Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

mercoledì 23 settembre 2026

Settimana 25 Mercoledì (Anno 2)

Letture: Proverbi 30,5-9; Salmo 119; Luca 9,1-6

Le letture parlano di due diversi tipi di fiducia in Dio. La lettura dai Proverbi chiede a Dio di disporre le circostanze in modo che io non debba affrontare le tentazioni derivanti dall’essere ricco o povero. Se sono ricco potrei dimenticare Dio, se sono povero potrei maledirlo. È un modo di confidare in Dio: credere che Egli sistemerà le cose in modo da proteggermi da tali tentazioni. Se è Lui a occuparsi delle circostanze, io riuscirò a cavarmela, vivrò bene.

L’altro tipo di fiducia emerge chiaramente dalla lettura del Vangelo. Ai Dodici viene «affidata» l’autorità e il potere di insegnare e guarire. Devono essere figli di Dio maturi, responsabili e capaci di prendere iniziative. Non devono più dipendere da Dio affinché Egli disponga per loro circostanze favorevoli. Piuttosto, confidano che Dio conceda loro una parte del Suo Spirito, in modo da poter affrontare adeguatamente qualsiasi circostanza incontrino.

Devono essere collaboratori, partecipando al ministero del Signore di insegnamento, guarigione ed espulsione dei demoni. Non hanno la garanzia di circostanze favorevoli. La loro dipendenza e fiducia in Dio sono più profonde. Sono interiori piuttosto che esteriori, riguardano ciò che stanno diventando nei loro cuori e nelle loro menti piuttosto che le situazioni e le relazioni esterne in cui si trovano.

San Paolo parla molto bene di questo secondo tipo di fiducia nella sua lettera ai Filippesi: «Ho imparato ad essere contento in qualunque situazione mi trovi. So vivere nella povertà e so vivere nell’abbondanza; in ogni circostanza ho imparato il segreto di affrontare l’abbondanza e la fame, la ricchezza e la povertà. Posso fare ogni cosa in Colui che mi dà la forza» (4,11-13).

lunedì 21 settembre 2026

San Matteo - 21 settembre

Letture: Efesini 4,1-7, 11-13; Salmo 18; Matteo 9,9-13

Nel 2021 i Domenicani hanno celebrato gli 800 anni dalla morte di San Domenico, avvenuta il 6 agosto, festa della Trasfigurazione, nell’anno 1221. Il tema scelto per questo anno giubilare è stato «A tavola con san Domenico», tratto dalla primissima raffigurazione di Domenico, detta «tavola di Mascarella», un dipinto su un tavolo da refettorio realizzato pochi anni dopo la canonizzazione di Domenico nel 1234. L’opera raffigura Domenico seduto a tavola con altri quarantotto frati ed è piuttosto unica tra le icone dei santi medievali.

Il dipinto si presta ad alcune utili interpretazioni: Domenico non è rappresentato come un santo esaltato su un piedistallo, ma come un fratello tra i suoi fratelli; l’esperienza di essere «a tavola» con gli altri è un tema ricco di spunti di riflessione, così come lo è la varietà delle tavole alle quali ci sediamo con lui: la tavola della fraternità, della Parola, dello studio, del governo e così via.

Sedersi a tavola con un altro significa avere un rapporto intimo con lui, far parte della sua cerchia, essere invitati a unirsi a lui, alla sua famiglia e ai suoi compagni in amicizia e comunione. È il nostro modo normale di suggellare e celebrare l’amicizia, l’amore e il matrimonio, le alleanze e le riunioni, le conferenze e le trattative: sederci insieme per un pasto.

Da qui la forte reazione dei farisei al fatto che Gesù si sedesse a tavola con pubblicani e peccatori. Egli aveva appena chiamato Matteo, uno di quei pubblicani, a diventare suo discepolo e questi sarebbe poi diventato uno dei quattro evangelisti. Alla fine, Matteo descriverà un altro tipo di transazione e si occuperà di un altro tipo di amministrazione: l’economia della salvezza attuata da Gesù e gli inizi della Chiesa.

Sedersi a tavola con esattori delle tasse e peccatori significa condividere con loro un’intimità. Significa dire al mondo: «Apparteniamo gli uni agli altri», «siamo in relazione», «c’è pace e comunione tra di noi». È questo che sconvolge i farisei. La risposta di Gesù nei loro confronti è ben nota: non sono i sani ad aver bisogno del medico, ma i malati; ciò che il Padre vuole è misericordia, non sacrificio; amore e compassione verso gli esseri umani, qualunque siano le loro circostanze, e non osservanze religiose.

Siamo tutti chiamati a sederci a tavola con Gesù, chiamati all’Eucaristia. È la tavola della Parola di Dio e la tavola alla quale siamo nutriti del Corpo e del Sangue di Cristo. Tra di noi regnano intimità e pace, comunione in una vita condivisa. Nessuno è degno di questo invito, naturalmente, eppure l’invito è rivolto a tutti.

Paolo parla di questa chiamata nella prima lettura e ci indica la tavola celeste, la tavola della Santissima Trinità, così splendidamente rappresentata nella famosa icona della Trinità di Rublev. La tavola della Santissima Trinità è la nostra destinazione finale. Possiamo leggere la Trinità nelle frasi che Paolo usa: c’è un solo Dio che è sopra ogni cosa, attraverso ogni cosa e in ogni cosa, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo, che opera per edificare il corpo di Cristo nel mondo, la Chiesa, attraverso i doni che elargisce a coloro che credono in lui.

Siamo già seduti a questa mensa quando partecipiamo all’Eucaristia, il sacrificio del Figlio. Lì Egli dona la propria vita affinché i pubblicani e i peccatori, ma anche i farisei, possano crescere nella conoscenza di Dio e nella somiglianza con Colui che li nutre, l’«uomo perfetto», Cristo. Egli è il Fratello tra fratelli e sorelle, che condivide l’amore del Padre con tutti coloro che si uniscono a Lui alla Sua tavola. Uniamoci a Lui lì oggi e lasciamoci rafforzare nella chiamata che abbiamo ricevuto.

domenica 20 settembre 2026

Settimana 25 Domenica (Anno A)

Letture: Isaia 55,6-9; Salmo 145; Filippesi 1,20-24, 27; Matteo 20,1-16

Mentre l’umanità diventa sempre più avanzata dal punto di vista tecnologico, scientifico, delle comunicazioni e così via, a volte sembra che rimanga moralmente e spiritualmente ferma a uno stadio infantile di sviluppo. Quando osserviamo l’attuale livello del dibattito politico, l’assenza di leader validi, la crescente influenza delle emozioni umane più elementari – avidità, invidia, paura, rivalità – e il modo in cui i leader che abbiamo fanno appello a esse, può sembrare che stiamo vivendo in una sorta di «Il signore delle mosche», solo che con computer, droni e armi nucleari. Abbiamo buoni motivi per essere apprensivi e timorosi – il che alimenta ulteriormente il modo in cui la politica viene condotta al giorno d’oggi.

La reazione istintiva alla parabola odierna – secondo cui chi ha lavorato tutto il giorno dovrebbe ricevere più di chi ha lavorato solo l’ultima ora, oppure che questi ultimi dovrebbero ricevere meno – deriva proprio da quel livello elementare di comprensione e di sentimento. Sentiremo che in questo c’è una sorta di giustizia. La decisione del proprietario terriero di pagare tutti allo stesso modo sembra una concezione dell’uguaglianza troppo semplicistica, troppo univocamente matematica. O forse siamo noi a voler applicare una concezione troppo univocamente matematica: stessa paga per lo stesso lavoro, più paga per più lavoro, meno paga per meno lavoro. In quale altro modo si possono fare le cose in modo equo?

Una difficoltà in questo senso – come sottolinea il proprietario terriero – è che non lascia spazio alla generosità; ma il vantaggio di tale esclusione è che non lascia spazio nemmeno all’invidia e potrebbe quindi scongiurare almeno alcune delle ragioni per cui gli esseri umani sono così violenti. Tutto è chiaro quando si tratta di Xa per X1, Xb per X2, ecc. Il proprietario terriero è forse un capitalista paternalistico, desideroso di mettersi in mostra in qualche modo, di ostentare la propria ricchezza, di seminare divisione, di provocare invidia, di mantenere divisi i lavoratori del mondo?

Come può esserci spazio per la generosità e il dono – per la grazia – laddove un certo tipo di matematica ferrea determina come debba essere intesa l’«uguaglianza»? Come onorare la diversità e allo stesso tempo rispettare l’uguaglianza? Come lasciare spazio alle esigenze della fraternità accanto a quelle dell’uguaglianza?

I bisogni degli esseri umani sono fondamentalmente gli stessi e, sotto aspetti importanti, diversi. Possiamo immaginare che il proprietario del terreno stia applicando il criterio – noto nel cristianesimo primitivo e nelle comunità monastiche – «da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni»? Oppure un simile ideale sarà sempre sovvertito dalle emozioni più meschine, specialmente dall’invidia, che lo vedrà sempre come una sorta di ingiustizia, una sorta di discriminazione? E in effetti lo è, a favore del soddisfacimento dei bisogni umani.

Mettendo a confronto la prima lettura di Isaia 55 con la parabola, siamo incoraggiati a interpretarla in questo senso: il proprietario terriero è «Dio», le sue vie e i suoi pensieri non sono le nostre vie e i nostri pensieri. Perché essere invidiosi (arrabbiati, gelosi, risentiti… sessisti, razzisti, ecc.) solo perché Dio è generoso (anche nella sua creatività, spontaneità, libertà, nel suo gioire della differenza, della varietà e della molteplicità, ecc.)?

Il Signore è vicino a tutti coloro che lo invocano, dice il salmo, pronto a farsi trovare. Ma quanto siamo pronti a vivere nel suo regno? Il “primo Adamo” che è in noi è ancora così potente – e lo vediamo nelle passioni infantili che determinano gran parte del comportamento umano – da non permetterci nemmeno di iniziare a comprendere i pensieri e le vie della generosità e della grazia? Di quale nuovo modo di vedere, di quale nuovo modo di pensare abbiamo bisogno per comprendere l’economia di quel regno, il valore di ogni persona, sia che ciò giunga alla nostra attenzione nella luce dell’alba del giorno di quel regno, sia che avvenga alla sera, quando il momento del giudizio si è avvicinato?

lunedì 14 settembre 2026

Beata Vergine Maria Addolorata - 15 settembre

Letture: Ebrei 5.7-9; Salmo 30; Giovanni 19,25-27

Insieme alle letture delle Scritture, la liturgia della Chiesa per oggi propone anche la sequenza, il famoso Stabat mater dolorosa, così splendidamente musicato da molti grandi compositori, più recentemente dal compositore scozzese James Macmillan.

Come può una tale bellezza – pensiamo anche alla versione di Pergolesi dello Stabat mater – essere costruita su fondamenta così poco promettenti? Si tratta di dolore e perdita, tristezza e abbandono. Non sono cose che cerchiamo o che proviamo a provocare. Costituiscono una sofferenza che, nel suo significato letterale, si riferisce a ciò che ci capita, a ciò che ci viene imposto, a ciò che possiamo solo accettare o contestare.

In un'altra opera d'arte potente e bellissima, la lettera scritta da Oscar Wilde dalla prigione intitolata De profundis, egli spiega di essere giunto a considerare la sofferenza come una rivelazione. Le sue parole al riguardo sono davvero straordinarie. I sacerdoti arrivano a descrivere la sofferenza come un mistero. Ma è una rivelazione. Troviamo Oscar Wilde che ripete, inconsciamente a quanto pare, le parole di Simeone, secondo cui attraverso la sofferenza di Gesù e Maria i pensieri segreti di molti vengono svelati. "Nella sofferenza", dice Wilde, "si discernono cose che non si erano mai discernute prima. Ci si avvicina all'intera storia da un punto di vista diverso. Il dolore è l'emozione suprema di cui l'uomo è capace, è semplicemente vero e non indossa alcuna maschera".

"Non c'è verità paragonabile al dolore", continua Oscar Wilde, "ci sono momenti in cui il dolore mi sembra l'unica verità. Altre cose possono essere illusioni degli occhi o dell'appetito, create per accecare gli uni e stuzzicare gli altri, ma è dal dolore che sono stati costruiti i mondi, e alla nascita di un bambino o di una stella c'è dolore». «Il segreto della vita è la sofferenza», conclude.

Il sacerdote che propone la sofferenza come un mistero potrebbe usare le stesse parole - il segreto della vita è la sofferenza - e poi sforzarsi di mostrare come la sofferenza e l'amore vadano di pari passo. Ma l'uomo o la donna sofferenti che hanno assaporato il dolore fino in fondo possono pronunciare queste parole con autorità: l'uomo o la donna sofferenti che hanno avuto questa rivelazione possono dire con autorità: il segreto della vita è la sofferenza.

Ancora Oscar Wilde: "Ora mi sembra che un qualche tipo di amore sia l'unica spiegazione possibile della straordinaria quantità di sofferenza che c'è nel mondo. Non riesco a concepire nessun'altra spiegazione. Sono convinto che non ce ne sia un'altra e che se il mondo è stato davvero... costruito dal dolore, è stato costruito dalle mani dell'amore, perché in nessun altro modo l'anima dell'uomo, per cui il mondo è stato creato, avrebbe potuto raggiungere la piena statura della sua perfezione». In nessun altro modo se non attraverso la sofferenza l'anima dell'uomo, per cui il mondo è stato creato, avrebbe potuto raggiungere la piena statura della sua perfezione. Quindi il dolore deve essere opera dell'amore, e anche Gesù, sebbene fosse Figlio, come leggiamo nella Lettera agli Ebrei, imparò l'obbedienza attraverso la sofferenza e, essendo stato reso perfetto, divenne per tutti coloro che gli obbediscono fonte di salvezza eterna.

Questa omelia è stata in gran parte pronunciata da Oscar Wilde, parlando de profundis, dal profondo del dolore, della sofferenza, della perdita e dell'abbandono. È meglio citarlo piuttosto che ripetere frasi banali e trite sul mistero della sofferenza. Egli parla di ciò che essa gli ha rivelato. E questo si unisce immediatamente al dolore di Maria ai piedi della Croce e al dolore di Gesù nel giardino e sulla Croce.

La nostra celebrazione eucaristica di oggi, in cui meditiamo sul dolore e sulla tristezza di Maria, potrebbe essere seguita, più tardi, dall'ascolto dello Stabat mater di Pergolesi o di Macmillan, o dalla lettura del De profundis di Oscar Wilde, e così facendo pregando Dio per tutti coloro che oggi sono chiamati a realizzare la rivelazione che si nasconde nella sofferenza.

domenica 13 settembre 2026

Esaltazione della Santa Croce - 14 settembre

Letture: Numeri 21,4-9; Salmo 77 (78); Filippesi 2,6-11; Giovanni 3,13-17

Con una sola eccezione, ogni volta che la Bibbia fa riferimento a un figlio unico, è in relazione alla morte del bambino (l'eccezione è Proverbi 4,3). Nel Libro dei Giudici, ad esempio, leggiamo di Jefte, un giudice che fece un voto sciocco. Se il Signore lo avesse aiutato in una particolare campagna, avrebbe sacrificato il primo essere vivente che avrebbe incontrato al suo ritorno a casa. Con suo grande sgomento, questo si rivelò essere sua figlia, che era la sua unica figlia (Giudici 11,34). 

 I profeti parlano della particolare tristezza che comporta il lutto per un figlio unico (Geremia 6,26 e Amos 8,10). Zaccaria, in particolare, parla di un tempo in cui uno spirito di supplica sarà riversato sugli abitanti di Gerusalemme e una fonte sarà aperta per purificarli. Quando «guarderanno colui che hanno trafitto», dice, «lo piangeranno come si piange un figlio unico e lo compiangeranno amaramente, come si compiange un primogenito» (Zaccaria 12,10; 13,1).

Questo senso di speciale tristezza continua nel Nuovo Testamento, in particolare nel Vangelo di Luca, che nota che tre dei bambini riportati in vita da Gesù erano figli unici dei loro genitori: il figlio della vedova di Nain (capitolo 7), la figlia di Giairo (capitolo 8) e il figlio del maestro (capitolo 9).

Il più importante tra i figli unici dell'Antico Testamento è Isacco. Egli era il figlio miracolosamente donato ad Abramo e Sara nella loro vecchiaia. Le promesse fatte ad Abramo, attraverso di lui agli Ebrei e attraverso di loro al mondo intero, poggiavano su Isacco. Stranamente, Dio chiede ad Abramo di sacrificare Isacco (Genesi 22). Egli deve prendere Isacco, «tuo figlio, il tuo unico figlio, che ami», e offrirlo in olocausto a Dio. Isacco stesso porta la legna per il sacrificio, anche se non sa chi sarà la vittima. All'ultimo momento Dio interviene, soddisfatto che Abramo abbia superato la prova, e al posto del ragazzo viene offerto un montone.

Il popolo ebraico credeva che il Messia promesso sarebbe stato suscitato da Dio come ricompensa per la fede dimostrata da Abramo in quell'occasione. È a questo che pensa San Paolo quando dice che «Dio non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (Romani 8,32). Ha risparmiato il figlio di Abramo, ma non ha risparmiato il proprio Figlio.

I riferimenti più importanti a un figlio unico nelle Scritture cristiane sono quei passaggi negli scritti di Giovanni in cui Gesù è descritto come l'unico figlio del Padre. Tenere a mente la storia di Abramo e Isacco ci aiuta a capire cosa sta succedendo tra il Padre e Gesù.

Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo unico figlio, ci viene detto, affinché chiunque crede nel suo nome possa essere salvato attraverso di lui (Giovanni 3,16-18). La prima lettera di Giovanni dichiara famigeratamente che «Dio è amore». Lo sappiamo perché «Dio ha mandato il suo unico figlio nel mondo affinché noi potessimo vivere attraverso di lui» (1 Giovanni 4,9). Le promesse fatte inizialmente ad Abramo si realizzano in modi che vanno oltre qualsiasi cosa il vecchio padre Abramo avrebbe potuto immaginare. Proprio come Isacco portò la legna per il sacrificio, così Gesù prende la croce sulle sue spalle (Giovanni 19,17).

La profezia di Zaccaria si compie nel momento della morte di Cristo. Il suo costato è trafitto da una lancia. Gli abitanti di Gerusalemme guardano colui che hanno trafitto (Giovanni 19,37). La fonte aperta nel cuore di Gerusalemme è il sangue e l'acqua che sgorgano dal costato di Cristo. Giovanni ci dice che la gloria di Gesù è la gloria «dell'unico figlio di un padre» (Giovanni 1,14) . Ciò significa morte, la morte di un figlio amato, molto probabilmente una morte sacrificale.

Sembra strano che dobbiamo guardare alla croce di Gesù per vedere la sua divinità. Quale gloria c'è in quest'uomo che muore senza bellezza, «dal quale gli altri nascondono il volto» (Isaia 53,3)? Pensiamo di sapere cosa sia Dio, cosa sia appropriato per Dio e cosa non lo sia. Così trasferiamo la "gloria" ad un altro momento della storia. Non riusciamo a vederla nella croce. Ma nessuno ha mai visto Dio, ci dice Giovanni, quindi come possiamo essere così sicuri di ciò che è o non è appropriato per Dio? "È Dio, l'unico Figlio, che è vicino al cuore del Padre, che lo ha fatto conoscere" (Giovanni 1,18).

È nella morte di Gesù che Dio si rivela, perché è nella sua morte che l'amore che è Dio, l'amore di un Padre e del suo unico Figlio, viene finalmente rivelato al mondo.

sabato 12 settembre 2026

Settimana 24 Domenica (Anno A)


Le letture di questa domenica costituiscono come una sfida per due perle della saggezza popolare. La prima perla sostiene che una persona che ha avuto una particolare esperienza negativa sarà automaticamente empatica e comprensiva verso un'altra persona che ha un'esperienza simile. Molta cura pastorale e tanto supporto terapeutico operano su questa base e ciò sembra ragionevole. Ci aspettiamo che coloro che abbiano sperimentato una particolare perdita o ansia siano più portati ad aiutare gli altri a subire quella perdita o percepire quell'ansia.

Ma il servo della parabola evangelica non ha compassione dell'uomo che gli deve dei soldi anche se il proprio creditore lo aveva appena liberato da un debito molto più grande. La sua azione è sorprendente per coloro che osservano la scena ed è sorprendente per noi, fino al punto che potremmo benissimo restare indifferenti di fronte alla tortura cui è sottoposto alla fine. Potremmo persino trovare gioia in quella tortura e dire 'è degna di lui'.

E qui è la meravigliosa trappola posta da questa parabola, perché ci ritroviamo a comportarci come lui. Chi è lui se non il personaggio di una storia che ha un debito immaginario e chi siamo noi, se non i veri peccatori che sono stati liberati da Dio da un debito reale, la conseguenza dei nostri peccati? Potremmo immaginare che il servo malvagio sotto tortura si volti, guardi verso di noi con gli occhi arrossati e dica: "Pensi di essere diverso da me? Chi di voi, pur essendo stato sciolto da Dio dal debito dei propri peccati, non ha a volte rifiutato di perdonare gli altri, non ha dato tormenti e dolore, non ha usato ogni strategia per farla franca mentre chiedeva conto agli altri severamente del loro operato?'

L'altra perla di saggezza popolare cui le letture lanciano una sfida è che gli esseri umani progrediscono perdonando e dimenticando. Anche questa perla sembra ragionevole, e questi sono i consigli spesso dati a persone che non riescono a lasciarsi alle spalle un'esperienza triste o un tradimento doloroso: "Cerca di perdonare e dimenticare, devi andare avanti e non permettere che questa cosa continui ad avvelenare la tua vita". Ma le letture oggi ci dicono che il perdono è possibile non dimenticando il passato, ma ricordandolo, ricordando di più il passato, ricordando la nostra situazione attuale e ricordando il nostro futuro destino. Se la saggezza popolare dice "perdona e dimentica", la saggezza biblica, arrivando al suo culmine in Cristo, dice "ricorda e così impara il perdono".

I compagni del servo malvagio sono stupiti che egli possa dimenticare così rapidamente la misericordia che gli era stata mostrata. Se tu o io abbiamo difficoltà a perdonare qualcuno, allora possiamo cominciare da qui, ricordando le volte in cui siamo stati perdonati. La prima lettura, dal Libro del Siracide, inizia il suo insegnamento sul perdono a partire da questo punto. Non è ragionevole aspettarti perdono e misericordia se tu non sei disposto a mostrarli. È assurdo continuare a chiedere la misericordia di Dio se non sei disposto ad avere pietà per gli altri. Dobbiamo ricordarci almeno questo.

Ma ci sono altre cose che dobbiamo ricordare mentre cerchiamo di perdonare. Ricorda la fine della tua vita, dice il Siracide, ricorda la distruzione e la morte. Come potrai guardare indietro, possiamo immaginare che dica, se non sei stato in grado di trovare un modo per perdonare. Forse ci ricorda anche il giudizio, il fatto che ognuno di noi deve rendere conto di sé a Dio e dove saremo allora, ansiosi di essere perdonati, ma non comprendendo ciò che il perdono significa perché non lo abbiamo praticato.

Ricorda i comandamenti, continua il Siracide, e ricorda l'alleanza dell'Altissimo. "Fate questo in memoria di me", dice Gesù nell'ultima cena. Ricorda l'alleanza dell'Altissimo, la nuova ed eterna alleanza, sigillata non da un servo crudele (fittizio) sotto tortura, ma dal Figlio (reale) di Dio inchiodato alla croce. Se vuoi imparare il perdono ricorda come il cuore umano della Parola Eterna fu trafitto. Ricorda come quel sangue ha tirato giù le pareti dell'ostilità tra le persone e ha consolidato la pace. Non è una questione di perdono e dimenticanza. È questione di memoria, di ricordare molte cose, e così imparare ciò che significa il perdono.

Coloro che credono in Gesù devono essere ambasciatori del perdono nel mondo e messaggeri di riconciliazione. Ma il perdono non è facile da realizzare e la capacità di perdonare non è una cosa che si raggiunge intenzionalmente. Non importa quanto potente possiamo considerare la nostra forza di volontà, non possiamo forzarci nel perdono. Alla fine è un dono di Dio come Alexander Pope intimò nel suo famoso commento che "errare è umano, perdonare divino". Forse non si tratta di qualcosa che facciamo, ma di qualcosa che ci troviamo capaci di sperimentare, frutto dello Spirito Santo in noi, segno della vita di Cristo in noi, partecipazione alla natura divina, un modo di relazionarci con gli altri nei quali ritroviamo noi stessi (per grazia di Dio) diventando compassionevoli come è compassionevole il Padre celeste .


Settimana 23 Sabato (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 10,14-22; Salmo 115; Luca 6,43-49

È chiaramente un criterio saggio, proveniente da Cristo stesso, quello secondo cui è dai frutti che si riconoscono il carattere e la qualità di un albero. Quando si tratta di discernere affermazioni e attività spirituali e religiose, è uno dei criteri più pratici e utili che possiamo utilizzare. L’unica difficoltà è che opera post factum. In altre parole, dobbiamo aspettare e osservare come agiscono le persone per poter giudicare il significato delle loro parole e il carattere e la qualità dei loro cuori.

Nel frattempo, mentre aspettiamo di osservare e discernere, potrebbero essere stati causati molti danni. È stato così nei casi di abuso: finché le azioni di una persona non vengono alla luce, gli autori degli abusi possono continuare a produrre frutti cattivi, avvelenando la vita delle persone, a volte di molte altre persone. Una volta che le loro azioni vengono alla luce, allora è possibile intervenire e impedire loro di causare ulteriori danni.

A volte, però, la reputazione di santità o di ortodossia dottrinale di cui godono alcune persone – o altri criteri che potremmo utilizzare – confonde le situazioni e impedisce alle persone di credere che ciò che sentono dire sul loro comportamento possa essere vero. Alcune situazioni, specialmente quelle che vengono definite «abusi spirituali», sorgono quando i leader o i maestri sono considerati, da loro stessi o dai loro seguaci, come delle figure simili a guru e al di sopra delle normali regole morali. Ciò può riguardare la sessualità, l’autorità o i beni materiali: le tre aree della vita a cui si riferiscono i voti religiosi.

Gesù cambia l’immagine degli alberi che portano frutto in quella di edifici costruiti sulla roccia. Questo sembra affidabile fin dall’inizio: se sappiamo che le fondamenta della vita spirituale e morale di una persona sono vere e buone, possiamo essere certi che le sue parole saranno coerenti e le sue azioni degne di fiducia.

Ma i rischi della vita permangono e le incertezze continueranno a sorgere. Paolo, nella prima lettura, affronta proprio una simile ambiguità nella Chiesa primitiva. Se gli idoli non sono nulla, ha importanza se ho a che fare con il loro «culto» o meno? Una versione contemporanea della domanda è questa: se pratico esercizi di yoga, sto adorando un falso dio? La maggior parte delle persone direbbe: «Non essere assurdo, certo che no». Ma alcuni cristiani, e forse anche altri, si preoccupano e credono che tale culto sia implicito nella pratica dello yoga, che lo si pensi o meno.

Come dobbiamo rispondere? Se un insegnante di yoga si comporta in modo immorale con i propri allievi, è un’altra cosa e la situazione è chiara. Se la pratica è finalizzata alla salute fisica e mentale, qual è il problema, anche se in alcune parti del mondo lo yoga continua a essere utilizzato nei riti religiosi?

La sfida che ci viene lanciata dalle letture di oggi è quella di garantire la coerenza tra cuore, labbra e mani, tra pensieri, parole e azioni. Il punto di partenza è chiaramente rappresentato dai pensieri: cercare di avere la mente di Cristo, conoscere il tesoro a cui è rivolto il nostro cuore, costruire la nostra casa su quel desiderio. Se parliamo e agiamo in modo coerente con quel fondamento nei nostri cuori e nelle nostre menti, allora siamo, per grazia di Dio, alberi buoni che producono frutti buoni.

venerdì 11 settembre 2026

Settimana 23 Venerdi (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 9,16-19, 22-27; Salmo 83; Luca 6,39-42

Per vedere chiaramente sono quindi necessari due passi. Il primo è accettare che nel mio occhio ci sia una trave che mi impedisce di vedere chiaramente. Questo potrebbe non essere ovvio e potrebbe essere difficile da accettare per me. Il secondo è fare tutto il necessario per rimuovere tale trave, in modo da poter vedere chiaramente.

Cosa mi convincerà che c’è una trave che distorce la mia visione? Il fatto che altre persone me lo facciano notare non basterà di per sé. Posso facilmente trovare delle motivazioni per le loro critiche (a meno che il commento non provenga da un amico che sappiamo amarci davvero). Forse le persone sono mosse dall’invidia, o da qualche manovra politica da parte loro. In ogni caso, non sono forse soggetti allo stesso obbligo, ovvero quello di togliere dal proprio occhio qualsiasi trave che possa distorcere il modo in cui mi vedono?

Allora, cosa mi convincerà? Sembra che io debba sbattere contro un muro o cadere in una buca prima di accettare che ci sia un problema con la mia vista. In senso figurato, ovviamente, a livello spirituale. Fisicamente ci sono molti altri modi in cui ci rendiamo conto dei problemi alla vista.

Ma nel modo in cui vediamo gli altri, nel modo in cui vediamo la vita, nel modo in cui vediamo le cose in generale, nel mondo e nella Chiesa – per quel tipo di visione dobbiamo essere risvegliati in qualche modo se una trave sta distorcendo la nostra visione. E chi può farlo per noi in un modo che noi accetteremo? Abbiamo bisogno di un discepolo pienamente formato che ci indichi la via e forse spesso è proprio così che accade. Siamo con le spalle al muro, o bloccati in una buca, e cerchiamo aiuto. Il muro e la buca sono disposti dalla provvidenza di Dio, e lo stesso vale per il discepolo ben preparato, se mai ne incontrassimo uno. Potremmo chiederci, a ragione, se esista una persona del genere oltre al Maestro stesso, Gesù, il nostro unico Maestro.

Supponiamo di essere giunti, in qualunque modo, al punto di accettare di avere il problema della trave nell’occhio. Dobbiamo quindi affrontare la seconda fase per ottenere una visione chiara, ovvero rimuovere la trave che ci ostacola dall’occhio. Mentre la prima fase è una questione di conoscenza e comprensione, questa seconda fase è una questione di desiderio e volontà. Non solo intelligenza o intuizione, ma virtù e iniziativa. Se ho bisogno soprattutto di docilità per accettare la prima fase della guarigione, ho bisogno soprattutto di umiltà per accettare la seconda fase.

Ecco perché le storie evangeliche sulla cecità sono così numerose e così pertinenti. Non è poi così male sapere di essere ciechi, dice Gesù nel Vangelo di Giovanni, ma è molto peggio pensare di poter vedere quando non si vede (Giovanni 9,39-41). L’occhio è la lampada del corpo, dice altrove, ma se quella lampada è nelle tenebre, allora si è completamente ciechi (Luca 11,34).

Riflettiamo su questi due passi verso una visione chiara. Chiediamo a Dio di aiutarci a renderci conto e ad accettare i modi in cui siamo ciechi. E poi di donarci la grazia e le virtù di cui abbiamo bisogno per rimuovere le travi che distorcono la nostra visione, affinché possiamo vedere chiaramente ciò che c’è.

giovedì 10 settembre 2026

Settimana 23 Giovedì (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 8:1-7, 11-13; Salmo 139; Luca 6:27-38

Secondo San Paolo, la conoscenza “si espande” e comporta il pericolo di diventare egoista ed escludente. La conoscenza ci gonfia la testa. È sicura, assertiva e dominante. L'amore invece “costruisce”, non si limita a espandere ma include, non dimentica l'altro e i suoi bisogni. L'amore apre i nostri cuori e ci rende sensibili all'impatto della nostra conoscenza sugli altri.

La misura di queste espansioni e costruzioni, ci dice la lettura del Vangelo di oggi, è una misura che impariamo da Dio. Dobbiamo essere compassionevoli come Dio è compassionevole, misericordiosi come Dio è misericordioso. Siamo chiamati, quindi, a vivere in un luogo molto spazioso, a vivere nelle dimensioni (infinite) della compassione divina.

La conoscenza è conoscenza e potrebbe rimanere semplicemente conoscenza: esperta, abile, sicura. L'amore invece include la conoscenza, la abbraccia e la trasforma. Perché anche l'amore conosce, comprende ed è saggio. La conoscenza dell'amore sarà più rischiosa di quanto non lo sia la semplice conoscenza (abilità, competenza), perché la conoscenza dell'amore è più una questione di essere conosciuti che di sapere. L'amore è in primo luogo, e fondamentalmente, una questione di essere conosciuti piuttosto che di sapere: Se uno ama Dio, è conosciuto da Dio”.

Con la conoscenza prendiamo il mondo dentro di noi e impariamo a dominarlo e controllarlo. Con l'amore ci avventuriamo nel mondo per assaggiarlo, per imparare non tanto a dominarlo quanto a vivere con gioia in esso. La ricerca della conoscenza è un tipo di avventura: diventiamo padroni del nostro universo. La ricerca dell'amore è un tipo di avventura molto diverso: entriamo nell'universo di Dio e cerchiamo di viverci secondo gli standard di Dio. La conoscenza può anche progredire senza l'amore, ma l'amore non può non includere anche la conoscenza.

Giuliano di Norwich dice che “con l'amore si può ottenere e trattenere, ma con il pensiero mai”. Con l'amore arriviamo a conoscere non solo Dio e noi stessi, ma anche il mondo di Dio, i principi che lo governano e gli altri che Dio ama.

mercoledì 9 settembre 2026

Settimana 23 Mercoledì (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 7:25-31; Salmo 45; Luca 6:20-26

Un modo comune di insegnare la morale nel mondo antico è quello di parlare di “due vie”, una che porta al successo e alla felicità, l'altra al disastro e alla delusione. È usato anche nella Bibbia, che parla di una via che porta benedizione e conduce alla vita e di una via che porta maledizione e conduce alla morte. Una è la via stretta di cui parla Gesù, che porta alla vita, e l'altra è la via larga, che porta alla morte. Riporre la propria fiducia nella carne e in ciò che il mondo può offrire è una via che porta alla morte, dice il profeta Geremia. Significa vivere, prima o poi, in una terra arida. Riporre la propria fiducia nel Signore significa essere come un albero piantato vicino all'acqua vitale, capace di inviare i suoi germogli all'acqua per trovare nutrimento. Un tale albero fiorisce e porta frutto.

La forma delle beatitudini del Vangelo di Luca segue questo schema delle “due vie”. Gesù dice che sono beati coloro che sono poveri e affamati, che piangono e sono rifiutati. Quelli che sono ricchi e ben nutriti, che ridono e sono ben visti, sono in difficoltà. I veri profeti hanno sperimentato la prima, mentre i falsi profeti hanno sperimentato la seconda. Le persone che sperimentano la prima sono obbligate a riporre la loro fiducia in Dio e quindi sono come alberi piantati vicino all'acqua vivificante. Le persone che sperimentano la seconda trovano il loro senso e significato nel mondo e si ritrovano, prima o poi, a vivere in una terra arida. Arriverà qualcuno più bello, o più ricco, o più influente, o più giovane... ma la persona saggia trova il senso e il significato della propria vita in un luogo più profondo, dove si trova l'acqua divina.

Il paradosso espresso nelle beatitudini e nei dolori di Luca 6 si realizza in modo più drammatico nel mistero pasquale di Cristo. Egli è il seme seminato nel terreno. Ma il terreno in cui è stato seminato viene innaffiato da una fonte divina, in modo da fargli riprendere vita, una vita più abbondante e più gloriosa. Così, quando parla dei poveri e degli affamati, di coloro che piangono e sono perseguitati, parla di se stesso. E conosce il senso e il significato che la vita umana contiene quando rimane in contatto con l'acqua divina, sbocciando (anche se in modo nascosto) e portando frutto (frutto che durerà).

lunedì 7 settembre 2026

NATIVITÀ DELLA BEATA VERGINE MARIA – 08 SETTEMBRE

Letture: Michea 5,1-4a OPPURE Romani 8,28-30; Salmo 12/13; Matteo 1,1-16,18-23

Chi credi di essere? è un popolare programma televisivo. È stato trasmesso per la prima volta dalla BBC quasi vent'anni fa e successivamente ripreso da canali televisivi di molti paesi. Risponde a un desiderio profondo e universale degli esseri umani, quello di conoscere qualcosa dei propri antenati. La mia identità deriva in gran parte dalle generazioni che mi hanno generato, ed è naturale che io sia curioso di conoscerle. Sulla lapide del poeta irlandese Seán Ó Ríordáin sono incise le parole "Níl ionam ach ball de chorp san mo shinsir", "tutto ciò che sono è parte di quel corpo che è il mio popolo".

Quando si va alla scoperta non si sa mai cosa si troverà, e questo fa parte del fascino del programma televisivo. Probabilmente nella storia della mia famiglia ci saranno santi e furfanti, lacune sospette, apparizioni e sparizioni inspiegabili, forse uno o due personaggi famosi (o famigerati). I momenti più memorabili dei programmi sono quelli che generano sorpresa o tristezza, forse profondo sgomento o grande gioia.

Oggi la Chiesa celebra il compleanno della Beata Vergine Maria, madre di Gesù Cristo. Lo fa leggendo la sua genealogia così come è riportata nel Vangelo di Matteo. Ci sono personaggi famosi, Abramo e Davide, Salomone e San Giuseppe, e allo stesso modo nomi che non significano nulla per noi.

E l'elenco include cinque donne, ognuna delle quali ha qualcosa di insolito nella sua presenza nella lista. Tamar è la prima, ricordata per aver sedotto suo suocero Giuda, da cui nacque Zerah, un antenato di Gesù. Segue Rahab, madre di Boaz. Era una prostituta che aiutò gli ebrei nella conquista di Canaan. Quindi non era un'amante del suo popolo, ma un'eroina per gli ebrei e presumibilmente non per i cananei. Ma è esaltata dai primi cristiani come donna di fede (Ebrei 11,31; Giacomo 2,25): era dalla "parte dei vincitori".

Ruth è la terza donna menzionata, una delle figure più affascinanti della Bibbia, per la sua gentilezza, lealtà, coraggio e generosità. La cosa strana è che anche lei era una straniera, una Moabita, che aggiunge il suo sangue al lignaggio della dinastia davidica, e quindi anche a Giuseppe e Maria. Se cercate la purezza razziale o etnica, non la troverete nella famiglia di Gesù Cristo!

Non menzionata per nome - uno scheletro nell'armadio? "Quella donna"! - è Betsabea, con la quale Davide commise adulterio dopo aver fatto uccidere suo marito. Madre del re Salomone, è la prima donna ad essere presentata nel ruolo di regina madre, un ruolo che assunse grande importanza man mano che la casa di Davide continuava a governare.

Ci sarebbero molte cose da dire anche su ciascuno degli uomini menzionati nella genealogia, ma il Vangelo di Matteo attira la nostra attenzione in particolare sulle donne.

La stranezza di Maria è descritta nella seconda parte del Vangelo di oggi: "Ecco come Gesù Cristo è nato", e sentiamo parlare del suo concepimento verginale. Il punto non è in primo luogo quello di evidenziare la sua purezza sullo sfondo della storia familiare, anche se lo fa, in modo molto efficace. Il punto è ricordarci che all'interno e attraverso questa storia molto umana, con tutti i suoi momenti di luce e di oscurità, Dio sta realizzando il suo disegno. Lo Spirito Santo è chiaramente all'opera in modo unico nel concepimento e nella nascita di Gesù. Ma non è la prima volta che il potere di Dio è all'opera nella storia di questa famiglia, poiché lo stesso Spirito ha parlato attraverso i profeti che li hanno guidati quando è sceso con potenza sui re d'Israele al momento della loro unzione.

Celebriamo Maria perché è la madre del Cristo, l'Unto, il re della casa di Davide nato da lei per essere il salvatore e il redentore di tutti i popoli. Anche noi, quindi, apparteniamo a questa genealogia. Questo è ciò che pensiamo di essere, parti di quel corpo che è questo popolo, il popolo di Dio, ora Corpo di Cristo. La storia continua nelle nostre vite, nella luce e nell'oscurità che noi aggiungiamo ad essa. Probabilmente non siamo né migliori né peggiori dei nostri antenati, ma lo Spirito è sempre presente, anima il corpo di cui anche noi siamo membri e ne guida la storia. Se il nostro contributo alla storia include momenti di tristezza e sgomento, preghiamo, con Maria, affinché per grazia di Dio possiamo anche contribuire in modi che suscitino sorpresa, gioia e gratitudine.

sabato 5 settembre 2026

Settimana 23 Domenica (Anno A)


Alcuni anni fa il teologo Peter Candler pubblicò un articolo con l'accattivante titolo "Fuori della Chiesa non c'è morte". Che cosa poteva significare? Egli intendeva dire che è solo in una comprensione cristiana dell'esperienza umana che la realtà della morte può essere pienamente compresa. Solo la persona con la virtù teologica della speranza, e la comprensione della persona umana che è richiesta da una tale virtù, può guardare in faccia la morte e vederne tutto l'orrore.

Spesso, noi credenti ci uniamo ai nostri contemporanei negando, in vari modi, la realtà della morte. Ne parliamo come se non fosse un grosso problema, come se fosse un passare da una stanza all'altra, e immaginiamo che la vita continui più o meno come prima, ma senza mal di testa o indigestione, senza sangue, sudore o lacrime. La persona di speranza, invece, non ha una tale visione delle cose con cui consolarsi. L'oggetto diretto della nostra speranza è Dio, non una forma futura della vita umana. L'oggetto della speranza è Dio che è amore e che è la vita, nella cui Parola abbiamo fiducia quando ci parla di una partecipazione alla sua vita eterna. Ma non sappiamo praticamente niente di che cosa sarà o di come sarà, tranne che sarà una vita, che sarà una vita d'amore e che comporterà la compagnia di Cristo e dei santi.

Proprio come si può essere veramente coraggiosi solo quando si affronta qualcosa di pauroso, così è possibile sperare solo quando si affronta qualcosa che presenta estrema difficoltà. Proprio come la paura e il coraggio non sono incompatibili, ma uno richiede l'altro, così la tristezza e l'ansia da un lato e la speranza dall'altro, non sono incompatibili ma si richiedono reciprocamente. Tant'è vero che la speranza rende possibile la vera tristezza proprio come il coraggio ci dà un vero apprezzamento di ciò che temiamo. Questo, credo, è ciò che Candler intendeva dire sul fatto che al di fuori della Chiesa non c'è morte: solo in una comprensione cristiana dell'esperienza umana possiamo assaggiare pienamente la realtà di situazioni negative come la paura, l'ansia, la tristezza e la perdita.

La lettura evangelica di oggi riguarda la scomunica, la situazione triste e difficile nella quale la comunità cristiana giunge alla conclusione che uno dei suoi membri, per motivi di fede o stile di vita, non è più in piena comunione con la Chiesa. Preferiamo non pensare a tali cose, come preferiamo non pensare alla realtà della morte. Infatti, la scomunica è una specie di morte, una ferita terribile nel corpo di Cristo, una vera tristezza e una profonda perdita. Significa che non abbiamo mantenuto la comunione a cui Cristo ci chiama e per cui ha pregato nella sua ultima grande preghiera al Padre.

La lettura del Vangelo dice che dobbiamo fare ogni tentativo per mantenere quella comunione: parlare privatamente con una persona prima di tutto, parlarle in presenza di una o due altre persone, e solo se è assolutamente necessario porre il caso all'attenzione di tutta la Chiesa. La conclusione è fredda e possiamo anche chiederci: 'è cristiano'? Sicuramente possiamo trovare un modo per stare insieme, per rimanere in comunione! Ma anche la verità preme, non per servire una struttura del potere o per mantenere una certa finta conformità. La verità preme perché è la verità di quella comunione stessa: cosa potrebbe succedere se il fondamento della nostra unità fosse annullato da ciò che una persona crede o da come una persona vive? La nostra comunione morirebbe.

Questo passo del vangelo di Matteo tratta della difficoltà di rimanere insieme e riflette su come, anche nella Chiesa primitiva, successe molto rapidamente che si presentassero dei problemi a stare insieme. A volte le persone faranno le cose, o arriveranno a credere delle cose, che la Chiesa considera incompatibili con la vita del vangelo. Ovviamente esitiamo a usare la parola "scomunica" ma nei rapporti umani è questa a volte, purtroppo, la realtà. Anche dopo aver fatto del nostro meglio, non vediamo come alcuni possano restare dentro la vita della comunità. Alcuni modi di vivere e alcune convinzioni non sono compatibili, per quanto possiamo vedere, con la vita nella Chiesa. Di solito sono le persone stesse che prendono la decisione di separarsi dalla Chiesa perché non condividono più le proprie convinzioni o non sono più convinti della bontà del suo insegnamento. Molto raramente la Chiesa stessa fa questa decisione su una persona o un gruppo di persone.

Non possiamo mai essere felici dell'esclusione di un fratello o di una sorella. È una morte e la morte è terribile, l'ultimo nemico dell'uomo che fiorisce, un fallimento definitivo. Ma nell'ambito della speranza cristiana, l'esclusione non può mai essere l'ultima parola su una persona o sul nostro rapporto con lei. Tali persone rimangono sempre figlie del Padre celeste, chiamati ad essere fratelli e sorelle di Gesù. Mi piace pensare che i due o tre riuniti nel nome di Cristo alla fine di questa lettura evangelica sono gli stessi due o tre che hanno precedentemente affrontato il fratello o la sorella nell'errore. Stanno pregando e la preghiera è l'atto proprio della virtù della speranza. Nella loro mente mentre pregano deve esserci lo stesso fratello o sorella cui la Chiesa ha deciso di rapportarsi come se fosse un pagano o un esattore delle tasse. E c'è Cristo in mezzo a loro.

Fuori della Chiesa non c'è morte perché la vita cristiana ci rende più sensibili alla verità di ciò che la morte è veramente. Ma al di fuori della Chiesa, possiamo dire, non c'è un "fuori", perché le preghiere della Chiesa, come l'ansia dei genitori amorevoli, seguono i propri figli ovunque. Anche quando non possiamo vedere come si possa trovare l'unità e la riconciliazione, dobbiamo continuare a sperare di raggiungerle, pregare e lavorare per conquistarle. Tutti i comandamenti sono riassunti, dice San Paolo, in questo: "Ama il prossimo come te stesso". Sappiamo che tutti sono il nostro prossimo, quelli che vivono e quelli che sono morti, quelli che sono malati e quelli che stanno bene, quelli che sono in comunione gioiosa con noi e quelli che sono in triste separazione da noi. Noi sfioriamo i limiti delle nostre capacità, ma sappiamo che il Signore, crocifisso per la nostra riconciliazione, allunga le braccia lungo gli orizzonti più lontani di questa creazione per raccogliere tutti i figli di Dio dispersi.

venerdì 4 settembre 2026

Settimana 22 Venerdì (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 4:1-5; Salmo 37; Luca 5:33-39

Uno dei maggiori ostacoli alla meditazione della lettura del Vangelo di oggi è il potere della parola “nuovo”. I pubblicitari sanno che è una delle parole più potenti che possono usare: notate quante volte vengono offerte cose con questa descrizione: il nuovo iPad, il nuovo modello, la formula nuova e migliorata. Ma le parabole sul vino nuovo in otri vecchi e sulle toppe nuove su abiti vecchi non dicono semplicemente “il nuovo è meglio del vecchio”.

Se avessimo solo i racconti di Matteo e Marco, potrebbe sembrare che questa interpretazione consolidata, quasi ovvia, sia corretta. Il fatto che sia stato l'arci-eretico Marcione a proporre per primo questa interpretazione dovrebbe essere sufficiente a fermarci. È diventata l'interpretazione preferita dai cristiani gentili dal tempo di Marcione fino ai giorni nostri. Alcuni dei più illustri interpreti contemporanei della Bibbia continuano a seguire questa linea: la religione di Gesù è “nuova”, e quindi radicalmente migliore della “vecchia” religione degli Scribi e dei Farisei. Il nuovo cristianesimo è migliore del vecchio giudaismo: non è forse questo l'insegnamento di Gesù?

No, non lo è. Occorre ripeterlo: non è questo che Gesù sta insegnando qui. Ed è il racconto di Luca, letto oggi, che ci impedisce di scivolare pigramente in questa interpretazione. Solo Luca aggiunge una terza parabola a quelle della toppa e degli otri: “Nessuno che abbia bevuto vino vecchio desidera vino nuovo, perché dice: ‘Il vecchio è buono’” (Lc 5,39). Questo contraddice qualsiasi interpretazione per la quale queste parabole dicono semplicemente “la cosa nuova che vi porto è migliore di quella vecchia che avete già”. In questa terza parabola Gesù dice che sarebbe assurdo preferire il vino nuovo a quello vecchio: tutti sanno che il vino è migliore quando è vecchio e non quando è nuovo.

Quindi questo brano del Vangelo è, grazie a Dio, più complesso di quanto sembri all'inizio. Per uscire da quella che sembra una contraddizione - nuovo è meglio, vecchio è meglio - alcuni propongono che, nel suo commento finale, Gesù stia dicendo “naturalmente alcuni di voi vorranno rimanere con il vecchio piuttosto che abbracciare la novità che io porto”. Si tratta di persone che si impantanano nel fango. Ma questo non ha alcuna base nel testo e, ancora una volta, non coglie il punto.

Qual è dunque il punto? L'insegnamento principale di Gesù è questo: Si possono far digiunare gli invitati alle nozze mentre lo sposo è con loro?”. La risposta chiara è: “No, sarebbe assurdo digiunare a un matrimonio”. Digiunare quando si dovrebbe festeggiare significa mettere insieme due cose incompatibili. Lo scopo delle tre brevi parabole è quello di sottolineare questo messaggio con una serie di altre possibilità assurde. Mettereste una toppa nuova su un abito vecchio distruggendo entrambi (soprattutto un abito vecchio e prezioso)? Certo che no. Mettereste del vino nuovo in otri vecchi, distruggendo entrambi (soprattutto gli otri vecchi di valore)? Certamente no. Ora che parliamo di vino, preferireste un vino nuovo a un vino invecchiato e maturato? Ovviamente no. Sono tutte proposte assurde, e qualsiasi persona di buon senso risponderà “no” a tutte queste domande. Allo stesso modo, qualsiasi persona di buon senso risponderà “no” alla domanda “si deve digiunare quando è presente lo sposo”.

Essere alla presenza di Gesù, lo sposo, significa essere in un luogo gioioso. Sarebbe assurdo non essere gioiosi, non festeggiare, quando siamo con lui. Suggerire il digiuno alla presenza di Gesù è assurdo come mettere un vestito nuovo su un abito vecchio, o del vino nuovo in otri vecchi, come preferire il vino nuovo a quello vecchio.

E questo è quanto per il momento. In questa fase del ministero pubblico di Gesù, i suoi rapporti con i farisei non si sono deteriorati come sarebbero diventati in seguito. Sono ancora curiosi del suo insegnamento e aperti, a quanto pare, a considerare ciò che ha da dire. Gesù fa riferimento a ciò che sarebbe accaduto in futuro, un tempo in cui lo sposo sarebbe stato portato via. Il suo essere “portato via” è una chiara eco della sua passione. E quel triste momento di perdita e di dolore sarà un tempo di digiuno. Continuare a banchettare allora sarebbe una cosa assurda, incompatibile.

Ecco il nocciolo della questione: la presenza di Gesù significa gioia, l'assenza di Gesù significa tristezza. Confondere queste due situazioni sarebbe assurdo. Pensare diversamente su una delle due sarebbe una follia. Questo è l'insegnamento semplice e profondamente ricco che il nostro saggio maestro vuole farci comprendere oggi.

giovedì 3 settembre 2026

San Gregorio Magno - 3 settembre

GREGORIO MAGNO E L’ORDINE DEI PREDICATORI

Ecco la storia di due papi: Gregorio Magno (morto nel 604), di cui oggi celebriamo la memoria, e Innocenzo III, che era papa quando, all’inizio del XIII secolo, furono fondati l’Ordine dei Francescani e quello dei Domenicani. Gregorio scrisse testi famosi a sostegno dell’espansione missionaria e pastorale della Chiesa all’inizio del Medioevo. Innocenzo era preoccupato dalla necessità di una nuova predicazione del Vangelo nell’«Alto Medioevo».

Allo stesso tempo, Innocenzo esitava a confermare un «ordine dei predicatori» per la Chiesa universale, cosa che Domenico voleva che facesse. Le prime fonti domenicane usano un’espressione un po’ strana per descrivere il progetto di Domenico: egli voleva fondare un ordine «che fosse chiamato, e fosse realmente, un ordine dei predicatori». Perché sottolineare questa distinzione tra l’essere chiamato e l’essere di fatto un ordine dei predicatori?

Il titolo – ordine dei predicatori – aveva già una lunga storia nella Chiesa. Innocenzo ne era presumibilmente consapevole, così come delle sue implicazioni, e questo forse lo indusse a esitare a confermare immediatamente un «ordine dei predicatori». Infatti, è negli scritti di Gregorio Magno che troviamo il primo uso di quel titolo. Egli lo utilizzò per riferirsi ai predicatori del Vangelo che seguono i profeti e gli apostoli nel proclamare la Parola di Dio affinché la Chiesa crescesse fino alla fine dei tempi. La frase ricompare negli scritti degli autori medievali successivi, dove è associata alla gloriosa schiera degli apostoli, alla nobile compagnia dei profeti e la candida schiera dei martiri. L’«ordine dei predicatori», nel senso in cui lo intendeva Gregorio, si riferiva a un altro gruppo di questo tipo, fondamentale per l’identità della Chiesa e equiparato agli apostoli, ai profeti e ai martiri.

Questo «ordine dei predicatori» era associato alla fine dei tempi, una schiera di predicatori suscitati da Dio per chiamare le persone al pentimento prima che fosse troppo tardi. Gregorio vedeva l’ordine dei predicatori in due parabole di Gesù: quella degli operai nella vigna che giungono all’undicesima ora (Matteo 20,6) e quella dei servitori inviato dal suo padrone per condurre le persone al banchetto già preparato (Luca 14,17). I predicatori sono coloro che vengono inviati per condurre le persone al banchetto, e per farlo anche quando è tardi e tutto è già pronto. Secondo l’interpretazione di Gregorio, l’«Ordine dei Predicatori» significava «i predicatori degli ultimi giorni».

Il passaggio dal XII al XIII secolo fu un periodo di grande fermento evangelico, caratterizzato da importanti movimenti nel pensiero, nella società e nella cultura, accompagnati anche da un vasto movimento religioso e da una «esplosione della predicazione». Si diffondeva un crescente sentimento escatologico, persino apocalittico, secondo cui la Chiesa si trovava negli ultimi tempi e che quindi sarebbe sorto un ordine di predicatori per chiamare le persone al pentimento e alla conversione prima che fosse troppo tardi. La bolla di canonizzazione di san Domenico parla degli «operai dell’ultima ora». E una delle prime fonti domenicane afferma che l’Ordine dei Predicatori fu istituito grazie all’intervento di Maria: vedendo l’umanità in pericolo di distruzione, ella supplicò suo Figlio e, in risposta, Egli suscitò Domenico per fondare l’Ordine dei Predicatori.

Per Innocenzo III, il significato consolidato del titolo potrebbe essere stato uno dei motivi per cui era riluttante a riconoscere un particolare gruppo di uomini come «l’Ordine dei Predicatori», un’espressione che non solo aveva connotazioni escatologiche, ma che sembrava anche appartenere alla Chiesa nel suo insieme e non solo a un gruppo al suo interno. Cosa penseremmo se un papa riconoscesse una piccola comunità in qualche parte del mondo come «ordine degli apostoli» o «ordine dei profeti»? È possibile che designare una particolare comunità religiosa come «ordine dei predicatori» sarebbe stato altrettanto sorprendente per Innocenzo.

Ciononostante, è proprio ciò che fece il suo successore, Onorio III, riconoscendo Domenico e la sua comunità di frati come «un ordine dei predicatori». Il titolo ha origine da Gregorio Magno ed è opportuno che noi domenicani ne riconosciamo oggi l’eredità, mentre celebriamo la memoria liturgica di Gregorio.

mercoledì 2 settembre 2026

Settimana 22 Mercoledi (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 3,1-9; Salmo 33; Luca 4,38-44

Tom Holland è uno storico britannico che si era prefissato di dimostrare che l’avvento del cristianesimo fosse stato un disastro per il mondo, sostenendo che la violenza e le divisioni da esso generate avessero distrutto le precedenti civiltà pagane, che erano, per così dire, molto più civilizzate. Esaminando attentamente i fatti, tuttavia, è giunto alla conclusione opposta. Nel complesso, e nonostante molti momenti bui, il cristianesimo ha portato una gentilezza e una compassione mai viste prima. In questo era in netto contrasto con la crudeltà e l’indifferenza delle civiltà precedenti.

Ci sono ancora gelosie e rivalità tra di noi, come Paolo osserva tra i cristiani di Corinto, ma finché loro – e noi – manteniamo il contatto con le nostre radici cristiane, queste cose non dovrebbero sopraffarci completamente. Rimangono demoni contro cui dobbiamo lottare, ma lo Spirito viene in nostro aiuto nella nostra debolezza anche in questo ambito.

I cristiani di Corinto si stavano già dividendo in gruppi, in una sorta di competizione reciproca. Ogni gruppo aveva il proprio capo designato e Paolo ricorda loro quanto ciò sia contraddittorio, come se Cristo potesse essere diviso.

Invece, come vediamo nella lettura del Vangelo, Cristo è concentrato e risoluto. È dedito alla missione che gli è stata affidata: predicare, guarire e scacciare i demoni. Non crea affatto un gruppo di seguaci o sostenitori, ma dice ai discepoli che deve recarsi in altri luoghi e comunità verso cui è stato mandato.

I suoi discepoli non sono così concentrati, né così risoluti, e si lasciano distrarre in mille modi diversi. La gelosia e la rivalità non sono mai lontane. Nella Lettera di Giacomo sono proprio la gelosia e l’ambizione egoistica a rappresentare i veri spauracchi, quelle tendenze molto comuni, potremmo dire, che inevitabilmente si manifestano ovunque gli esseri umani si riuniscano per un progetto o uno scopo condiviso.

Ma lo Spirito viene in nostro aiuto nella nostra debolezza. Egli è lo Spirito d’amore, ed è solo l’amore che può sanare le nostre gelosie e le nostre rivalità. Il successo di qualcuno che non amo particolarmente diventa per me una minaccia e suscita invidia. Il successo di qualcuno che amo è un successo di cui faccio parte anch’io e suscita gioia. Succede così perché è l’amore che ci unisce come un’unica famiglia, rendendo possibile per noi condividere la vita insieme e gioire dei doni reciproci.

L’amore riversato nei nostri cuori dallo Spirito Santo è il dono straordinario e soprannaturale che ci porta oltre le relazioni ordinarie e costruisce una nuova civiltà, quella che chiamiamo il regno di Dio. Siamo tutti servitori di Dio, collaboratori gli uni con gli altri, che curiamo insieme il giardino, costruendo insieme la casa di Dio.

martedì 1 settembre 2026

Settimana 22 Martedì (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 2:10-16; Salmo 145; Luca 4:31-37

Nelle letture di oggi si parla di tre tipi di spirito: lo spirito di una persona che conosce le profondità di una persona, lo spirito immondo che disturba una persona e che viene scacciato da Gesù, lo Spirito di Dio che conosce le profondità di Dio. Dobbiamo considerarli tutti e tre per comprendere appieno noi stessi.

Il nostro spirito si manifesta in molti modi: memoria e immaginazione, ansia e desiderio, capacità di conoscenza, comprensione e amore. Lo spirito umano si manifesta nella letteratura, nell'arte, nella musica, nella tecnologia, nell'intera panoplia di attività e interessi che ci rendono animali davvero straordinari. Nella poesia e nella musica, nella filosofia e nella teologia, e in molti altri modi, si vede la “spiritualità” della creatura umana.

Gli spiriti immondi sono realtà “in noi senza di noi”, potremmo dire, che si conoscono attraverso i loro effetti. Oltre alle evidenti difficoltà e agli ostacoli esterni, ci sono molti modi in cui gli esseri umani sono afflitti e distratti dall'interno. Continuiamo a sorprendere e a deludere noi stessi. Non capisco le mie azioni”, dice Paolo nella lettera ai Romani. Meschini ed egoisti, duri di cuore eppure profondamente vulnerabili, dediti alle dipendenze e guidati dalle opinioni dei vari pubblici: sono molti i modi in cui siamo disturbati dagli spiriti immondi. La tradizione cristiana ha individuato sette o otto spiriti capitali o vizi capitali: vanagloria, cupidigia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia e superbia.

Ma c'è anche lo Spirito di Dio che ci rivela finalmente a noi stessi. Nella prima lettura Paolo dice che le profondità di Dio sono accessibili allo Spirito di Dio come le profondità dell'essere umano sono accessibili allo spirito umano, ma poi dice che in realtà le profondità di noi stessi sono accessibili solo ora allo Spirito di Dio e non al nostro spirito. Sta parlando di una nuova possibilità, di una nuova vita spirituale, che non è semplicemente parte integrante della natura con cui siamo stati creati, ma che si realizza attraverso una nuova presenza dello Spirito Santo in noi. Se vogliamo comprendere i doni che Dio ci ha dato, abbiamo bisogno dello Spirito di Dio. Se vogliamo scandagliare le profondità di noi stessi, possiamo farlo solo con l'aiuto dello stesso Spirito.

Questo relativizza la nostra “spiritualità” naturale, ponendo i suoi conflitti e le sue conquiste in una luce completamente nuova. C'è un nuovo mondo di meraviglia e ammirazione a cui siamo chiamati. Paolo parla di esseri umani nuovi, capaci di giudicare il valore di ogni cosa, esseri umani che hanno “la mente di Cristo”. La spiritualità naturale è un segno o un'anticipazione di ciò che porta lo Spirito. Quando lo Spirito, l'amore di Dio, viene riversato nei nostri cuori, non solo gli spiriti impuri vengono messi al loro posto, ma le nostre capacità di conoscenza, comprensione e amore si aprono a un obiettivo nuovo e veramente trascendente, che arriva fino a Dio, nelle supreme attività spirituali di fede, speranza e amore.

lunedì 31 agosto 2026

Settimana 22 Lunedì (Anno 2)

Letture: 1 Corinzi 2:1-5; Salmo 119; Luca 4:16-30

Gli eroi della cultura greca e di altre culture militariste sono sempre i soldati. Sono i personaggi che in queste culture sono considerati i più coraggiosi e per questo ricevono i maggiori onori. Nel cristianesimo il coraggio si trasforma. Sono i martiri i grandi eroi, uomini e donne pronti a morire per testimoniare Cristo e la fede, e a farlo, come Cristo, in modo non violento.

Questa trasformazione del coraggio è una delle conseguenze del Vangelo, come lo riassume Paolo nella prima lettura di oggi. Sono venuto in mezzo a voi con timore e tremore, dice, conoscendo solo Gesù e lui come Cristo crocifisso, affinché la mia predicazione non traesse forza da alcun potere o persuasione mondana, ma fosse semplicemente una dimostrazione della potenza dello Spirito.

Tuttavia, il racconto cristiano classico del coraggio che troviamo in San Tommaso d'Aquino, ad esempio, si sviluppa non solo a partire dalla Bibbia, ma anche prendendo spunto da Aristotele. L'antico filosofo greco indica che il coraggio ha due facce: una assertiva e una di sostegno. Uno è il coraggio di proporsi nel mondo, di intraprendere grandi progetti e di agire nonostante la paura e l'apprensione. L'altro è il coraggio di essere pazienti e perseveranti di fronte a esperienze che generano altri tipi di ansia e paura: affrontare la malattia, sopportare sfide a lungo termine, vivere il rifiuto o la derisione, il martirio. 

Per i cristiani questo secondo aspetto del coraggio è quello più elevato. Santa Teresa d'Avila dice addirittura che ci vuole più coraggio a perseverare nella preghiera che a morire come martire.

Quindi il coraggio è necessario se vogliamo seguire Gesù. Un tipo di coraggio è quello che egli dimostrò nella sinagoga di Nazareth quando la sua predicazione fu rifiutata e denigrata. L'altro tipo di coraggio è racchiuso per sempre nel mistero della croce, un coraggio come quello del soldato che affronta la morte con tutto il suo peso di paura, ma lo fa senza restituire la violenza, accettandola liberamente per amore del Padre e del progetto del Padre per la salvezza del mondo.

sabato 29 agosto 2026

Settimana 22 Domenica (Anno A)

Letture: Geremia 20,7-9; Salmo 62(63); Romani 12,1-2; Matteo 16,21-27

È successo solo la settimana scorsa, quindi è ancora ben vivo nei nostri ricordi. «Chi dice la gente che io sia?», chiese Gesù. E poi: «E voi, chi dite che io sia?». La confessione di Pietro – «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» – sembrò una sorta di culmine. Erano giunti a una vera comprensione di chi egli fosse. Seguì la dichiarazione di Gesù secondo cui la comprensione di Pietro non proveniva dalla carne e dal sangue, ma gli era stata rivelata dal Padre celeste.

Roba forte. Non si potrebbe immaginare nulla di più forte. Egli si era rivelato a loro e loro, per grazia di Dio, avevano compreso e creduto. Che shock, allora, che le parole successive di Gesù a Pietro non si riferissero al Padre celeste, né tantomeno alla carne e al sangue, ma a Satana come fonte delle parole successive che Pietro gli rivolse. «Questo non deve accaderti, Signore». «Vattene via da me, Satana». Cosa stava succedendo? Sembrava che la confessione di Pietro fosse un punto di arrivo. Ora sembra invece che non siano nemmeno all’inizio della comprensione.

Tutti e tre i Vangeli sinottici riportano questa svolta dopo la confessione di fede di Pietro. «Cominciò a insegnare loro» (Marco 8,31). «Cominciò a mostrare loro» (Matteo 16,21). «Si mise in cammino per andare a Gerusalemme» (Luca 9,51). Il primo atto del dramma della vita di Gesù è terminato, il secondo atto sta iniziando. Hanno imparato qualcosa, ma in un certo senso hanno ancora tutto da imparare: egli cominciò a insegnare loro, cominciò a mostrare loro. È stato con loro per tutto questo tempo, ha già mostrato loro e insegnato loro così tante cose, eppure… ricomincia?

La confessione di fede di Pietro, che la settimana scorsa sembrava un punto di arrivo così meraviglioso – e lo era ed è: su questa pietra Gesù edifica la sua Chiesa! – ora vediamo che quella stessa confessione è anche un punto di partenza. Gesù è pronto a passare alla fase successiva e a cercare di portarli con sé.

Il primo atto si era aperto «dopo che Giovanni era stato arrestato» (Marco 1,14; Matteo 4,12). È un primo oscurarsi della storia con l’ombra della croce. Il secondo atto si apre con Gesù che inizia a introdurre i suoi discepoli nel mistero più profondo: se egli è il Messia, allora la sua missione si compirà attraverso ciò che i profeti avevano predetto come i dolori del parto del Messia e che egli delinea come segue: il suo rifiuto, la sua sofferenza, la sua morte e, il terzo giorno, la sua risurrezione. Quest’ultimo punto per il momento sfugge ai discepoli, non riesce a essere compreso. In altri momenti avevano discusso tra loro su cosa potesse significare risorgere dai morti. Ma non in questo caso. Non dicono: «Oh, allora va bene, dopotutto ci sarà un lieto fine!». Sentono solo parlare di sofferenza e di morte. «Dio non voglia», dice Pietro – lo stesso Dio che gli aveva rivelato che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio. Possa questo stesso Dio impedire che le cose avvengano nel modo predetto da Gesù.

Che shock, allora, sentire le parole di Gesù: «Vattene via da me, Satana! Mi sei d’intralcio, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Altre traduzioni dicono qualcosa del tipo: «Il tuo modo di pensare non è di Dio, ma degli uomini». Lodato la settimana scorsa per il suo modo di pensare di ispirazione divina, Pietro viene condannato questa settimana per il suo modo di pensare diabolico.

La gloria del Figlio dell’Uomo, del Messia, di questo Figlio del Dio vivente, è la gloria dell’amore in un mondo peccatore. Che forma assumerà quella gloria – quale forma dovrà assumere? – in un mondo peccatore? Se il mondo tanto amato da Dio deve essere redento e sanato? Gesù ha appena dato loro un abbozzo di quella gloria, e non ha nulla a che vedere con ciò che loro — o noi — considereremmo gloria. Avrebbero dovuto avere una comprensione preliminare: l’esperienza di Geremia (vedi la prima lettura di oggi), le parole di Isaia (il Servo Sofferente, i dolori del parto del Messia), l’esperienza recentissima di Giovanni Battista. Ma non per il Messia stesso: sicuramente sarebbe stato lui a porre fine a tutte quelle ingiustizie e a quell’oppressione? Sì, ma per porvi fine abbracciandole, entrando in esse più profondamente di qualsiasi profeta o martire prima o dopo di lui, bevendo il calice della sofferenza del mondo – questo non se lo aspettavano e non potevano accettarlo.

All’aprirsi del secondo atto del dramma della vita di Gesù, i discepoli hanno ancora tutto da imparare. Anche noi abbiamo ancora tutto da imparare di fronte alla sofferenza umana, al male del mondo, alla realtà del peccato e della morte. «Dio non voglia, Signore, questo non deve accadere a te, a noi!» Ma notate come gli apostoli e i discepoli arrivarono rapidamente a comprendere quando gli eventi predetti da Gesù si verificarono realmente. Paolo riassume così bene ciò che avevano imparato da Gesù: «offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, lasciatevi trasformare, rinnovate il vostro modo di pensare, affinché possiate discernere la volontà di Dio» – non quella di Satana, non quella della carne e del sangue, non quella di questo mondo – «e così conoscere ciò che è buono, gradito a Dio e perfetto».

Questa è la seconda lettura di oggi, così azzeccata. Ed è proprio questo che Gesù sta cominciando a insegnare a loro e a noi, che siamo sempre all’inizio di questa comprensione. Dapprima insegna loro con le parole, poi con le sue azioni e nella sua Passione. Lo stesso vale per noi: impariamo la via di Gesù non solo comprendendo le sue parole, ma entrando nel mistero della Croce, attraverso la preghiera, attraverso la nostra stessa sofferenza, attraverso la condivisione della sofferenza degli altri, attraverso il cercare di comprendere cosa significhi veramente amare il prossimo. È una saggezza che impariamo solo attraverso il rinnovamento delle nostre menti – più e più volte – e la trasformazione dei nostri cuori – più e più volte.

MARTIRIO DI SAN GIOVANNI BATTISTA - 29 AGOSTO

Letture: Geremia 1,17-19; Salmo 70(71); Marco 6,17-29

Erode temeva Giovanni Battista e, quando lo sentiva parlare, era perplesso. Aveva paura perché sapeva che Giovanni era santo e giusto, eppure gli piaceva ascoltarlo. Erode è il classico esempio di persona indecisa, attratta dal bene, forse persino capace di vedere ciò che è giusto, ma priva della forza di carattere o della maturità morale necessarie per seguire ciò che sa essere giusto e per ordinare i propri desideri di conseguenza. In un certo senso, Erode è “l'uomo comune”.

Quanto è comune questa ambiguità di fronte alla santità e alla giustizia? La Bibbia ne parla spesso, in momenti e contesti molto diversi della storia del popolo. «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Isaia 29, 13; Matteo 15, 8). «Purificate i vostri cuori, voi che avete una mente doppia» (Giacomo 4, 8). «Fino a quando continuerete a zoppicare tra due opinioni?» (1 Re 18, 21). «Non faccio il bene che voglio, ma faccio il male che non voglio» (Romani 7, 19).

Erode non è una persona attraente e potremmo facilmente liquidarlo come patetico e inefficace. La frequenza con cui la Bibbia esorta il popolo alla determinazione, ricordandogli la sua doppiezza, è sufficiente per assicurarci che il problema non è solo di Erode e che dove diciamo «suo» o «loro» dovremmo in realtà dire «mio» e «nostro».

Vediamo il problema di Erode in modo drammatico, infatti è stato spesso drammatizzato dai compositori di musica, dagli scrittori di opere teatrali, dai pittori. Per noi, però, è più utile riflettere sulla nostra doppiezza, su come questo problema è presente in noi stessi. In che modo vacillo tra opinioni diverse? In che modo vedo ciò che è bene eppure faccio ciò che è male? In che modo continuo a professare a parole di seguire Cristo mentre il mio cuore, almeno in parte, è altrove?

Potremmo trovare Giovanni Battista ammirevole ma un po' sgradevole, un uomo integro, sì, ma un po' feroce nel suo stile e nel suo insegnamento. Finché lo vediamo così, siamo più o meno dalla parte di Erode, timorosi di ciò che Giovanni ci chiede eppure desiderosi di ascoltarlo. Perché ciò che annuncia è semplicemente il regno di Dio, la buona novella. Il suo messaggio è il messaggio di Gesù, altrettanto esigente e intransigente. «Miserabile me», conclude Paolo, riflettendo sulla propria indecisione. «Chi mi libererà da questo corpo di morte?» (Romani 7, 24).

Quando affrontiamo direttamente questo problema in noi stessi, arriviamo alla stessa domanda. È un problema di carattere o di formazione? È un problema di natura o di educazione? È una questione di fortuna o di sfortuna? È semplicemente il desiderio che si rivela troppo forte per la ragione?

Erode non sa a chi rivolgersi per chiedere aiuto e ne consegue la tragedia del martirio di Giovanni. Paolo invece sa a chi rivolgersi: «Grazie a Dio per mezzo di Gesù Cristo, nostro Signore». Continuiamo anche noi a guardare in quella direzione, verso Colui che Giovanni Battista ha indicato come l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. La nostra speranza è che Egli possa far fronte anche ai peccati della mia indecisione. Egli ci insegna a non avere paura, a cercare, a chiedere e a bussare. Ci chiede di aprirgli la porta e di permettergli di rafforzarci nella santità. Egli può farlo, nonostante a volte possiamo essere simili a Erode.

venerdì 28 agosto 2026

SANT'AGOSTINO - 28 AGOSTO

Sant'Agostino di Ippona (354 - 430)

Come domenicani, nella nostra formula di professione menzioniamo tre santi: Maria, Domenico e Agostino. Naturalmente, se il provinciale in carica o il Maestro dell'Ordine è un santo, ne menzioniamo uno o due in più, ma è improbabile che saremo ancora in vita per vederli elevati alla gloria dell'altare.

Professiamo secondo la regola del beato Agostino. È la prima parte del contratto che stipuliamo tra noi nell'Ordine, per vivere insieme secondo questa regola, una delle più brevi tra le regole monastiche e quella scelta da san Domenico per la sua nuova comunità di fratelli. Proprio come Agostino, come qualcuno ha detto, «supera tutti gli altri teologi nella coerenza e nella chiarezza con cui pone la caritas, l'amore, al centro della vita cristiana, così anche tutta la vita della comunità religiosa che vive secondo la sua regola deve essere espressione vivente dell'amore cristiano».

L'amore che rimane per sempre deve prevalere in tutto, dice la Regola nel suo quinto capitolo. L'affermazione iniziale della Regola – almeno nell'edizione latina delle nostre Costituzioni: nella recente traduzione inglese questa prima frase è scomparsa – è che prima di ogni altra cosa dobbiamo amare Dio e poi il prossimo, perché questi sono i comandamenti principali che ci sono stati dati. Quindi la prima cosa che la nostra regola ci chiede non è altro, né più né meno, che l'osservanza del grande comandamento in cui Gesù ha riassunto tutta la legge.

La teologia morale di Agostino è incentrata sulla carità, sull'amore. La sua comprensione delle virtù cardinali di prudenza, giustizia, temperanza e fortezza è che esse sono espressioni diverse dell'amore. In situazioni e circostanze diverse, ciò che si chiede all'amore è che sia giusto o temperato, prudente o coraggioso, ma in fondo è sempre amore. È come se si schierasse con Socrate nel concordare che esiste una virtù fondamentale a cui tutte le altre possono essere ridotte: la saggezza per Socrate, ora battezzata per diventare caritas o amore per Sant'Agostino.

Nel suo commento alla prima lettera di Giovanni, Agostino a un certo punto dice: «Ama e fa' ciò che vuoi». A volte si presume che egli abbia detto «ama Dio e fa' ciò che vuoi», ma in realtà egli dice «ama e fa' ciò che vuoi». Naturalmente egli intendeva dire che chi ama veramente deve finire per amare Dio e il prossimo. «Lascia che l'amore abbia radice in te» è il modo in cui conclude questa sezione della sua omelia (In I Giovanni VII, 8), «e da quella radice non potrà scaturire altro che il bene». Poiché san Giovanni dice nella sua prima lettera che Dio è amore, Agostino concluse che l'amore è la guida più sicura e il criterio più affidabile per noi che cerchiamo di seguire Cristo. Era convinto che l'amore nel vero senso della parola viene da Dio e conduce a Dio.

Fu la loro vita d'amore che colpì Agostino quando visitò le comunità religiose cristiane poco dopo la sua conversione. Egli scrive di loro:

Lì si pratica l'amore prima di ogni altra cosa. È la norma per il cibo e il parlare, per il vestire e per tutto il comportamento. Tutti sono uniti in un unico amore, tutti respirano un unico amore. Un'offesa contro l'amore è considerata un'offesa contro Dio; tutto ciò che è contrario all'amore è rifiutato e scacciato; se qualcosa offende l'amore, non è permesso che rimanga nemmeno per un giorno. Essi sanno infatti che l'amore è così importante per Cristo e gli apostoli che, se manca, tutto il resto è vano, mentre se è presente, tutto il resto è perfetto (La vita cattolica, 33.7). 

La regola secondo cui viviamo è molto pratica anche in materia di cibo e abbigliamento, lavoro e compagnia, e tutto al servizio dell'amore. Per Agostino l'amore è la regola della fede sia in materia di dottrina che in materia di pratica. Facendo eco a 1 Corinzi 13, egli dice:

Tutti possono firmarsi con il segno di Cristo, tutti possono rispondere Amen, tutti possono cantare Alleluia, tutti possono ricevere il battesimo ed entrare nella chiesa... la differenza tra i figli di Dio e i figli di Satana è solo l'amore. Chi possiede l'amore è nato da Dio. Chi non lo possiede non è nato da Dio... Senza di esso tutto il resto è inutile, qualunque cosa tu abbia; esso basta da solo, anche se non hai nient'altro (Sulla prima lettera di Giovanni 5,7).

Questo ci fa capire ancora più chiaramente ciò che Paolo insegna in 1 Corinzi 13: posso farmi il segno della croce, posso rispondere Amen e cantare Alleluia, posso ricevere il battesimo ed entrare in chiesa, posso persino prendere i voti religiosi e promettere di vivere secondo la regola del beato Agostino e gli istituti dei Frati Predicatori, ma se sono senza amore non guadagno nulla e non sono nulla.

Per quanto riguarda la dottrina, Agostino è altrettanto chiaro e coerente nel riferirsi al grande comandamento come alla regola della nostra fede. Nella sua opera Sulla dottrina cristiana, Agostino dice:

Se qualcuno pensa di aver compreso le divine Scritture, o una parte di esse, in modo tale che con tale comprensione non costruisce quel doppio amore per Dio e per il prossimo, non le ha ancora comprese (De Doctrina Christiana I, XXXVI, 40).

Ecco un primo principio dell'interpretazione biblica. Anche la lettera del Vangelo uccide, dice Agostino altrove, se non è presente in noi la grazia guaritrice della fede.

Quindi la prima cosa che fa la nostra Regola è rimandarci direttamente al Vangelo e al cuore del Vangelo. La nostra vita consiste nel crescere nell'amore di Dio e del prossimo. Siamo qui perché crediamo che questo è il luogo in cui siamo chiamati a seguire Cristo. Seguire Cristo significa amare Dio e il nostro prossimo. Ed è qui che dobbiamo praticarlo, farlo e migliorarci. Non è in un tempo futuro, in un'altra situazione, con persone diverse, che potremo crescere nella carità. È qui e ora, in questa comunità e con queste persone, che deve essere fatto, altrimenti non sarà fatto affatto.

La Regola di Sant'Agostino conclude:

Il Signore vi conceda la grazia di osservare tutte queste cose come amanti della bellezza spirituale, della buona vita che condividete insieme, ricca del buon profumo di Cristo, una vita non più da schiavi sotto una legge, ma da persone libere stabilite sotto la grazia.