Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68/69; Romani 5,12-15; Matteo 10,26-33
«Il dono gratuito non è come la trasgressione». È un’affermazione di San Paolo che dovrebbe davvero essere messa in evidenza in ogni luogo in cui si predica il Vangelo. Dovrebbe essere pronunciata alla luce del sole e proclamata dai tetti.
Perché? Perché il più delle volte la nostra fede vera si limita a qualcosa di meno di questo. Ricadiamo nel pensare che il dono gratuito soddisfi i bisogni e i desideri di chi ha peccato. È un dono, sì, e gratuito, sì, ma ridimensionato alla misura del nostro bisogno. Come se Dio fosse semplicemente «il nostro dio», la soluzione ai nostri problemi, la risposta alle nostre domande, colui che mette le cose a posto per noi.
Spesso comprendiamo la grazia all’ombra della trasgressione – del nostro peccato e della nostra debolezza, del nostro bisogno e del nostro desiderio – quando la verità è che la grazia, come continua a dire Paolo, supera questi limiti, «abbonda per i molti» («molti» nel senso di generalità, umanità, in altre parole tutti noi). L’inno di Paolo, che esalta la grazia (così potremmo pensare), continua: se il regno del peccato significa morte per molti a causa della disobbedienza di un solo uomo, «tanto più», «tanto più» – lo ripete due volte! – il regno della grazia significherà vita per i molti grazie all’obbedienza di quell’unico uomo, Gesù Cristo.
L’insegnamento di Gesù – le sue parabole, i miracoli e i discorsi – mira a scuoterci affinché comprendiamo la realtà della grazia, ovvero che nel regno di Dio valgono criteri diversi. Egli parla di criteri diversi di giustizia, riconciliazione, comunità: i primi saranno gli ultimi e gli ultimi i primi, c’è più gioia in cielo per un solo peccatore che si pente, le prostitute e i pubblicani entrano per primi – ci sono così tanti detti paradossali, che a noi spesso sembrano semplicemente contraddittori.
Ci sentiamo più a nostro agio con un ordine che si adatti a ciò che riusciamo a definire come «giustizia». A dire il vero, ci sentiamo più a nostro agio nel temere Dio che nell’amarlo. Conosciamo meglio il primo aspetto, che nasce dal peccato e dalle sue conseguenze, rispetto al secondo, che ci viene incontro come grazia e nuova creazione. «Non temete nessuno», dice Gesù nel Vangelo di oggi, «non abbiate paura». Ma noi abbiamo paura, preferendo la paura familiare del peccato e della punizione allo stupore e alla meraviglia che accompagnano le altezze e le profondità, le lunghezze e le larghezze sconosciute dell’amore sconfinato di Dio.
Cosa potrebbe significare per noi quell’amore? Cosa potrebbe ancora chiederci? Meglio la paura che conosci che l’amore misterioso, totalizzante, ricreatore (il che significa prima di tutto decreare, annullare, richiedere una nuova nascita).
Geremia, nella prima lettura, è ancora una volta una «figura» di Cristo che anticipa nella sua esperienza ciò che Gesù avrebbe subito. Il Signore si dimostra un potente paladino, salvando Geremia dai suoi nemici. Dio, tuttavia, non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha consegnato per tutti noi. Ha quindi luogo il «salvataggio» più straordinario, la Risurrezione, che non è solo il ripristino della vita com’era prima, ma l’inizio di una nuova creazione. Il dono gratuito non è come la trasgressione. La vita risorta non è come la morte. La paura che così spesso ci attanaglia non è come lo stupore e la meraviglia che riempiono i discepoli quando incontrano il Signore risorto, intravedendo così la gloria dell’amore di Dio.
«Ogni capello del vostro capo è contato». Non è incredibile? È solo un’ulteriore indicazione dei criteri che prevalgono nel regno di Dio, un regno la cui unica legge è l’amore sconfinato di questo straordinario Amante per ciascuna delle sue creature.
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