Letture: Geremia 18,1-6; Salmo 146; Matteo 13,47-53
C’è una certa ingenuità nella risposta dei discepoli alla domanda di Gesù: «Capite tutte queste cose?». «Sì», rispondono, e noi siamo portati a nutrire un certo dubbio. Forse, a un livello superficiale, l’insegnamento delle parabole è facilmente comprensibile. Ad esempio, la parabola rappresentata nella lettura di Geremia sembra abbastanza semplice: proprio come il vaso viene rimodellato nelle mani del vasaio, così il popolo è a disposizione del Signore, che può plasmarlo come meglio crede. L’analogia è chiara, ma sorgono immediatamente alcune domande: siamo inerti come l’argilla nelle mani di Dio? E che dire della libertà e della responsabilità umana? E se tutto è semplicemente a completa disposizione di Dio, perché le cose non vanno meglio di come vanno?
Lo stesso vale per la parabola di Gesù sulla rete che cattura ogni sorta di pesci. Almeno questa volta l’allegoria è qualificata dalla frase «così sarà alla fine dei tempi». Saranno gli angeli a compiere questo discernimento finale, sollevandoci dalla necessità di doverlo fare noi. Di certo ci solleva dalla necessità di doverlo fare ora: meglio preoccuparci della nostra salvezza, sperando in essa, piuttosto che cercare di dividere in anticipo il mondo tra buoni e cattivi.
Con la frammentazione dei gruppi nella Chiesa odierna, incentrata per lo più su discussioni riguardo alla Messa in latino e, dietro a ciò, su alcuni insegnamenti del Concilio Vaticano II, almeno tutti continuano a leggere le stesse Scritture. Quindi, qualunque sia la posizione in cui ci si trovi riguardo alle questioni controverse, sappiamo che siamo tutti nelle mani di Dio, a disposizione della Sua provvidenza, e che Dio sta realizzando il Suo disegno attraverso di noi e con noi, almeno in parte. Altre volte Dio sta realizzando il Suo disegno senza di noi e nonostante noi.
Chi è preparato per il regno dei cieli è come il padrone di casa che dal suo magazzino tira fuori cose sia nuove che vecchie. Forse è questa la frase da sottolineare oggi. Ai tempi di quelli che molti giovani ora considerano i «cattivi vecchi tempi» degli anni ’70, qualsiasi cosa nuova era considerata buona, o almeno le veniva concesso il beneficio del dubbio, mentre qualsiasi cosa vecchia era quantomeno sospetta, se non semplicemente superata. Ora, negli ambienti ecclesiastici, sembra che ci siamo spostati al polo opposto di quel pendolo: tutto ciò che è nuovo, cioè considerato presente solo a partire dagli anni ’60, è visto come negativo, mentre tutto ciò che è vecchio, cioè considerato precedente al Concilio Vaticano II, è visto come positivo. Naturalmente si tratta di una generalizzazione e ci sono molte precisazioni e sfumature da considerare. Ma, in linea di massima, sembra esserci del vero in questa osservazione.
Il maestro saggio – colui che è stato istruito nel regno dei cieli – tirerà fuori cose sia antiche che nuove. Almeno lui o lei non sarà vittima di alcun passato recente, che si tratti del periodo a partire dal 1960 o di quello a partire dal 1570 (che è ancora il passato recente nella lunga storia della Chiesa cattolica!). La rete pesca da duemila anni e alcuni dei pesci più importanti si trovano nel periodo biblico, nella Chiesa antica, nei periodi patristico e medievale, nell’età moderna. Il vaso è stato rimodellato più e più volte in base alle diverse situazioni, circostanze ed esigenze. Cercare di fissarlo una volta per tutte in un particolare insieme di espressioni culturali non è saggio. Che tali espressioni culturali provengano da prima del Concilio Vaticano II o da dopo non ha molta importanza: un simile desiderio è destinato a escludere gran parte del passato e gran parte del presente, chiudendo forse anche la porta al rinnovamento, alla creatività e all’innovazione futuri.
Siamo beati se il nostro aiuto è il Dio di Giacobbe. Siamo beati se continuiamo a sederci ai piedi del Maestro e impariamo da lui come far emergere cose sia antiche che nuove. Comprendiamo tutte queste cose? Sì e no. Da un certo punto di vista comprendiamo tutto, ma da un altro non comprendiamo praticamente nulla. La nostra salvezza è nel Signore, il Dio d’Israele e il Padre di Gesù, che sta plasmando le nostre vite secondo la sua volontà. L’occhio non ha visto né l’orecchio ha udito ciò che Dio ha in serbo per noi. Ma Dio sta realizzando il suo disegno attraverso la nostra libertà e la nostra lotta per comprendere, attraverso le nostre sofferenze e i nostri errori, persino attraverso i nostri peccati e soprattutto attraverso la nostra lotta per amare tutte le persone.
Nessun commento:
Posta un commento