Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

sabato 10 ottobre 2026

Settimana 29 Domenica (Anno A)

Letture: Isaia 25,6-10a; Salmo 22/23; Filippesi 4,12-14,19-20; Matteo 22,1-14

Le letture tracciano un bellissimo quadro dell’amore universale e smisurato di Dio. Ciò che Dio desidera è la salvezza di tutti gli uomini. La celebrazione di questo amore divino è descritta dal profeta Isaia come un meraviglioso banchetto: il vino più pregiato, il cibo più squisito, in abbondanza per tutti. Il salmo responsoriale è sulla stessa linea. Il Signore è il nostro pastore che si prende cura di noi, specialmente quando ci troviamo in luoghi bui, e che ha preparato un banchetto per noi. La bontà e la misericordia ci seguiranno tutti i giorni della nostra vita e poi, alla fine, abiteremo nella casa del Signore per sempre. La seconda lettura, tratta dalla lettera di Paolo ai Filippesi, ribadisce questo concetto: Dio soddisferà ogni vostro bisogno con la generosità che solo Lui può avere.

Generosa, smisurata, capace di soddisfare ogni bisogno, con doni inaspettati e non richiesti: così è la grazia di Dio nel suo amore per l’umanità.

Ma poi comincia a risuonare una nota stonata, un neo, una goccia amara che ci distrae dalle cose dolci che abbiamo ascoltato finora. Paolo dice che tale fiducia nella bontà di Dio gli permette di affrontare qualsiasi circostanza la vita gli riservi: povero o ricco, nella povertà o nell’abbondanza, egli può fare ogni cosa con l’aiuto di Colui che lo fortifica. È stato un bene, conclude, che abbiate condiviso le mie difficoltà. Perché è stato un bene? Per apprezzare il dono, a quanto pare, per renderci conto che anche nelle valli oscure il Signore è lì, non solo presente con noi, ma condivide quelle cose con noi e ci rafforza per superarle.

La parabola del Vangelo porta con sé un’oscurità e un’amarezza ancora più profonde. Ci sono alcuni che rifiuteranno di partecipare al grande banchetto che è stato preparato, ora descritto come il banchetto nuziale per il figlio di un re. Si allontanano, dando più valore ad altre cose piuttosto che a quel banchetto. La situazione degenera addirittura, con alcuni di loro che molestano e uccidono i servi del re. La sua rappresaglia è rapida e brutale. L’invito viene esteso a chiunque, buoni e cattivi indistintamente, così che la sala delle nozze si riempie di ospiti.


Potremmo fermarci qui e alcuni pensano che la parabola finisca qui. Sarebbe già abbastanza sconcertante. Che fine ha fatto l’amore universale e smisurato, il potere di Dio di allontanare ogni tristezza e ogni lutto, tutto ciò che potrebbe impedire a chiunque di partecipare con gioia al banchetto? Sembra che le persone siano libere di rifiutare, e che tragedia sarebbe. Non apprezzare il dono offerto, disdegnare la generosità di chi ti invita, fino al punto di usare violenza verso coloro che rinnovano l’invito: sembra quasi che il rifiuto debba essere consapevole, deliberato, ponderato, libero.


Ma potremmo anche continuare a leggere, ascoltando quella che è o la seconda parte della parabola, oppure una seconda parabola annessa alla prima. Si tratta di una persona invitata al banchetto nuziale che non indossa l’abito appropriato, e questa è la nota più strana di tutte in questo brano. Dovremmo forse andare in giro sempre vestiti con i nostri abiti migliori, nel caso in cui qualcuno, all’improvviso, ci inviti a un matrimonio? Immaginate le città e le campagne del mondo con tutti vestiti ogni giorno come per un matrimonio! Sarebbe uno spettacolo meraviglioso, una sorta di paradiso sartoriale, e terrebbe in attività gli stilisti di Milano e Parigi come mai prima d’ora.

Allora, di cosa si tratta? Può sembrare che ciò che fino a quel momento era incondizionato – l’amore universale e smisurato di Dio offerto a tutte le persone – sia improvvisamente diventato condizionato. C’è qualcosa che dobbiamo essere o fare per mantenere il nostro posto al banchetto. Sono invitati ricchi e poveri, buoni e cattivi, chiunque e tutti – quindi, cosa devono diventare o fare per assicurarsi il proprio posto?

Forse è semplicemente una parabola sulla prontezza, come altre nel Vangelo. Siate pronti. Siate attenti. Siate vigili. Non conoscete né il giorno né l’ora. Non dimenticate di avere olio nella vostra lampada, perché lo sposo sta arrivando a un’ora che non vi aspettate.

E cosa significa «avere olio nella lampada», indossare un «abito nuziale»? Isaia parla del Signore che ci toglie le vesti – il velo del lutto, il sudario che avvolge tutte le nazioni. Il Vangelo ora parla di un abito che dobbiamo indossare, il che deve riferirsi a ciò di cui parla San Paolo quando ci dice di «rivestirci di Cristo» (Romani 13,14; Galati 3,27). Indossare l’abito giusto significa seguire Cristo – specialmente sulla via della croce, come dice Paolo altrove nella Lettera ai Filippesi – e quindi riconoscere e apprezzare il dono che ci viene offerto nell’invito che abbiamo ricevuto.

L’uomo che viene scacciato non è quindi oggetto di una punizione arbitraria da parte di un dio tornato irascibile. È piuttosto la verità della situazione di quell’uomo, che non si è disposto ad apprezzare il dono per quello che è: un dono, offerto liberamente, generosamente e in modo stravagante. Da non dare per scontato e da non accettare senza gratitudine verso chi lo offre.

Sembra proprio così. Siamo tutti invitati al banchetto. Lo anticipiamo nella nostra celebrazione dell’Eucaristia. Ma dobbiamo fare ogni sforzo per predisporci correttamente. È semplicemente una questione di cortesia. Ma significa anche imparare ad apprezzare l’amore ricevuto, affinché a nostra volta possiamo diventare capaci di amare allo stesso modo: liberamente, generosamente, con grande generosità. Amarci gli uni gli altri come Gesù ha amato i suoi discepoli, e amare Lui, l’invito che il Padre ci rivolge, affinché siamo pronti a stare con Lui quando verrà il momento, con i cuori colmi di gratitudine e meraviglia.

Preghiamo affinché il Signore ci aiuti a rivestirci in questo modo e ad essere così pronti. L’invito è già stato lanciato e noi lo abbiamo ricevuto. Dimoreremo nella casa del Signore stesso, quando Dio avrà rimosso gli abiti che ostacolano la nostra gioia e ci consentirà di indossare l’unico abito che garantisce la nostra felicità eterna: l’Unigenito Figlio di Dio, Gesù Cristo.

Nessun commento:

Posta un commento