Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

mercoledì 30 settembre 2026

San Girolamo - 30 settembre

 San Girolamo

Se Girolamo fosse vissuto dopo il XII secolo, quando fu introdotto un processo formale di canonizzazione, forse non sarebbe mai stato considerato un santo. Era irascibile, scortese e intemperante nel linguaggio, e la sua cerchia di amiche avrebbe sicuramente suscitato perplessità. Difficilmente avrebbe superato la prova di vivere eroicamente le virtù morali (pazienza? gentilezza? prudenza?).

Lo stesso vale anche per altri personaggi dei primi secoli, onorati dalla Chiesa come santi ma dal carattere difficile e non necessariamente simpatici. Si pensi, ad esempio, alla testardaggine e all'astuzia di Sant'Atanasio, o alla difesa risoluta, persino crudele, di ciò che egli riteneva essere la verità da parte di Cirillo di Alessandria.

Uno dei motivi per cui questi santi sono sconcertanti è che tendiamo ad avvicinarci ai Vangeli con un'immagine romantica, forse ancora vittoriana, di Gesù come semplicemente "gentile, mite e mansueto". Beh, se leggiamo i Vangeli con attenzione, potremmo rimanere un po' scioccati, perché molto spesso Gesù non è affatto così. Quando pensiamo alle sue numerose affermazioni strane e alle sue reazioni imprevedibili, Gesù di Nazareth sembra essere stato una persona molto più strana di quanto avremmo potuto sopportare se lo avessimo incontrato durante la sua vita terrena.

Nei Vangeli, ad esempio, è lui che parla di più dell'inferno. Questo è un po' sorprendente, soprattutto se ci piace vedere Giovanni Battista come il predicatore del giudizio che svanisce con l'arrivo di Gesù, il predicatore dell'amore. Questo semplicemente non funziona, perché sentiamo parlare molto più spesso di giudizio e inferno da Gesù che da chiunque altro nel Nuovo Testamento. Da lui sentiamo parlare anche di amore, ma le due cose non si escludono a vicenda: anzi, vanno di pari passo.

Se il nostro racconto del Vangelo diventa troppo dolce, troppo inoffensivo, allora ovviamente diventa incredibile, qualcosa per i bambini e non per gli adulti che devono vivere in un mondo di tradimenti e ingiustizie, astuzia e inganni, indifferenza, violenza e paura. C'è davvero qualcosa in gioco nelle nostre decisioni sulla giustizia e l'onestà, sulla generosità e la verità. C'è davvero qualcosa in gioco nella difesa dell'ortodossia in cui erano impegnati tanti Padri della Chiesa e per la quale hanno accettato la persecuzione, l'esilio e persino la morte.

Rimanere sulla via di Gesù significa rimanere sulla via che conduce alla vita. Allontanarsi dalla via di Gesù significa assaporare l'amarezza della morte e ci dà un assaggio dell'inferno, l'opposto dell'amore. Quando guardiamo i telegiornali e sentiamo cosa sta succedendo alle persone in tutto il mondo, come possiamo negare che gli esseri umani continuino a costruire l'inferno per gli altri? E chi può salvarci da questo, se non Colui la cui Parola è una spada a doppio taglio, amore e misericordia da un lato, verità e integrità dall'altro? E chi sono i servitori di quella Parola se non coloro che la predicano efficacemente, a tempo opportuno e inopportuno, gradita o sgradita? Naturalmente è un messaggio di amore, riconciliazione e gioia, ma queste cose desiderabili possono essere stabilite efficacemente solo dove c'è giustizia, verità e pentimento.

L'asprezza di santi come Girolamo ci ricorda che la Parola è una spina nel fianco, un sasso nella scarpa, una puntura alla coscienza, un invito a convertirsi e a pentirsi.

martedì 29 settembre 2026

Festa degli Arcangeli Michele, Gabriele e Raffaele - 29 settembre

Letture: Daniele 7,9-10 / Apocalisse 12,7-12; Salmo 138; Giovanni 1,47-51

Esiste vita intelligente altrove nell'universo? È una domanda che viene posta spesso e alla gente piace pensare che possa esserci. La maggior parte della fantascienza si basa su una risposta positiva a questa domanda.

Anche la Bibbia e la tradizione cristiana (così come molte altre tradizioni religiose) danno una risposta positiva alla domanda: sì, esiste vita intelligente altrove nell'universo. Possiamo intendere "altrove" in senso geografico: potrebbero esserci altri pianeti, altre galassie, in cui si trovano altre creature dotate di intelligenza. La Bibbia non ci dà una risposta chiara al riguardo. Ma se "altrove" significa metafisica, allora la risposta della Bibbia è molto chiara: esistono altre creature intelligenti, ad altri livelli dell'essere, oltre a quelle che conosciamo attraverso i sensi.

C'è molta nostalgia per un mondo incantato, come testimoniano la grande quantità di libri e film su altri esseri e altre possibilità dell'essere. È una nostalgia per gli angeli, potremmo dire, un riconoscimento implicito che la bellezza e la potenza di Dio sono infinite e quindi non c'è fine al numero e al tipo di creature che potrebbero riflettere quella bellezza e quella potenza. Negli ultimi secoli in Occidente il panorama spirituale si è spogliato e spopolato, spesso ridotto all'essere umano solo con la sua "spiritualità" o alla ricerca di un rapporto, per quanto incerto, con Dio. La festa degli arcangeli ci ricorda qualcosa di molto più ricco, interessante e profondo.

Gli angeli ci aiutano a capire dove ci troviamo nell'universo, ci aiutano a trovare e a conoscere il nostro posto. Raffaele lo fa in modo molto esplicito, guidando il giovane Tobia lungo il suo cammino, affinché trovi l'amore e la gioia attraverso la sua fiducia e la sua fede in Dio. Anche Gabriele offre la sua guida, spiegando a Zaccaria e a Maria le missioni che Dio ha riservato a ciascuno di loro. Michele è il protettore del popolo di Dio, il guardiano dei confini dei loro mondi, il capo delle armate celesti. È per questo che tanti luoghi strategici sono dedicati a Michele, Skellig Michael nel Kerry, per esempio, o Mont Saint Michel, solo per citarne due.

Si può sostenere che uno dei grandi punti deboli del pensiero moderno sia la sua concezione ristretta dell'essere umano, una sorta di "angelismo" per cui l'essere umano è "un'anima in un corpo". L'essere umano è stato definito in termini di razionalità rispetto alla natura, anche alla natura che gli è più vicina, il proprio corpo. Ecco un altro modo in cui gli angeli ci aiutano a capire chi siamo. Non siamo pure intelligenze e non siamo le creature più brillanti di Dio. Siamo animali razionali creati a immagine di Dio. Ma l'immagine di Dio in noi, dice Tommaso d'Aquino, è più completa di quella degli angeli proprio perché siamo animali razionali e non angeli intrappolati. Come animali ci riproduciamo, riflettendo la generatività di Dio in cui il Figlio procede dal Padre e lo Spirito dal Padre e dal Figlio. Come animali siamo creature composite con un'anima che anima ogni parte del corpo e non solo alcuni luoghi speciali. Questo fatto riflette la presenza di Dio nella sua creazione ovunque e non solo in alcuni luoghi speciali.

Tutto ciò che sappiamo degli angeli è in riferimento al mistero di Cristo e alla salvezza umana. È probabile che ci sia molto di più sugli angeli, e forse anche su altre creature, di cui siamo completamente all'oscuro. Li conosciamo nella misura in cui sono coinvolti con noi e con la nostra salvezza. Quindi sono messaggeri, come dice Gregorio Magno, persino predicatori, come dice Agostino, che ci portano qualcosa della luce e dell'intelligenza di Dio. Tuttavia è Cristo il capo degli angeli, come è il capo degli esseri umani, reso inferiore agli angeli nel diventare umano, ma elevato al di sopra di ogni altro nome. Chiamiamo Maria, sua madre, Regina degli Angeli. Questi esseri potenti servono i bisogni degli uomini.

Tutto è rivolto a Cristo, l'Agnello che sta al centro delle grandi visioni dell'Apocalisse. Egli è il Figlio dell'Uomo su cui gli angeli salgono e scendono. Gli anziani, le creature viventi, gli angeli riuniti per la festa, tutto ciò che è sulla terra, sotto la terra e sopra la terra: tutto è attraverso di lui e per lui. Quando la preghiera di Israele viene esaudita (Isaia 63-64) e il Signore squarcia i cieli per discendere, la sua presenza si rivela non solo nelle catene di angeli che uniscono il cielo e la terra, ma nella venuta del Figlio Eterno, che è anche il primogenito di tutta la creazione e il primogenito dai morti.

domenica 27 settembre 2026

Settimana 26 Domenica (Anno A)

Letture: Ezechiele 18,25-28; Salmo 25; Filippesi 2,1-11; Matteo 21,28-32

La risposta alla domanda di Gesù sembra ovvia: il primo figlio è colui che ha fatto la volontà del Padre. Sebbene all’inizio avesse detto che non l’avrebbe fatto, alla fine l’ha fatto, ed è chiaro che il Padre sarà più soddisfatto di un figlio che dice di non volerlo fare ma poi lo fa, piuttosto che di un figlio che dice di volerlo fare ma poi non lo fa.

È l’insegnamento ricorrente di Gesù in altri passaggi del Vangelo di Matteo e in tutto il Nuovo Testamento. «Non chiunque mi dice: “Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). È colui che costruisce la sua casa sulla roccia, ascoltando le parole di Gesù e mettendole in pratica. Anche lo stolto ascolta le parole di Gesù, ma non le mette in pratica (Mt 7,24.26). Chiunque faccia la volontà del Padre suo è, dice Gesù, suo fratello, sua sorella e sua madre (Mt 12,50).

Giacomo, nella sua lettera, ci esorta a essere attuatori della Parola e non solo ascoltatori che ingannano se stessi (Giacomo 1,22). Paolo parla della fede che opera attraverso l’amore come attività essenziale del cristiano (Gal 5,6) e Giovanni, nella sua prima lettera, afferma che il nostro amore non deve essere solo a parole e discorsi, ma nella verità e nelle azioni (1 Gv 3,18).

Quindi è tutto molto chiaro: l’ipocrisia è una cosa negativa. I nostri pensieri e le nostre parole devono essere coerenti con le nostre azioni, ma se dobbiamo scegliere tra l’uno e l’altro, sono le nostre azioni ad avere la massima importanza. Un seguace di Cristo si riconosce da come agisce, non da ciò che pensa o dice. I santi sono coloro che hanno «messo in pratica l’amore» piuttosto che limitarsi ad ammirarlo o a predicarlo.

Nel contesto della liturgia odierna, naturalmente, la parabola del Vangelo si colloca in un contesto leggermente diverso. La prima lettura ammette la possibilità che le persone entrino ed escano dal compimento della volontà del Padre. Chi è peccatore può cambiare e diventare rispettoso della legge e onesto. Ma chi è rispettoso della legge e onesto può rinunciare alla propria integrità per diventare un peccatore. Dio è perfettamente giusto, dice Ezechiele, e ci tratterà secondo la posizione che abbiamo assunto: il peccatore morirà e la persona onesta vivrà.

Una domanda ovvia, però, è: quando ci siamo schierati in modo definitivo? Lo stesso testo di Ezechiele ci incoraggia a pensare che possiamo essere salvati dal peccato proprio come potremmo perdere la nostra integrità e cadere nel peccato. Per il Nuovo Testamento, aver ricevuto il dono dello Spirito significa essere definitivamente dalla parte di Cristo; essere stati battezzati significa essere rinati a una nuova vita, essendo morti una volta per tutte al peccato.

Ma sappiamo per esperienza personale – e la tradizione cristiana lo ha riconosciuto – che le persone cadono anche in peccati gravi e poi, per grazia di Dio, vengono ricondotte, si pentono e si riconciliamo con la Chiesa. Non che possiamo essere battezzati di nuovo, ma la Chiesa dispone del sacramento della riconciliazione. Quel sacramento è un ripristino della nuova vita battesimale in chi l’ha sperperata.

Tradizionalmente la morte è stata considerata il momento in cui una persona si colloca definitivamente in relazione alla volontà di Dio, venendo definita o come peccatrice o come persona integra. I più anziani tra noi ricorderanno storie di persone molto buone che commettono un peccato mortale e poi vengono investite da un autobus, finendo così all’inferno per l’eternità. Ciò è sempre sembrato un po’ troppo semplicistico, come se Dio non avesse memoria né comprensione della volubilità umana. E naturalmente nella tradizione si trova molto altro su questo argomento. Più recentemente Edith Stein – Santa Teresa Benedetta della Croce – ha scritto dell’infinita pazienza di Dio e di come essa troverà un modo, nel rispetto della libertà umana, per superare in astuzia la testarda volontà umana e sedurci (come direbbe Geremia) all’amore di Dio, che è ciò che in realtà abbiamo sempre desiderato, nostro malgrado.

E c’è anche quella grande seconda lettura dalla Lettera ai Filippesi. Dobbiamo avere la stessa mente di Cristo Gesù; letteralmente, dobbiamo essere consapevoli come lo era Lui, oppure dobbiamo essere saggi nella pratica come lo era Lui. Questo è il significato del termine usato, che si riferisce non tanto alla mente di Cristo quanto alla sua consapevolezza, al suo modo di essere in relazione al Padre.

Ciò che ci viene presentato qui è una possibilità ancora più radicale, in cui la distinzione tra ciò che io voglio e ciò che il Padre vuole si dissolve, o almeno non ha più alcuna importanza. Così il divario tra il dire «lo farò» e il farlo realmente scompare e abbiamo la possibilità di un terzo figlio, colui che sia dice sia compie la volontà del Padre. Questo si trova perfettamente, naturalmente, solo in Gesù, che crediamo sia senza peccato. Il peccato continua a distrarci e a turbarci. Il peccato mantiene il divario tra ciò che diciamo e ciò che facciamo. Ma la nostra destinazione è avere la stessa consapevolezza di Gesù: è lì che lo Spirito ci sta conducendo.

Lo Spirito è lo Spirito d’amore e lasciarsi coinvolgere dall’amore di Dio significa incamminarsi su una strada che ci condurrà nel luogo in cui la nostra volontà si svuota dei propri desideri… o, per meglio dire, la nostra volontà ha come desiderio fondamentale semplicemente la volontà del Padre che amiamo, così che non abbiamo bisogno che ci venga detto «fai questo» o «fai quello», ma siamo istruiti interiormente dal suggerimento dello Spirito. «Non avete bisogno che nessuno vi insegni», dice Giovanni nella sua prima lettera (2,27). «Tutti mi conosceranno e non sarà più necessario che ciascuno insegni al proprio prossimo e ciascuno al proprio fratello», dice Dio per mezzo di Geremia, in ciò che afferma riguardo alla nuova alleanza (31,31).

Questa sequela di Cristo non è però una cosa magica, perché comporta ciò che Paolo chiama «la fatica dell’amore». Vediamo quella fatica in modo particolarmente drammatico nell’agonia nel giardino, dove il Figlio sta lottando con ciò che la volontà del Padre gli richiede. «Allontana da me questo calice» è ciò che il Figlio desidera. «Sia fatta la tua volontà e non la mia» è anch’esso ciò che il Figlio desidera. Questo è il suo desiderio più profondo: fare ciò che il Padre vuole, allineare la sua volontà umana alla volontà del Padre e superare quel divario, il più difficile di tutti, tra il sapere cosa è bene e acconsentirvi, e l’essere in grado di metterlo effettivamente in pratica, di portarlo a compimento.

Abbiamo la consolazione della sua lotta e del suo esempio. Abbiamo l’aiuto dello Spirito Santo, l’amore di Dio che è stato riversato nei nostri cuori per rendere anche noi figli amorevoli di Dio.

sabato 26 settembre 2026

Settimana 25 Sabato (Anno 2)

Letture: Qoelet 11,9-12,8; Salmo 90; Luca 9,43b-45

C’è un versetto nel Vangelo di Marco, capitolo 10, versetto 32, che riassume ciò che Luca dice qui, in un brano più lungo. I discepoli erano sbalorditi, e coloro che lo seguivano avevano paura. I discepoli sono coloro che lo seguivano, e coloro che lo seguivano sono i discepoli, ed entrambi sono sbalorditi e spaventati.

C’è un vero e proprio turbinio di emozioni che provano nel cercare di restare con Gesù. Un momento sono pieni di ammirazione, di stupore, di meraviglia per ciò che fa. Un attimo dopo hanno paura, tacciono a causa di ciò che dice.

Trovano le sue opere sorprendenti, trovano le sue parole inquietanti. Ma Gesù dice loro: «Queste parole devono penetrare nelle vostre orecchie», è un’affermazione strana. Un’altra traduzione recita: «Dovete tenerle costantemente a mente».

Gesù ci sta richiamando l’attenzione su qualcosa che conosciamo per esperienza: che esistono diversi livelli di ascolto. Possiamo ascoltare le cose a molti livelli diversi. Fisicamente potremmo sentire ciò che una persona ci sta dicendo, ma nel nostro cuore e nella nostra vita, da qualche parte più in profondità, decidiamo di non voler ascoltare ciò che abbiamo appena sentito.

Non vogliamo far entrare quella verità. Molto spesso scegliamo di non capire. La paura della verità, o delle sue implicazioni, o delle sue esigenze, spesso ci impedisce di chiedere di più, di dire: «Cosa hai appena detto?». C’è altro da aggiungere a ciò che hai appena detto? È la paura della verità, la paura delle conseguenze e delle esigenze della verità, che in molte circostanze ci spinge a far orecchie da mercante, a chiuderci, a disattivare il nostro udito, così che, anche se sentiamo le cose a livello fisico, non le sentiamo nel nostro cuore, né nella nostra mente, né nella nostra vita.

Mi sembra che un segno sicuro del fatto che i discepoli si trovino proprio in questa situazione, in questo passo di Luca, sia presente quando continuiamo a leggere: «Il giorno seguente, tra loro scoppiò una discussione su chi fosse il più grande». È un classico esempio di deviazione dell’energia emotiva e dell’attenzione verso qualcos’altro, avendo deciso che non vogliono ascoltare ciò che Gesù sta dicendo loro, ovvero che il Figlio dell’Uomo deve essere consegnato nelle mani degli uomini. La loro energia si sposta altrove e iniziano a litigare tra loro.

Il nostro cammino di discepolato sarà presumibilmente simile. Oscilleremo tra lo stupore da un lato, la paura dall’altro e poi la confusione, mentre ci ritroveremo incapaci di lasciare che la verità delle parole di Gesù penetri nelle nostre orecchie, rimanga costantemente nella nostra mente e trovi dimora nel nostro cuore. L’amore perfetto scaccia la paura, ci dice la prima lettera di San Giovanni.

L’amore perfetto scaccia la paura, e allora possiamo accogliere la verità. Quando siamo liberi dalla paura, possiamo accogliere la verità e permettere che le sue parole penetrino nelle nostre orecchie, nei nostri cuori e nelle nostre vite. L’amore perfetto ci permette di accettare le conseguenze e le esigenze della verità.

Ma per la maggior parte di noi, questa è una meta ancora da raggiungere, un obiettivo verso il quale cerchiamo di muoverci e preghiamo che un giorno, con la grazia di Dio, ci arriveremo. Cerchiamo di perseverare, crescendo di coraggio man mano che procediamo, permettendo alle parole di Gesù di trovare dimora in noi. Di tanto in tanto è facile rimanere stupiti e meravigliarsi delle sue opere.

È molto più difficile, molto più sconvolgente, molto più impegnativo lasciare che le parole di Gesù penetrino nelle nostre orecchie, trovino la strada verso la nostra mente e il nostro cuore, trovino la strada verso la nostra vita. È solo con l’aiuto della sua grazia che una cosa del genere è possibile, che possiamo crescere in quell’amore perfetto che scaccia la paura e ci permette così di accogliere la verità e di gioirne. E a vivere di quella verità, la verità delle sue parole, che sono venute ad abitare in noi.


venerdì 25 settembre 2026

Settimana 25 Venerdi (Anno 2)

Letture: Qoelet 3,1-11; Salmo 144; Luca 9,18-22

Come spesso accade nel Vangelo di San Luca, Gesù si mette in preghiera prima di prendere una decisione importante o di porre una domanda decisiva. Qui si tratta della ben nota domanda: «Chi dite che io sia?». Poiché essa scaturisce direttamente dal cuore della sua preghiera (in solitudine, con i discepoli), sembra che questo fosse anche il contenuto della sua preghiera. Probabilmente in questo momento molte persone in tutto il mondo stanno facendo proprio questo, pregando Dio riguardo alla propria vocazione: chi sono io? cosa vuoi che io faccia? chi vuoi che io sia?

Nella sua umanità anche Gesù prega su questa domanda. La questione era già emersa nella sua esperienza delle tentazioni (Luca 4): infatti quelle tentazioni possono essere intese come un filo conduttore che attraversa l’intero suo ministero pubblico, domande su chi egli sia e quale sia la sua missione, domande che egli poneva ai suoi discepoli, dopo averle, presumibilmente, poste prima a se stesso e al Padre nella preghiera.

Sembra imbarazzato dalla risposta di Pietro, rimprovera i discepoli e ordina loro di non dirlo a nessuno. «Il Cristo di Dio» è la risposta di Pietro, ma Gesù prosegue parlando del «Figlio dell’uomo che deve soffrire molte cose, essere respinto, ucciso e risorgere». Deve trattarsi del momento giusto, o, per essere più precisi, del momento sbagliato. Qual è il problema? È impegnato a insegnare loro qualcosa di molto delicato, mentre fa proprio l’insegnamento che sta condividendo con loro. Che tipo di Cristo dovrà essere? Quando sarà il momento giusto per parlare in modo più esplicito e pubblico della risposta che sta emergendo? Non ora, a quanto pare, non per il momento.

La saggezza e la prudenza umane si manifestano spesso nel tempismo giusto: cosa fare o dire può essere chiaro, la sfida sta nel trovare il momento giusto, l’insieme giusto di circostanze, in cui dirlo o farlo. Per insegnare la saggezza della croce, la dura e paradossale saggezza del Vangelo, quando è il momento giusto e quando le circostanze sono favorevoli? Potremmo dire mai: insegnare quella saggezza sarà sempre una sfida. Oppure potremmo dire che «la pienezza dei tempi» è il momento giusto per insegnare questa saggezza, un momento kairos nella vita di ogni individuo, un momento di grazia e di comprensione, in cui la conoscenza della croce può essere accolta non solo come ragionevole e intelligibile, ma come desiderabile e infinitamente saggia.

giovedì 24 settembre 2026

Settimana 25 Giovedì (Anno 2)

Letture: Qoelet 1,2-11; Salmo 90; Luca 9,7-9

Al termine di alcune letture della Bibbia può sembrare molto strano dire “Questa è la Parola del Signore / Rendiamo grazie a Dio”. La prima lettura di oggi ne è un esempio: il famoso passo della «vanità delle vanità» all’inizio del Libro dell’Ecclesiaste (Qoelet). Che senso ha tutto questo? Dove stiamo andando? I giorni passano, i mesi e gli anni, non c’è nulla di nuovo sotto il sole, ci logoriamo senza ottenere nulla in cambio e, tra cento anni, che differenza avrà fatto?

La tradizione monastica cristiana ci ha offerto riflessioni sui sette o otto peccati capitali o vizi principali, tra i quali troviamo l’accidia, una sorta di apatia in cui tutto sembra inutile e privo di senso. Evagrio del Ponto è uno dei maestri monastici che scrive di questi peccati o vizi, che egli chiama «logismoi», ovvero «pensieri». «Logismoi» è il termine greco da lui utilizzato; noi useremmo forse il termine «fantasie». Si riferiscono a quelle cose che si insinuano nella nostra mente, miscele di pensiero e sentimento che distraggono, turbano, offuscano e frammentano. Da diverse direzioni ci privano della serenità e della pace interiore. Con l’accidia, in particolare, perdiamo il senso dello scopo e l’energia; le cose finiscono per sembrarci prive di senso.

Il sole svolge un ruolo importante in tutto questo. L’Ecclesiaste parla della fatica e dello sforzo umani sotto il sole. Il sole sorge e tramonta mentre un giorno segue incessantemente l’altro. C’è forse qualcosa di nuovo sotto il sole? L’accidia era anche chiamata «il diavolo di mezzogiorno», essendo mezzogiorno il momento in cui il sole è al suo apice e più caldo, l’ora del giorno in cui questo problema è più acuto. Ma Evagrio dice che i problemi iniziano alle 10.00 del mattino e proseguono fino alle 14.00! Il monaco guarda fuori dalla finestra, chiedendosi se il sole si stia muovendo affatto. Quando saranno le 15.00? Forse alle 15.00 c’era da mangiare, o una pausa. O forse era semplicemente perché a quell’ora il calore del sole si era ormai attenuato.

Chiunque abbia vissuto un’estate romana avrà un’idea degli effetti del caldo intenso giorno dopo giorno. Si racconta di un cardinale scozzese che sosteneva fosse impossibile commettere un peccato quando a Roma soffiava lo scirocco, il vento caldo proveniente dal Sahara, poiché in tali condizioni nessuno riusciva a pensare lucidamente.

Qual è dunque la soluzione all’accidia? Non è chiaro se i maestri spirituali che ne hanno scritto – Evagrio, Cassiano, Gregorio Magno, Isidoro, Tommaso d’Aquino – abbiano una soluzione facile. Forse è già una buona notizia sapere che questa esperienza umana è riconosciuta e affermata nella Bibbia e nelle tradizioni spirituali cristiane. Qualunque siano le sue radici – fisiche, emotive, intellettuali – sembra essere un’esperienza umana universale e perenne.

Una soluzione è quella di riportarci, ancora e ancora, alla nostra realtà presente e di ricordare a noi stessi che la vita dello Spirito scorre in noi nel “qui e ora”, con queste persone concrete e attraverso queste responsabilità concrete. L’accidia ci dirà che saremmo più felici se le cose fossero diverse (così riorganizziamo i mobili nella stanza), o se sapessimo di più (così compriamo l’ennesimo libro sulla vita spirituale), o se vivessimo con persone diverse (così pensiamo di vivere in un’altra comunità o forse avremmo dovuto sposare una persona diversa), o se vivessimo in un’altra epoca (così fantastichiamo di vivere in altri paesi in altre epoche). Ma la nostra fede è incarnazionale, riguarda il qui e ora, queste persone e queste responsabilità che oggi mi appartengono. Dobbiamo trovare un senso – e un senso più profondo di ogni nostra immaginazione – nelle esperienze che ci appartengono oggi: è questo che la fede ci assicura. A volte «sentiamo» questa rassicurazione, ne abbiamo una percezione viva, ma spesso non è così; in quel caso andiamo avanti, riponendo la nostra fiducia in Colui in cui abbiamo creduto e continuando a servirLo al meglio delle nostre possibilità.

È bene sapere che questa esperienza è riconosciuta e attestata nella Bibbia, nella liturgia della Chiesa e nelle nostre tradizioni spirituali. Tommaso d’Aquino aggiunge una sua riflessione sull’accidia: viene chiamata «il diavolo di mezzogiorno», dice, perché il punto centrale di ogni opera è un momento difficile. È come se ogni impresa umana importante dovesse affrontare un momento di «crisi di mezza età». È troppo tardi per tornare indietro? La fine non è ancora in vista. È stato un errore iniziare, in primo luogo? Come Pietro che cammina sulle acque, dobbiamo tenere gli occhi fissi su Colui che ci chiama, la Meta del nostro cammino. Sia che siamo afflitti dal dubbio o oppressi dall’accidia, continuiamo a guardare a Lui, pioniere e perfezionatore della nostra fede, il sole di giustizia che ci assegna i nostri compiti quotidiani al servizio del suo regno.

mercoledì 23 settembre 2026

Settimana 25 Mercoledì (Anno 2)

Letture: Proverbi 30,5-9; Salmo 119; Luca 9,1-6

Le letture parlano di due diversi tipi di fiducia in Dio. La lettura dai Proverbi chiede a Dio di disporre le circostanze in modo che io non debba affrontare le tentazioni derivanti dall’essere ricco o povero. Se sono ricco potrei dimenticare Dio, se sono povero potrei maledirlo. È un modo di confidare in Dio: credere che Egli sistemerà le cose in modo da proteggermi da tali tentazioni. Se è Lui a occuparsi delle circostanze, io riuscirò a cavarmela, vivrò bene.

L’altro tipo di fiducia emerge chiaramente dalla lettura del Vangelo. Ai Dodici viene «affidata» l’autorità e il potere di insegnare e guarire. Devono essere figli di Dio maturi, responsabili e capaci di prendere iniziative. Non devono più dipendere da Dio affinché Egli disponga per loro circostanze favorevoli. Piuttosto, confidano che Dio conceda loro una parte del Suo Spirito, in modo da poter affrontare adeguatamente qualsiasi circostanza incontrino.

Devono essere collaboratori, partecipando al ministero del Signore di insegnamento, guarigione ed espulsione dei demoni. Non hanno la garanzia di circostanze favorevoli. La loro dipendenza e fiducia in Dio sono più profonde. Sono interiori piuttosto che esteriori, riguardano ciò che stanno diventando nei loro cuori e nelle loro menti piuttosto che le situazioni e le relazioni esterne in cui si trovano.

San Paolo parla molto bene di questo secondo tipo di fiducia nella sua lettera ai Filippesi: «Ho imparato ad essere contento in qualunque situazione mi trovi. So vivere nella povertà e so vivere nell’abbondanza; in ogni circostanza ho imparato il segreto di affrontare l’abbondanza e la fame, la ricchezza e la povertà. Posso fare ogni cosa in Colui che mi dà la forza» (4,11-13).

lunedì 21 settembre 2026

San Matteo - 21 settembre

Letture: Efesini 4,1-7, 11-13; Salmo 18; Matteo 9,9-13

Nel 2021 i Domenicani hanno celebrato gli 800 anni dalla morte di San Domenico, avvenuta il 6 agosto, festa della Trasfigurazione, nell’anno 1221. Il tema scelto per questo anno giubilare è stato «A tavola con san Domenico», tratto dalla primissima raffigurazione di Domenico, detta «tavola di Mascarella», un dipinto su un tavolo da refettorio realizzato pochi anni dopo la canonizzazione di Domenico nel 1234. L’opera raffigura Domenico seduto a tavola con altri quarantotto frati ed è piuttosto unica tra le icone dei santi medievali.

Il dipinto si presta ad alcune utili interpretazioni: Domenico non è rappresentato come un santo esaltato su un piedistallo, ma come un fratello tra i suoi fratelli; l’esperienza di essere «a tavola» con gli altri è un tema ricco di spunti di riflessione, così come lo è la varietà delle tavole alle quali ci sediamo con lui: la tavola della fraternità, della Parola, dello studio, del governo e così via.

Sedersi a tavola con un altro significa avere un rapporto intimo con lui, far parte della sua cerchia, essere invitati a unirsi a lui, alla sua famiglia e ai suoi compagni in amicizia e comunione. È il nostro modo normale di suggellare e celebrare l’amicizia, l’amore e il matrimonio, le alleanze e le riunioni, le conferenze e le trattative: sederci insieme per un pasto.

Da qui la forte reazione dei farisei al fatto che Gesù si sedesse a tavola con pubblicani e peccatori. Egli aveva appena chiamato Matteo, uno di quei pubblicani, a diventare suo discepolo e questi sarebbe poi diventato uno dei quattro evangelisti. Alla fine, Matteo descriverà un altro tipo di transazione e si occuperà di un altro tipo di amministrazione: l’economia della salvezza attuata da Gesù e gli inizi della Chiesa.

Sedersi a tavola con esattori delle tasse e peccatori significa condividere con loro un’intimità. Significa dire al mondo: «Apparteniamo gli uni agli altri», «siamo in relazione», «c’è pace e comunione tra di noi». È questo che sconvolge i farisei. La risposta di Gesù nei loro confronti è ben nota: non sono i sani ad aver bisogno del medico, ma i malati; ciò che il Padre vuole è misericordia, non sacrificio; amore e compassione verso gli esseri umani, qualunque siano le loro circostanze, e non osservanze religiose.

Siamo tutti chiamati a sederci a tavola con Gesù, chiamati all’Eucaristia. È la tavola della Parola di Dio e la tavola alla quale siamo nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo. Tra di noi regnano intimità e pace, comunione in una vita condivisa. Nessuno è degno di questo invito, naturalmente, eppure l’invito è rivolto a tutti.

Paolo parla di questa chiamata nella prima lettura e ci indica la tavola celeste, la tavola della Santissima Trinità, così splendidamente rappresentata nella famosa icona della Trinità di Rublev. La tavola della Santissima Trinità è la nostra destinazione finale. Possiamo leggere la Trinità nelle frasi che Paolo usa: c’è un solo Dio che è sopra ogni cosa, attraverso ogni cosa e in ogni cosa, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che opera per edificare il corpo di Cristo nel mondo, la Chiesa, attraverso i doni che elargisce a coloro che credono in lui.

Siamo già seduti a questa mensa quando partecipiamo all’Eucaristia, il sacrificio del Figlio. Lì Egli dona la propria vita affinché i pubblicani e i peccatori, ma anche i farisei, possano crescere nella conoscenza di Dio e nella somiglianza con Colui che li nutre, l’«uomo perfetto», Cristo. Egli è il Fratello tra fratelli e sorelle, che condivide l’amore del Padre con tutti coloro che si uniscono a Lui alla Sua tavola. Uniamoci a Lui lì oggi e lasciamoci rafforzare nella chiamata che abbiamo ricevuto.

domenica 20 settembre 2026

Settimana 25 Domenica (Anno A)

Letture: Isaia 55,6-9; Salmo 145; Filippesi 1,20-24, 27; Matteo 20,1-16

Mentre l’umanità diventa sempre più avanzata dal punto di vista tecnologico, scientifico, delle comunicazioni e così via, a volte sembra che rimanga moralmente e spiritualmente ferma a uno stadio infantile di sviluppo. Quando osserviamo l’attuale livello del dibattito politico, l’assenza di leader validi, la crescente influenza delle emozioni umane più elementari – avidità, invidia, paura, rivalità – e il modo in cui i leader che abbiamo fanno appello a esse, può sembrare che stiamo vivendo in una sorta di «Il signore delle mosche», solo che con computer, droni e armi nucleari. Abbiamo buoni motivi per essere apprensivi e timorosi – il che alimenta ulteriormente il modo in cui la politica viene condotta al giorno d’oggi.

La reazione istintiva alla parabola odierna – secondo cui chi ha lavorato tutto il giorno dovrebbe ricevere più di chi ha lavorato solo l’ultima ora, oppure che questi ultimi dovrebbero ricevere meno – deriva proprio da quel livello elementare di comprensione e di sentimento. Sentiremo che in questo c’è una sorta di giustizia. La decisione del proprietario terriero di pagare tutti allo stesso modo sembra una concezione dell’uguaglianza troppo semplicistica, troppo univocamente matematica. O forse siamo noi a voler applicare una concezione troppo univocamente matematica: stessa paga per lo stesso lavoro, più paga per più lavoro, meno paga per meno lavoro. In quale altro modo si possono fare le cose in modo equo?

Una difficoltà in questo senso – come sottolinea il proprietario terriero – è che non lascia spazio alla generosità; ma il vantaggio di tale esclusione è che non lascia spazio nemmeno all’invidia e potrebbe quindi scongiurare almeno alcune delle ragioni per cui gli esseri umani sono così violenti. Tutto è chiaro quando si tratta di Xa per X1, Xb per X2, ecc. Il proprietario terriero è forse un capitalista paternalistico, desideroso di mettersi in mostra in qualche modo, di ostentare la propria ricchezza, di seminare divisione, di provocare invidia, di mantenere divisi i lavoratori del mondo?

Come può esserci spazio per la generosità e il dono – per la grazia – laddove un certo tipo di matematica ferrea determina come debba essere intesa l’«uguaglianza»? Come onorare la diversità e allo stesso tempo rispettare l’uguaglianza? Come lasciare spazio alle esigenze della fraternità accanto a quelle dell’uguaglianza?

I bisogni degli esseri umani sono fondamentalmente gli stessi e, sotto aspetti importanti, diversi. Possiamo immaginare che il proprietario del terreno stia applicando il criterio – noto nel cristianesimo primitivo e nelle comunità monastiche – «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni»? Oppure un simile ideale sarà sempre sovvertito dalle emozioni più meschine, specialmente dall’invidia, che lo vedrà sempre come una sorta di ingiustizia, una sorta di discriminazione? E in effetti lo è, a favore del soddisfacimento dei bisogni umani.

Mettendo a confronto la prima lettura di Isaia 55 con la parabola, siamo incoraggiati a interpretarla in questo senso: il proprietario terriero è «Dio», le sue vie e i suoi pensieri non sono le nostre vie e i nostri pensieri. Perché essere invidiosi (arrabbiati, gelosi, risentiti… sessisti, razzisti, ecc.) solo perché Dio è generoso (anche nella sua creatività, spontaneità, libertà, nel suo gioire della differenza, della varietà e della molteplicità, ecc.)?

Il Signore è vicino a tutti coloro che lo invocano, dice il salmo, pronto a farsi trovare. Ma quanto siamo pronti a vivere nel suo regno? Il “primo Adamo” che è in noi è ancora così potente – e lo vediamo nelle passioni infantili che determinano gran parte del comportamento umano – da non permetterci nemmeno di iniziare a comprendere i pensieri e le vie della generosità e della grazia? Di quale nuovo modo di vedere, di quale nuovo modo di pensare abbiamo bisogno per comprendere l’economia di quel regno, il valore di ogni persona, sia che ciò giunga alla nostra attenzione nella luce dell’alba del giorno di quel regno, sia che avvenga alla sera, quando il momento del giudizio si è avvicinato?

lunedì 14 settembre 2026

Beata Vergine Maria Addolorata - 15 settembre

Letture: Ebrei 5.7-9; Salmo 30; Giovanni 19,25-27

Insieme alle letture delle Scritture, la liturgia della Chiesa per oggi propone anche la sequenza, il famoso Stabat mater dolorosa, così splendidamente musicato da molti grandi compositori, più recentemente dal compositore scozzese James Macmillan.

Come può una tale bellezza – pensiamo anche alla versione di Pergolesi dello Stabat mater – essere costruita su fondamenta così poco promettenti? Si tratta di dolore e perdita, tristezza e abbandono. Non sono cose che cerchiamo o che proviamo a provocare. Costituiscono una sofferenza che, nel suo significato letterale, si riferisce a ciò che ci capita, a ciò che ci viene imposto, a ciò che possiamo solo accettare o contestare.

In un'altra opera d'arte potente e bellissima, la lettera scritta da Oscar Wilde dalla prigione intitolata De profundis, egli spiega di essere giunto a considerare la sofferenza come una rivelazione. Le sue parole al riguardo sono davvero straordinarie. I sacerdoti arrivano a descrivere la sofferenza come un mistero. Ma è una rivelazione. Troviamo Oscar Wilde che ripete, inconsciamente a quanto pare, le parole di Simeone, secondo cui attraverso la sofferenza di Gesù e Maria i pensieri segreti di molti vengono svelati. "Nella sofferenza", dice Wilde, "si discernono cose che non si erano mai discernute prima. Ci si avvicina all'intera storia da un punto di vista diverso. Il dolore è l'emozione suprema di cui l'uomo è capace, è semplicemente vero e non indossa alcuna maschera".

"Non c'è verità paragonabile al dolore", continua Oscar Wilde, "ci sono momenti in cui il dolore mi sembra l'unica verità. Altre cose possono essere illusioni degli occhi o dell'appetito, create per accecare gli uni e stuzzicare gli altri, ma è dal dolore che sono stati costruiti i mondi, e alla nascita di un bambino o di una stella c'è dolore». «Il segreto della vita è la sofferenza», conclude.

Il sacerdote che propone la sofferenza come un mistero potrebbe usare le stesse parole - il segreto della vita è la sofferenza - e poi sforzarsi di mostrare come la sofferenza e l'amore vadano di pari passo. Ma l'uomo o la donna sofferenti che hanno assaporato il dolore fino in fondo possono pronunciare queste parole con autorità: l'uomo o la donna sofferenti che hanno avuto questa rivelazione possono dire con autorità: il segreto della vita è la sofferenza.

Ancora Oscar Wilde: "Ora mi sembra che un qualche tipo di amore sia l'unica spiegazione possibile della straordinaria quantità di sofferenza che c'è nel mondo. Non riesco a concepire nessun'altra spiegazione. Sono convinto che non ce ne sia un'altra e che se il mondo è stato davvero... costruito dal dolore, è stato costruito dalle mani dell'amore, perché in nessun altro modo l'anima dell'uomo, per cui il mondo è stato creato, avrebbe potuto raggiungere la piena statura della sua perfezione». In nessun altro modo se non attraverso la sofferenza l'anima dell'uomo, per cui il mondo è stato creato, avrebbe potuto raggiungere la piena statura della sua perfezione. Quindi il dolore deve essere opera dell'amore, e anche Gesù, sebbene fosse Figlio, come leggiamo nella Lettera agli Ebrei, imparò l'obbedienza attraverso la sofferenza e, essendo stato reso perfetto, divenne per tutti coloro che gli obbediscono fonte di salvezza eterna.

Questa omelia è stata in gran parte pronunciata da Oscar Wilde, parlando de profundis, dal profondo del dolore, della sofferenza, della perdita e dell'abbandono. È meglio citarlo piuttosto che ripetere frasi banali e trite sul mistero della sofferenza. Egli parla di ciò che essa gli ha rivelato. E questo si unisce immediatamente al dolore di Maria ai piedi della Croce e al dolore di Gesù nel giardino e sulla Croce.

La nostra celebrazione eucaristica di oggi, in cui meditiamo sul dolore e sulla tristezza di Maria, potrebbe essere seguita, più tardi, dall'ascolto dello Stabat mater di Pergolesi o di Macmillan, o dalla lettura del De profundis di Oscar Wilde, e così facendo pregando Dio per tutti coloro che oggi sono chiamati a realizzare la rivelazione che si nasconde nella sofferenza.

domenica 13 settembre 2026

Esaltazione della Santa Croce - 14 settembre

Letture: Numeri 21,4-9; Salmo 77 (78); Filippesi 2,6-11; Giovanni 3,13-17

Con una sola eccezione, ogni volta che la Bibbia fa riferimento a un figlio unico, è in relazione alla morte del bambino (l'eccezione è Proverbi 4,3). Nel Libro dei Giudici, ad esempio, leggiamo di Jefte, un giudice che fece un voto sciocco. Se il Signore lo avesse aiutato in una particolare campagna, avrebbe sacrificato il primo essere vivente che avrebbe incontrato al suo ritorno a casa. Con suo grande sgomento, questo si rivelò essere sua figlia, che era la sua unica figlia (Giudici 11,34). 

 I profeti parlano della particolare tristezza che comporta il lutto per un figlio unico (Geremia 6,26 e Amos 8,10). Zaccaria, in particolare, parla di un tempo in cui uno spirito di supplica sarà riversato sugli abitanti di Gerusalemme e una fonte sarà aperta per purificarli. Quando «guarderanno colui che hanno trafitto», dice, «lo piangeranno come si piange un figlio unico e lo compiangeranno amaramente, come si compiange un primogenito» (Zaccaria 12,10; 13,1).

Questo senso di speciale tristezza continua nel Nuovo Testamento, in particolare nel Vangelo di Luca, che nota che tre dei bambini riportati in vita da Gesù erano figli unici dei loro genitori: il figlio della vedova di Nain (capitolo 7), la figlia di Giairo (capitolo 8) e il figlio del maestro (capitolo 9).

Il più importante tra i figli unici dell'Antico Testamento è Isacco. Egli era il figlio miracolosamente donato ad Abramo e Sara nella loro vecchiaia. Le promesse fatte ad Abramo, attraverso di lui agli Ebrei e attraverso di loro al mondo intero, poggiavano su Isacco. Stranamente, Dio chiede ad Abramo di sacrificare Isacco (Genesi 22). Egli deve prendere Isacco, «tuo figlio, il tuo unico figlio, che ami», e offrirlo in olocausto a Dio. Isacco stesso porta la legna per il sacrificio, anche se non sa chi sarà la vittima. All'ultimo momento Dio interviene, soddisfatto che Abramo abbia superato la prova, e al posto del ragazzo viene offerto un montone.

Il popolo ebraico credeva che il Messia promesso sarebbe stato suscitato da Dio come ricompensa per la fede dimostrata da Abramo in quell'occasione. È a questo che pensa San Paolo quando dice che «Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (Romani 8,32). Ha risparmiato il figlio di Abramo, ma non ha risparmiato il proprio Figlio.

I riferimenti più importanti a un figlio unico nelle Scritture cristiane sono quei passaggi negli scritti di Giovanni in cui Gesù è descritto come l'unico figlio del Padre. Tenere a mente la storia di Abramo e Isacco ci aiuta a capire cosa sta succedendo tra il Padre e Gesù.

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico figlio, ci viene detto, affinché chiunque crede nel suo nome possa essere salvato attraverso di lui (Giovanni 3,16-18). La prima lettera di Giovanni dichiara famigeratamente che «Dio è amore». Lo sappiamo perché «Dio ha mandato il suo unico figlio nel mondo affinché noi potessimo vivere attraverso di lui» (1 Giovanni 4,9). Le promesse fatte inizialmente ad Abramo si realizzano in modi che vanno oltre qualsiasi cosa il vecchio padre Abramo avrebbe potuto immaginare. Proprio come Isacco portò la legna per il sacrificio, così Gesù prende la croce sulle sue spalle (Giovanni 19,17).

La profezia di Zaccaria si compie nel momento della morte di Cristo. Il suo costato è trafitto da una lancia. Gli abitanti di Gerusalemme guardano colui che hanno trafitto (Giovanni 19,37). La fonte aperta nel cuore di Gerusalemme è il sangue e l'acqua che sgorgano dal costato di Cristo. Giovanni ci dice che la gloria di Gesù è la gloria «dell'unico figlio di un padre» (Giovanni 1,14) . Ciò significa morte, la morte di un figlio amato, molto probabilmente una morte sacrificale.

Sembra strano che dobbiamo guardare alla croce di Gesù per vedere la sua divinità. Quale gloria c'è in quest'uomo che muore senza bellezza, «dal quale gli altri nascondono il volto» (Isaia 53,3)? Pensiamo di sapere cosa sia Dio, cosa sia appropriato per Dio e cosa non lo sia. Così trasferiamo la "gloria" ad un altro momento della storia. Non riusciamo a vederla nella croce. Ma nessuno ha mai visto Dio, ci dice Giovanni, quindi come possiamo essere così sicuri di ciò che è o non è appropriato per Dio? "È Dio, l'unico Figlio, che è vicino al cuore del Padre, che lo ha fatto conoscere" (Giovanni 1,18).

È nella morte di Gesù che Dio si rivela, perché è nella sua morte che l'amore che è Dio, l'amore di un Padre e del suo unico Figlio, viene finalmente rivelato al mondo.

sabato 12 settembre 2026

Settimana 24 Domenica (Anno A)


Le letture di questa domenica costituiscono come una sfida per due perle della saggezza popolare. La prima perla sostiene che una persona che ha avuto una particolare esperienza negativa sarà automaticamente empatica e comprensiva verso un'altra persona che ha un'esperienza simile. Molta cura pastorale e tanto supporto terapeutico operano su questa base e ciò sembra ragionevole. Ci aspettiamo che coloro che abbiano sperimentato una particolare perdita o ansia siano più portati ad aiutare gli altri a subire quella perdita o percepire quell'ansia.

Ma il servo della parabola evangelica non ha compassione dell'uomo che gli deve dei soldi anche se il proprio creditore lo aveva appena liberato da un debito molto più grande. La sua azione è sorprendente per coloro che osservano la scena ed è sorprendente per noi, fino al punto che potremmo benissimo restare indifferenti di fronte alla tortura cui è sottoposto alla fine. Potremmo persino trovare gioia in quella tortura e dire 'è degna di lui'.

E qui è la meravigliosa trappola posta da questa parabola, perché ci ritroviamo a comportarci come lui. Chi è lui se non il personaggio di una storia che ha un debito immaginario e chi siamo noi, se non i veri peccatori che sono stati liberati da Dio da un debito reale, la conseguenza dei nostri peccati? Potremmo immaginare che il servo malvagio sotto tortura si volti, guardi verso di noi con gli occhi arrossati e dica: "Pensi di essere diverso da me? Chi di voi, pur essendo stato sciolto da Dio dal debito dei propri peccati, non ha a volte rifiutato di perdonare gli altri, non ha dato tormenti e dolore, non ha usato ogni strategia per farla franca mentre chiedeva conto agli altri severamente del loro operato?'

L'altra perla di saggezza popolare cui le letture lanciano una sfida è che gli esseri umani progrediscono perdonando e dimenticando. Anche questa perla sembra ragionevole, e questi sono i consigli spesso dati a persone che non riescono a lasciarsi alle spalle un'esperienza triste o un tradimento doloroso: "Cerca di perdonare e dimenticare, devi andare avanti e non permettere che questa cosa continui ad avvelenare la tua vita". Ma le letture oggi ci dicono che il perdono è possibile non dimenticando il passato, ma ricordandolo, ricordando di più il passato, ricordando la nostra situazione attuale e ricordando il nostro futuro destino. Se la saggezza popolare dice "perdona e dimentica", la saggezza biblica, arrivando al suo culmine in Cristo, dice "ricorda e così impara il perdono".

I compagni del servo malvagio sono stupiti che egli possa dimenticare così rapidamente la misericordia che gli era stata mostrata. Se tu o io abbiamo difficoltà a perdonare qualcuno, allora possiamo cominciare da qui, ricordando le volte in cui siamo stati perdonati. La prima lettura, dal Libro del Siracide, inizia il suo insegnamento sul perdono a partire da questo punto. Non è ragionevole aspettarti perdono e misericordia se tu non sei disposto a mostrarli. È assurdo continuare a chiedere la misericordia di Dio se non sei disposto ad avere pietà per gli altri. Dobbiamo ricordarci almeno questo.

Ma ci sono altre cose che dobbiamo ricordare mentre cerchiamo di perdonare. Ricorda la fine della tua vita, dice il Siracide, ricorda la distruzione e la morte. Come potrai guardare indietro, possiamo immaginare che dica, se non sei stato in grado di trovare un modo per perdonare. Forse ci ricorda anche il giudizio, il fatto che ognuno di noi deve rendere conto di sé a Dio e dove saremo allora, ansiosi di essere perdonati, ma non comprendendo ciò che il perdono significa perché non lo abbiamo praticato.

Ricorda i comandamenti, continua il Siracide, e ricorda l'alleanza dell'Altissimo. "Fate questo in memoria di me", dice Gesù nell'ultima cena. Ricorda l'alleanza dell'Altissimo, la nuova ed eterna alleanza, sigillata non da un servo crudele (fittizio) sotto tortura, ma dal Figlio (reale) di Dio inchiodato alla croce. Se vuoi imparare il perdono ricorda come il cuore umano della Parola Eterna fu trafitto. Ricorda come quel sangue ha tirato giù le pareti dell'ostilità tra le persone e ha consolidato la pace. Non è una questione di perdono e dimenticanza. È questione di memoria, di ricordare molte cose, e così imparare ciò che significa il perdono.

Coloro che credono in Gesù devono essere ambasciatori del perdono nel mondo e messaggeri di riconciliazione. Ma il perdono non è facile da realizzare e la capacità di perdonare non è una cosa che si raggiunge intenzionalmente. Non importa quanto potente possiamo considerare la nostra forza di volontà, non possiamo forzarci nel perdono. Alla fine è un dono di Dio come Alexander Pope intimò nel suo famoso commento che "errare è umano, perdonare divino". Forse non si tratta di qualcosa che facciamo, ma di qualcosa che ci troviamo capaci di sperimentare, frutto dello Spirito Santo in noi, segno della vita di Cristo in noi, partecipazione alla natura divina, un modo di relazionarci con gli altri nei quali ritroviamo noi stessi (per grazia di Dio) diventando compassionevoli come è compassionevole il Padre celeste .


Settimana 23 Sabato (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 10,14-22; Salmo 115; Luca 6,43-49

È chiaramente un criterio saggio, proveniente da Cristo stesso, quello secondo cui è dai frutti che si riconoscono il carattere e la qualità di un albero. Quando si tratta di discernere affermazioni e attività spirituali e religiose, è uno dei criteri più pratici e utili che possiamo utilizzare. L’unica difficoltà è che opera post factum. In altre parole, dobbiamo aspettare e osservare come agiscono le persone per poter giudicare il significato delle loro parole e il carattere e la qualità dei loro cuori.

Nel frattempo, mentre aspettiamo di osservare e discernere, potrebbero essere stati causati molti danni. È stato così nei casi di abuso: finché le azioni di una persona non vengono alla luce, gli autori degli abusi possono continuare a produrre frutti cattivi, avvelenando la vita delle persone, a volte di molte altre persone. Una volta che le loro azioni vengono alla luce, allora è possibile intervenire e impedire loro di causare ulteriori danni.

A volte, però, la reputazione di santità o di ortodossia dottrinale di cui godono alcune persone – o altri criteri che potremmo utilizzare – confonde le situazioni e impedisce alle persone di credere che ciò che sentono dire sul loro comportamento possa essere vero. Alcune situazioni, specialmente quelle che vengono definite «abusi spirituali», sorgono quando i leader o i maestri sono considerati, da loro stessi o dai loro seguaci, come delle figure simili a guru e al di sopra delle normali regole morali. Ciò può riguardare la sessualità, l’autorità o i beni materiali: le tre aree della vita a cui si riferiscono i voti religiosi.

Gesù cambia l’immagine degli alberi che portano frutto in quella di edifici costruiti sulla roccia. Questo sembra affidabile fin dall’inizio: se sappiamo che le fondamenta della vita spirituale e morale di una persona sono vere e buone, possiamo essere certi che le sue parole saranno coerenti e le sue azioni degne di fiducia.

Ma i rischi della vita permangono e le incertezze continueranno a sorgere. Paolo, nella prima lettura, affronta proprio una simile ambiguità nella Chiesa primitiva. Se gli idoli non sono nulla, ha importanza se ho a che fare con il loro «culto» o meno? Una versione contemporanea della domanda è questa: se pratico esercizi di yoga, sto adorando un falso dio? La maggior parte delle persone direbbe: «Non essere assurdo, certo che no». Ma alcuni cristiani, e forse anche altri, si preoccupano e credono che tale culto sia implicito nella pratica dello yoga, che lo si pensi o meno.

Come dobbiamo rispondere? Se un insegnante di yoga si comporta in modo immorale con i propri allievi, è un’altra cosa e la situazione è chiara. Se la pratica è finalizzata alla salute fisica e mentale, qual è il problema, anche se in alcune parti del mondo lo yoga continua a essere utilizzato nei riti religiosi?

La sfida che ci viene lanciata dalle letture di oggi è quella di garantire la coerenza tra cuore, labbra e mani, tra pensieri, parole e azioni. Il punto di partenza è chiaramente rappresentato dai pensieri: cercare di avere la mente di Cristo, conoscere il tesoro a cui è rivolto il nostro cuore, costruire la nostra casa su quel desiderio. Se parliamo e agiamo in modo coerente con quel fondamento nei nostri cuori e nelle nostre menti, allora siamo, per grazia di Dio, alberi buoni che producono frutti buoni.

venerdì 11 settembre 2026

Settimana 23 Venerdi (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 9,16-19, 22-27; Salmo 83; Luca 6,39-42

Per vedere chiaramente sono quindi necessari due passi. Il primo è accettare che nel mio occhio ci sia una trave che mi impedisce di vedere chiaramente. Questo potrebbe non essere ovvio e potrebbe essere difficile da accettare per me. Il secondo è fare tutto il necessario per rimuovere tale trave, in modo da poter vedere chiaramente.

Cosa mi convincerà che c’è una trave che distorce la mia visione? Il fatto che altre persone me lo facciano notare non basterà di per sé. Posso facilmente trovare delle motivazioni per le loro critiche (a meno che il commento non provenga da un amico che sappiamo amarci davvero). Forse le persone sono mosse dall’invidia, o da qualche manovra politica da parte loro. In ogni caso, non sono forse soggetti allo stesso obbligo, ovvero quello di togliere dal proprio occhio qualsiasi trave che possa distorcere il modo in cui mi vedono?

Allora, cosa mi convincerà? Sembra che io debba sbattere contro un muro o cadere in una buca prima di accettare che ci sia un problema con la mia vista. In senso figurato, ovviamente, a livello spirituale. Fisicamente ci sono molti altri modi in cui ci rendiamo conto dei problemi alla vista.

Ma nel modo in cui vediamo gli altri, nel modo in cui vediamo la vita, nel modo in cui vediamo le cose in generale, nel mondo e nella Chiesa – per quel tipo di visione dobbiamo essere risvegliati in qualche modo se una trave sta distorcendo la nostra visione. E chi può farlo per noi in un modo che noi accetteremo? Abbiamo bisogno di un discepolo pienamente formato che ci indichi la via e forse spesso è proprio così che accade. Siamo con le spalle al muro, o bloccati in una buca, e cerchiamo aiuto. Il muro e la buca sono disposti dalla provvidenza di Dio, e lo stesso vale per il discepolo ben preparato, se mai ne incontrassimo uno. Potremmo chiederci, a ragione, se esista una persona del genere oltre al Maestro stesso, Gesù, il nostro unico Maestro.

Supponiamo di essere giunti, in qualunque modo, al punto di accettare di avere il problema della trave nell’occhio. Dobbiamo quindi affrontare la seconda fase per ottenere una visione chiara, ovvero rimuovere la trave che ci ostacola dall’occhio. Mentre la prima fase è una questione di conoscenza e comprensione, questa seconda fase è una questione di desiderio e volontà. Non solo intelligenza o intuizione, ma virtù e iniziativa. Se ho bisogno soprattutto di docilità per accettare la prima fase della guarigione, ho bisogno soprattutto di umiltà per accettare la seconda fase.

Ecco perché le storie evangeliche sulla cecità sono così numerose e così pertinenti. Non è poi così male sapere di essere ciechi, dice Gesù nel Vangelo di Giovanni, ma è molto peggio pensare di poter vedere quando non si vede (Giovanni 9,39-41). L’occhio è la lampada del corpo, dice altrove, ma se quella lampada è nelle tenebre, allora si è completamente ciechi (Luca 11,34).

Riflettiamo su questi due passi verso una visione chiara. Chiediamo a Dio di aiutarci a renderci conto e ad accettare i modi in cui siamo ciechi. E poi di donarci la grazia e le virtù di cui abbiamo bisogno per rimuovere le travi che distorcono la nostra visione, affinché possiamo vedere chiaramente ciò che c’è.

giovedì 10 settembre 2026

Settimana 23 Giovedì (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 8:1-7, 11-13; Salmo 139; Luca 6:27-38

Secondo San Paolo, la conoscenza “si espande” e comporta il pericolo di diventare egoista ed escludente. La conoscenza ci gonfia la testa. È sicura, assertiva e dominante. L'amore invece “costruisce”, non si limita a espandere ma include, non dimentica l'altro e i suoi bisogni. L'amore apre i nostri cuori e ci rende sensibili all'impatto della nostra conoscenza sugli altri.

La misura di queste espansioni e costruzioni, ci dice la lettura del Vangelo di oggi, è una misura che impariamo da Dio. Dobbiamo essere compassionevoli come Dio è compassionevole, misericordiosi come Dio è misericordioso. Siamo chiamati, quindi, a vivere in un luogo molto spazioso, a vivere nelle dimensioni (infinite) della compassione divina.

La conoscenza è conoscenza e potrebbe rimanere semplicemente conoscenza: esperta, abile, sicura. L'amore invece include la conoscenza, la abbraccia e la trasforma. Perché anche l'amore conosce, comprende ed è saggio. La conoscenza dell'amore sarà più rischiosa di quanto non lo sia la semplice conoscenza (abilità, competenza), perché la conoscenza dell'amore è più una questione di essere conosciuti che di sapere. L'amore è in primo luogo, e fondamentalmente, una questione di essere conosciuti piuttosto che di sapere: Se uno ama Dio, è conosciuto da Dio”.

Con la conoscenza prendiamo il mondo dentro di noi e impariamo a dominarlo e controllarlo. Con l'amore ci avventuriamo nel mondo per assaggiarlo, per imparare non tanto a dominarlo quanto a vivere con gioia in esso. La ricerca della conoscenza è un tipo di avventura: diventiamo padroni del nostro universo. La ricerca dell'amore è un tipo di avventura molto diverso: entriamo nell'universo di Dio e cerchiamo di viverci secondo gli standard di Dio. La conoscenza può anche progredire senza l'amore, ma l'amore non può non includere anche la conoscenza.

Giuliano di Norwich dice che “con l'amore si può ottenere e trattenere, ma con il pensiero mai”. Con l'amore arriviamo a conoscere non solo Dio e noi stessi, ma anche il mondo di Dio, i principi che lo governano e gli altri che Dio ama.

mercoledì 9 settembre 2026

Settimana 23 Mercoledì (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 7:25-31; Salmo 45; Luca 6:20-26

Un modo comune di insegnare la morale nel mondo antico è quello di parlare di “due vie”, una che porta al successo e alla felicità, l'altra al disastro e alla delusione. È usato anche nella Bibbia, che parla di una via che porta benedizione e conduce alla vita e di una via che porta maledizione e conduce alla morte. Una è la via stretta di cui parla Gesù, che porta alla vita, e l'altra è la via larga, che porta alla morte. Riporre la propria fiducia nella carne e in ciò che il mondo può offrire è una via che porta alla morte, dice il profeta Geremia. Significa vivere, prima o poi, in una terra arida. Riporre la propria fiducia nel Signore significa essere come un albero piantato vicino all'acqua vitale, capace di inviare i suoi germogli all'acqua per trovare nutrimento. Un tale albero fiorisce e porta frutto.

La forma delle beatitudini del Vangelo di Luca segue questo schema delle “due vie”. Gesù dice che sono beati coloro che sono poveri e affamati, che piangono e sono rifiutati. Quelli che sono ricchi e ben nutriti, che ridono e sono ben visti, sono in difficoltà. I veri profeti hanno sperimentato la prima, mentre i falsi profeti hanno sperimentato la seconda. Le persone che sperimentano la prima sono obbligate a riporre la loro fiducia in Dio e quindi sono come alberi piantati vicino all'acqua vivificante. Le persone che sperimentano la seconda trovano il loro senso e significato nel mondo e si ritrovano, prima o poi, a vivere in una terra arida. Arriverà qualcuno più bello, o più ricco, o più influente, o più giovane... ma la persona saggia trova il senso e il significato della propria vita in un luogo più profondo, dove si trova l'acqua divina.

Il paradosso espresso nelle beatitudini e nei dolori di Luca 6 si realizza in modo più drammatico nel mistero pasquale di Cristo. Egli è il seme seminato nel terreno. Ma il terreno in cui è stato seminato viene innaffiato da una fonte divina, in modo da fargli riprendere vita, una vita più abbondante e più gloriosa. Così, quando parla dei poveri e degli affamati, di coloro che piangono e sono perseguitati, parla di se stesso. E conosce il senso e il significato che la vita umana contiene quando rimane in contatto con l'acqua divina, sbocciando (anche se in modo nascosto) e portando frutto (frutto che durerà).

lunedì 7 settembre 2026

NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA – 08 SETTEMBRE

Letture: Michea 5,1-4a OPPURE Romani 8,28-30; Salmo 12/13; Matteo 1,1-16,18-23

Chi credi di essere? è un popolare programma televisivo. È stato trasmesso per la prima volta dalla BBC quasi vent'anni fa e successivamente ripreso da canali televisivi di molti paesi. Risponde a un desiderio profondo e universale degli esseri umani, quello di conoscere qualcosa dei propri antenati. La mia identità deriva in gran parte dalle generazioni che mi hanno generato, ed è naturale che io sia curioso di conoscerle. Sulla lapide del poeta irlandese Seán Ó Ríordáin sono incise le parole "Níl ionam ach ball de chorp san mo shinsir", "tutto ciò che sono è parte di quel corpo che è il mio popolo".

Quando si va alla scoperta non si sa mai cosa si troverà, e questo fa parte del fascino del programma televisivo. Probabilmente nella storia della mia famiglia ci saranno santi e furfanti, lacune sospette, apparizioni e sparizioni inspiegabili, forse uno o due personaggi famosi (o famigerati). I momenti più memorabili dei programmi sono quelli che generano sorpresa o tristezza, forse profondo sgomento o grande gioia.

Oggi la Chiesa celebra il compleanno della Beata Vergine Maria, madre di Gesù Cristo. Lo fa leggendo la sua genealogia così come è riportata nel Vangelo di Matteo. Ci sono personaggi famosi, Abramo e Davide, Salomone e San Giuseppe, e allo stesso modo nomi che non significano nulla per noi.

E l'elenco include cinque donne, ognuna delle quali ha qualcosa di insolito nella sua presenza nella lista. Tamar è la prima, ricordata per aver sedotto suo suocero Giuda, da cui nacque Zerah, un antenato di Gesù. Segue Rahab, madre di Boaz. Era una prostituta che aiutò gli ebrei nella conquista di Canaan. Quindi non era un'amante del suo popolo, ma un'eroina per gli ebrei e presumibilmente non per i cananei. Ma è esaltata dai primi cristiani come donna di fede (Ebrei 11,31; Giacomo 2,25): era dalla "parte dei vincitori".

Ruth è la terza donna menzionata, una delle figure più affascinanti della Bibbia, per la sua gentilezza, lealtà, coraggio e generosità. La cosa strana è che anche lei era una straniera, una Moabita, che aggiunge il suo sangue al lignaggio della dinastia davidica, e quindi anche a Giuseppe e Maria. Se cercate la purezza razziale o etnica, non la troverete nella famiglia di Gesù Cristo!

Non menzionata per nome - uno scheletro nell'armadio? "Quella donna"! - è Betsabea, con la quale Davide commise adulterio dopo aver fatto uccidere suo marito. Madre del re Salomone, è la prima donna ad essere presentata nel ruolo di regina madre, un ruolo che assunse grande importanza man mano che la casa di Davide continuava a governare.

Ci sarebbero molte cose da dire anche su ciascuno degli uomini menzionati nella genealogia, ma il Vangelo di Matteo attira la nostra attenzione in particolare sulle donne.

La stranezza di Maria è descritta nella seconda parte del Vangelo di oggi: "Ecco come Gesù Cristo è nato", e sentiamo parlare del suo concepimento verginale. Il punto non è in primo luogo quello di evidenziare la sua purezza sullo sfondo della storia familiare, anche se lo fa, in modo molto efficace. Il punto è ricordarci che all'interno e attraverso questa storia molto umana, con tutti i suoi momenti di luce e di oscurità, Dio sta realizzando il suo disegno. Lo Spirito Santo è chiaramente all'opera in modo unico nel concepimento e nella nascita di Gesù. Ma non è la prima volta che il potere di Dio è all'opera nella storia di questa famiglia, poiché lo stesso Spirito ha parlato attraverso i profeti che li hanno guidati quando è sceso con potenza sui re d'Israele al momento della loro unzione.

Celebriamo Maria perché è la madre del Cristo, l'Unto, il re della casa di Davide nato da lei per essere il salvatore e il redentore di tutti i popoli. Anche noi, quindi, apparteniamo a questa genealogia. Questo è ciò che pensiamo di essere, parti di quel corpo che è questo popolo, il popolo di Dio, ora Corpo di Cristo. La storia continua nelle nostre vite, nella luce e nell'oscurità che noi aggiungiamo ad essa. Probabilmente non siamo né migliori né peggiori dei nostri antenati, ma lo Spirito è sempre presente, anima il corpo di cui anche noi siamo membri e ne guida la storia. Se il nostro contributo alla storia include momenti di tristezza e sgomento, preghiamo, con Maria, affinché per grazia di Dio possiamo anche contribuire in modi che suscitino sorpresa, gioia e gratitudine.

sabato 5 settembre 2026

Settimana 23 Domenica (Anno A)


Alcuni anni fa il teologo Peter Candler pubblicò un articolo con l'accattivante titolo "Fuori della Chiesa non c'è morte". Che cosa poteva significare? Egli intendeva dire che è solo in una comprensione cristiana dell'esperienza umana che la realtà della morte può essere pienamente compresa. Solo la persona con la virtù teologica della speranza, e la comprensione della persona umana che è richiesta da una tale virtù, può guardare in faccia la morte e vederne tutto l'orrore.

Spesso, noi credenti ci uniamo ai nostri contemporanei negando, in vari modi, la realtà della morte. Ne parliamo come se non fosse un grosso problema, come se fosse un passare da una stanza all'altra, e immaginiamo che la vita continui più o meno come prima, ma senza mal di testa o indigestione, senza sangue, sudore o lacrime. La persona di speranza, invece, non ha una tale visione delle cose con cui consolarsi. L'oggetto diretto della nostra speranza è Dio, non una forma futura della vita umana. L'oggetto della speranza è Dio che è amore e che è la vita, nella cui Parola abbiamo fiducia quando ci parla di una partecipazione alla sua vita eterna. Ma non sappiamo praticamente niente di che cosa sarà o di come sarà, tranne che sarà una vita, che sarà una vita d'amore e che comporterà la compagnia di Cristo e dei santi.

Proprio come si può essere veramente coraggiosi solo quando si affronta qualcosa di pauroso, così è possibile sperare solo quando si affronta qualcosa che presenta estrema difficoltà. Proprio come la paura e il coraggio non sono incompatibili, ma uno richiede l'altro, così la tristezza e l'ansia da un lato e la speranza dall'altro, non sono incompatibili ma si richiedono reciprocamente. Tant'è vero che la speranza rende possibile la vera tristezza proprio come il coraggio ci dà un vero apprezzamento di ciò che temiamo. Questo, credo, è ciò che Candler intendeva dire sul fatto che al di fuori della Chiesa non c'è morte: solo in una comprensione cristiana dell'esperienza umana possiamo assaggiare pienamente la realtà di situazioni negative come la paura, l'ansia, la tristezza e la perdita.

La lettura evangelica di oggi riguarda la scomunica, la situazione triste e difficile nella quale la comunità cristiana giunge alla conclusione che uno dei suoi membri, per motivi di fede o stile di vita, non è più in piena comunione con la Chiesa. Preferiamo non pensare a tali cose, come preferiamo non pensare alla realtà della morte. Infatti, la scomunica è una specie di morte, una ferita terribile nel corpo di Cristo, una vera tristezza e una profonda perdita. Significa che non abbiamo mantenuto la comunione a cui Cristo ci chiama e per cui ha pregato nella sua ultima grande preghiera al Padre.

La lettura del Vangelo dice che dobbiamo fare ogni tentativo per mantenere quella comunione: parlare privatamente con una persona prima di tutto, parlarle in presenza di una o due altre persone, e solo se è assolutamente necessario porre il caso all'attenzione di tutta la Chiesa. La conclusione è fredda e possiamo anche chiederci: 'è cristiano'? Sicuramente possiamo trovare un modo per stare insieme, per rimanere in comunione! Ma anche la verità preme, non per servire una struttura del potere o per mantenere una certa finta conformità. La verità preme perché è la verità di quella comunione stessa: cosa potrebbe succedere se il fondamento della nostra unità fosse annullato da ciò che una persona crede o da come una persona vive? La nostra comunione morirebbe.

Questo passo del vangelo di Matteo tratta della difficoltà di rimanere insieme e riflette su come, anche nella Chiesa primitiva, successe molto rapidamente che si presentassero dei problemi a stare insieme. A volte le persone faranno le cose, o arriveranno a credere delle cose, che la Chiesa considera incompatibili con la vita del vangelo. Ovviamente esitiamo a usare la parola "scomunica" ma nei rapporti umani è questa a volte, purtroppo, la realtà. Anche dopo aver fatto del nostro meglio, non vediamo come alcuni possano restare dentro la vita della comunità. Alcuni modi di vivere e alcune convinzioni non sono compatibili, per quanto possiamo vedere, con la vita nella Chiesa. Di solito sono le persone stesse che prendono la decisione di separarsi dalla Chiesa perché non condividono più le proprie convinzioni o non sono più convinti della bontà del suo insegnamento. Molto raramente la Chiesa stessa fa questa decisione su una persona o un gruppo di persone.

Non possiamo mai essere felici dell'esclusione di un fratello o di una sorella. È una morte e la morte è terribile, l'ultimo nemico dell'uomo che fiorisce, un fallimento definitivo. Ma nell'ambito della speranza cristiana, l'esclusione non può mai essere l'ultima parola su una persona o sul nostro rapporto con lei. Tali persone rimangono sempre figlie del Padre celeste, chiamati ad essere fratelli e sorelle di Gesù. Mi piace pensare che i due o tre riuniti nel nome di Cristo alla fine di questa lettura evangelica sono gli stessi due o tre che hanno precedentemente affrontato il fratello o la sorella nell'errore. Stanno pregando e la preghiera è l'atto proprio della virtù della speranza. Nella loro mente mentre pregano deve esserci lo stesso fratello o sorella cui la Chiesa ha deciso di rapportarsi come se fosse un pagano o un esattore delle tasse. E c'è Cristo in mezzo a loro.

Fuori della Chiesa non c'è morte perché la vita cristiana ci rende più sensibili alla verità di ciò che la morte è veramente. Ma al di fuori della Chiesa, possiamo dire, non c'è un "fuori", perché le preghiere della Chiesa, come l'ansia dei genitori amorevoli, seguono i propri figli ovunque. Anche quando non possiamo vedere come si possa trovare l'unità e la riconciliazione, dobbiamo continuare a sperare di raggiungerle, pregare e lavorare per conquistarle. Tutti i comandamenti sono riassunti, dice San Paolo, in questo: "Ama il prossimo come te stesso". Sappiamo che tutti sono il nostro prossimo, quelli che vivono e quelli che sono morti, quelli che sono malati e quelli che stanno bene, quelli che sono in comunione gioiosa con noi e quelli che sono in triste separazione da noi. Noi sfioriamo i limiti delle nostre capacità, ma sappiamo che il Signore, crocifisso per la nostra riconciliazione, allunga le braccia lungo gli orizzonti più lontani di questa creazione per raccogliere tutti i figli di Dio dispersi.

venerdì 4 settembre 2026

Settimana 22 Venerdì (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 4:1-5; Salmo 37; Luca 5:33-39

Uno dei maggiori ostacoli alla meditazione della lettura del Vangelo di oggi è il potere della parola “nuovo”. I pubblicitari sanno che è una delle parole più potenti che possono usare: notate quante volte vengono offerte cose con questa descrizione: il nuovo iPad, il nuovo modello, la formula nuova e migliorata. Ma le parabole sul vino nuovo in otri vecchi e sulle toppe nuove su abiti vecchi non dicono semplicemente “il nuovo è meglio del vecchio”.

Se avessimo solo i racconti di Matteo e Marco, potrebbe sembrare che questa interpretazione consolidata, quasi ovvia, sia corretta. Il fatto che sia stato l'arci-eretico Marcione a proporre per primo questa interpretazione dovrebbe essere sufficiente a fermarci. È diventata l'interpretazione preferita dai cristiani gentili dal tempo di Marcione fino ai giorni nostri. Alcuni dei più illustri interpreti contemporanei della Bibbia continuano a seguire questa linea: la religione di Gesù è “nuova”, e quindi radicalmente migliore della “vecchia” religione degli Scribi e dei Farisei. Il nuovo cristianesimo è migliore del vecchio giudaismo: non è forse questo l'insegnamento di Gesù?

No, non lo è. Occorre ripeterlo: non è questo che Gesù sta insegnando qui. Ed è il racconto di Luca, letto oggi, che ci impedisce di scivolare pigramente in questa interpretazione. Solo Luca aggiunge una terza parabola a quelle della toppa e degli otri: “Nessuno che abbia bevuto vino vecchio desidera vino nuovo, perché dice: ‘Il vecchio è buono’” (Lc 5,39). Questo contraddice qualsiasi interpretazione per la quale queste parabole dicono semplicemente “la cosa nuova che vi porto è migliore di quella vecchia che avete già”. In questa terza parabola Gesù dice che sarebbe assurdo preferire il vino nuovo a quello vecchio: tutti sanno che il vino è migliore quando è vecchio e non quando è nuovo.

Quindi questo brano del Vangelo è, grazie a Dio, più complesso di quanto sembri all'inizio. Per uscire da quella che sembra una contraddizione - nuovo è meglio, vecchio è meglio - alcuni propongono che, nel suo commento finale, Gesù stia dicendo “naturalmente alcuni di voi vorranno rimanere con il vecchio piuttosto che abbracciare la novità che io porto”. Si tratta di persone che si impantanano nel fango. Ma questo non ha alcuna base nel testo e, ancora una volta, non coglie il punto.

Qual è dunque il punto? L'insegnamento principale di Gesù è questo: Si possono far digiunare gli invitati alle nozze mentre lo sposo è con loro?”. La risposta chiara è: “No, sarebbe assurdo digiunare a un matrimonio”. Digiunare quando si dovrebbe festeggiare significa mettere insieme due cose incompatibili. Lo scopo delle tre brevi parabole è quello di sottolineare questo messaggio con una serie di altre possibilità assurde. Mettereste una toppa nuova su un abito vecchio distruggendo entrambi (soprattutto un abito vecchio e prezioso)? Certo che no. Mettereste del vino nuovo in otri vecchi, distruggendo entrambi (soprattutto gli otri vecchi di valore)? Certamente no. Ora che parliamo di vino, preferireste un vino nuovo a un vino invecchiato e maturato? Ovviamente no. Sono tutte proposte assurde, e qualsiasi persona di buon senso risponderà “no” a tutte queste domande. Allo stesso modo, qualsiasi persona di buon senso risponderà “no” alla domanda “si deve digiunare quando è presente lo sposo”.

Essere alla presenza di Gesù, lo sposo, significa essere in un luogo gioioso. Sarebbe assurdo non essere gioiosi, non festeggiare, quando siamo con lui. Suggerire il digiuno alla presenza di Gesù è assurdo come mettere un vestito nuovo su un abito vecchio, o del vino nuovo in otri vecchi, come preferire il vino nuovo a quello vecchio.

E questo è quanto per il momento. In questa fase del ministero pubblico di Gesù, i suoi rapporti con i farisei non si sono deteriorati come sarebbero diventati in seguito. Sono ancora curiosi del suo insegnamento e aperti, a quanto pare, a considerare ciò che ha da dire. Gesù fa riferimento a ciò che sarebbe accaduto in futuro, un tempo in cui lo sposo sarebbe stato portato via. Il suo essere “portato via” è una chiara eco della sua passione. E quel triste momento di perdita e di dolore sarà un tempo di digiuno. Continuare a banchettare allora sarebbe una cosa assurda, incompatibile.

Ecco il nocciolo della questione: la presenza di Gesù significa gioia, l'assenza di Gesù significa tristezza. Confondere queste due situazioni sarebbe assurdo. Pensare diversamente su una delle due sarebbe una follia. Questo è l'insegnamento semplice e profondamente ricco che il nostro saggio maestro vuole farci comprendere oggi.

giovedì 3 settembre 2026

San Gregorio Magno - 3 settembre

GREGORIO MAGNO E L’ORDINE DEI PREDICATORI

Ecco la storia di due papi: Gregorio Magno (morto nel 604), di cui oggi celebriamo la memoria, e Innocenzo III, che era papa quando, all’inizio del XIII secolo, furono fondati l’Ordine dei Francescani e quello dei Domenicani. Gregorio scrisse testi famosi a sostegno dell’espansione missionaria e pastorale della Chiesa all’inizio del Medioevo. Innocenzo era preoccupato dalla necessità di una nuova predicazione del Vangelo nell’«Alto Medioevo».

Allo stesso tempo, Innocenzo esitava a confermare un «ordine dei predicatori» per la Chiesa universale, cosa che Domenico voleva che facesse. Le prime fonti domenicane usano un’espressione un po’ strana per descrivere il progetto di Domenico: egli voleva fondare un ordine «che fosse chiamato, e fosse realmente, un ordine dei predicatori». Perché sottolineare questa distinzione tra l’essere chiamato e l’essere di fatto un ordine dei predicatori?

Il titolo – ordine dei predicatori – aveva già una lunga storia nella Chiesa. Innocenzo ne era presumibilmente consapevole, così come delle sue implicazioni, e questo forse lo indusse a esitare a confermare immediatamente un «ordine dei predicatori». Infatti, è negli scritti di Gregorio Magno che troviamo il primo uso di quel titolo. Egli lo utilizzò per riferirsi ai predicatori del Vangelo che seguono i profeti e gli apostoli nel proclamare la Parola di Dio affinché la Chiesa crescesse fino alla fine dei tempi. La frase ricompare negli scritti degli autori medievali successivi, dove è associata alla gloriosa schiera degli apostoli, alla nobile compagnia dei profeti e la candida schiera dei martiri. L’«ordine dei predicatori», nel senso in cui lo intendeva Gregorio, si riferiva a un altro gruppo di questo tipo, fondamentale per l’identità della Chiesa e equiparato agli apostoli, ai profeti e ai martiri.

Questo «ordine dei predicatori» era associato alla fine dei tempi, una schiera di predicatori suscitati da Dio per chiamare le persone al pentimento prima che fosse troppo tardi. Gregorio vedeva l’ordine dei predicatori in due parabole di Gesù: quella degli operai nella vigna che giungono all’undicesima ora (Matteo 20,6) e quella dei servitori inviato dal suo padrone per condurre le persone al banchetto già preparato (Luca 14,17). I predicatori sono coloro che vengono inviati per condurre le persone al banchetto, e per farlo anche quando è tardi e tutto è già pronto. Secondo l’interpretazione di Gregorio, l’«Ordine dei Predicatori» significava «i predicatori degli ultimi giorni».

Il passaggio dal XII al XIII secolo fu un periodo di grande fermento evangelico, caratterizzato da importanti movimenti nel pensiero, nella società e nella cultura, accompagnati anche da un vasto movimento religioso e da una «esplosione della predicazione». Si diffondeva un crescente sentimento escatologico, persino apocalittico, secondo cui la Chiesa si trovava negli ultimi tempi e che quindi sarebbe sorto un ordine di predicatori per chiamare le persone al pentimento e alla conversione prima che fosse troppo tardi. La bolla di canonizzazione di san Domenico parla degli «operai dell’ultima ora». E una delle prime fonti domenicane afferma che l’Ordine dei Predicatori fu istituito grazie all’intervento di Maria: vedendo l’umanità in pericolo di distruzione, ella supplicò suo Figlio e, in risposta, Egli suscitò Domenico per fondare l’Ordine dei Predicatori.

Per Innocenzo III, il significato consolidato del titolo potrebbe essere stato uno dei motivi per cui era riluttante a riconoscere un particolare gruppo di uomini come «l’Ordine dei Predicatori», un’espressione che non solo aveva connotazioni escatologiche, ma che sembrava anche appartenere alla Chiesa nel suo insieme e non solo a un gruppo al suo interno. Cosa penseremmo se un papa riconoscesse una piccola comunità in qualche parte del mondo come «ordine degli apostoli» o «ordine dei profeti»? È possibile che designare una particolare comunità religiosa come «ordine dei predicatori» sarebbe stato altrettanto sorprendente per Innocenzo.

Ciononostante, è proprio ciò che fece il suo successore, Onorio III, riconoscendo Domenico e la sua comunità di frati come «un ordine dei predicatori». Il titolo ha origine da Gregorio Magno ed è opportuno che noi domenicani ne riconosciamo oggi l’eredità, mentre celebriamo la memoria liturgica di Gregorio.

mercoledì 2 settembre 2026

Settimana 22 Mercoledi (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 3,1-9; Salmo 33; Luca 4,38-44

Tom Holland è uno storico britannico che si era prefissato di dimostrare che l’avvento del cristianesimo fosse stato un disastro per il mondo, sostenendo che la violenza e le divisioni da esso generate avessero distrutto le precedenti civiltà pagane, che erano, per così dire, molto più civilizzate. Esaminando attentamente i fatti, tuttavia, è giunto alla conclusione opposta. Nel complesso, e nonostante molti momenti bui, il cristianesimo ha portato una gentilezza e una compassione mai viste prima. In questo era in netto contrasto con la crudeltà e l’indifferenza delle civiltà precedenti.

Ci sono ancora gelosie e rivalità tra di noi, come Paolo osserva tra i cristiani di Corinto, ma finché loro – e noi – manteniamo il contatto con le nostre radici cristiane, queste cose non dovrebbero sopraffarci completamente. Rimangono demoni contro cui dobbiamo lottare, ma lo Spirito viene in nostro aiuto nella nostra debolezza anche in questo ambito.

I cristiani di Corinto si stavano già dividendo in gruppi, in una sorta di competizione reciproca. Ogni gruppo aveva il proprio capo designato e Paolo ricorda loro quanto ciò sia contraddittorio, come se Cristo potesse essere diviso.

Invece, come vediamo nella lettura del Vangelo, Cristo è concentrato e risoluto. È dedito alla missione che gli è stata affidata: predicare, guarire e scacciare i demoni. Non crea affatto un gruppo di seguaci o sostenitori, ma dice ai discepoli che deve recarsi in altri luoghi e comunità verso cui è stato mandato.

I suoi discepoli non sono così concentrati, né così risoluti, e si lasciano distrarre in mille modi diversi. La gelosia e la rivalità non sono mai lontane. Nella Lettera di Giacomo sono proprio la gelosia e l’ambizione egoistica a rappresentare i veri spauracchi, quelle tendenze molto comuni, potremmo dire, che inevitabilmente si manifestano ovunque gli esseri umani si riuniscano per un progetto o uno scopo condiviso.

Ma lo Spirito viene in nostro aiuto nella nostra debolezza. Egli è lo Spirito d’amore, ed è solo l’amore che può sanare le nostre gelosie e le nostre rivalità. Il successo di qualcuno che non amo particolarmente diventa per me una minaccia e suscita invidia. Il successo di qualcuno che amo è un successo di cui faccio parte anch’io e suscita gioia. Succede così perché è l’amore che ci unisce come un’unica famiglia, rendendo possibile per noi condividere la vita insieme e gioire dei doni reciproci.

L’amore riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo è il dono straordinario e soprannaturale che ci porta oltre le relazioni ordinarie e costruisce una nuova civiltà, quella che chiamiamo il regno di Dio. Siamo tutti servitori di Dio, collaboratori gli uni con gli altri, che curiamo insieme il giardino, costruendo insieme la casa di Dio.