più certi di un vero assenso a Dio, non sorprende che nella vita di Teresa d’Avila ci sia molto umorismo. Una notte, una mandria di tori si frappone tra le suore e il loro convento e riescono a malapena a intrufolarsi senza farsi notare. Teresa è molto divertita da questa svolta degli eventi, ma né lei né nessuna delle altre suore è tentata di diventare la prima matadora di Spagna. La prima notte delle suore in un’altra fondazione scoprirono di aver portato cinque orologi ma nessun letto. Un benefattore insiste affinché la cappella che ha finanziato abbia anche un fonte battesimale contenente acqua di fiori d’arancio, e Teresa ne rimane un po’ perplessa.

Incoraggiata da Banez, il suo confessore e direttore spirituale domenicano, Teresa è notoriamente scettica riguardo alle esperienze mistiche, nonostante ne abbia avute alcune straordinarie lei stessa, e mette costantemente in guardia le persone dal dare troppo peso a esperienze insolite durante la preghiera. È piuttosto attraverso gli eventi ordinari, favorevoli e sfavorevoli, che vede manifestarsi la volontà di Cristo e l’opposizione del diavolo. Báñez era un rinomato teologo della grazia e forse possiamo intravedere la sua influenza nel modo in cui Teresa parla del rapporto tra corpo e anima, tra temporale e spirituale. L’anima non può fare nulla, dice, se non sottostare alle leggi del corpo e a tutti i suoi bisogni e cambiamenti (Fondazioni 29.2). Non è sicura se i suoi consigli sulle prioresse siano «spirituali o temporali», ma non ha importanza poiché ciò che le sta a cuore è il modo in cui le questioni temporali influenzano il bene spirituale (Visita 2 e 10). L’amore non si vede se viene tenuto nascosto negli angoli, scrive, ma si vede «in mezzo alle occasioni di caduta» (Fondazioni 5.15). Le regole e i regolamenti sono necessari proprio come lo sono le case, per proteggere il lavoro che vi si svolge all’interno. Le Costituzioni dovrebbero essere concordate rapidamente affinché le persone possano andare avanti con la propria vita, e lei trovava tediosi i protratti disaccordi tra i frati.

Riguardo alla spiritualità più austera di Giovanni della Croce, afferma che «la ricerca di Dio sarebbe molto costosa se non potessimo farlo finché non fossimo morti al mondo». «Dio mi liberi», dice, «da persone così spirituali da voler trasformare ogni cosa in perfetta contemplazione, a tutti i costi». Ciononostante dovremmo essere grati a Giovanni della Croce, afferma a proposito di uno dei suoi scritti, «per aver spiegato così bene ciò che non avevamo chiesto» (Critica satirica 6-7). Forse era un po’ gelosa del piccolo Giovanni!

Teresa d’Avila rimane una fonte di ispirazione e una guida affidabile per tutti coloro che cercano di perseverare nella preghiera. È una Dottoressa della Chiesa, di cui la liturgia dice che Dio ci ispira con la sua vita santa, ci istruisce con la sua predicazione e ci dona la Sua protezione in risposta alle sue preghiere. Ho offerto qui alcune riflessioni sulla sua conversione, sulla sua concezione del cammino cristiano come un percorso di amicizia e amore condivisi, e sulla sua libertà ed energia al servizio di Cristo e della Chiesa. Una delle sue poesie è diventata molto nota e costituisce una conclusione appropriata, seppur familiare


Nada te turbe,                        Nulla ti turbi,

nada te espante,                     Nulla ti spaventi,

todo se pasa,                          Tutto passa,

Dios no se muda.                   Solo Dio è immutabile.

La pazienza                            La pazienza

tutto raggiunge,                     tutto raggiunge,

chi ha Dio                             chi ha Dio

non manca di nulla:              non manca di nulla:

solo Dio basta.                     Solo Dio basta.


Ascolta qui questa poesia cantata a Taizé