Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

sabato 7 dicembre 2024

AVVENTO PRIMA SETTIMANA - SABATO

 Letture: Isaia 30:19-21, 23-26; Salmo 146; Matteo 9:35-10:1,6-8

Il Signore edifica Gerusalemme e riporta gli esuli di Israele, guarisce i cuori spezzati e fascia tutte le loro ferite. Così il salmo di oggi. La prima lettura è molto simile, parla di guarigione e di restaurazione, di un nuovo momento di sicurezza e di abbondanza. Possiamo immaginare Gerusalemme, come una città distrutta dalla guerra, e il Signore che si muove per le strade di quella città, trovando i malati e i bisognosi, gli affamati e gli abbandonati.

Una cosa che si nota nella prima lettura e che non è menzionata nel salmo è che è il Signore che ha inflitto al suo popolo le sofferenze da cui ora lo sta salvando! Egli è, dice Isaia, il loro maestro, che mostra la via al popolo, ed è il loro medico, che guarisce i lividi che i suoi colpi hanno lasciato.

Questo solleva domande sul significato della sofferenza e sul motivo per cui le cose cattive si abbattono sulle persone. Devo aver fatto qualcosa di molto brutto per essere finito così”, mi disse una volta un cugino malato. La proposta di Isaia oggi è di vedere nella sofferenza uno scopo pedagogico, non è semplicemente una punizione per il peccato. Ci sono cose da imparare, virtù da acquisire, modi di vedere da correggere, realtà da apprezzare. E sembra che spesso, forse sempre, sia solo attraverso la sofferenza che gli esseri umani imparano, acquisiscono, correggono e apprezzano.

La lettura del Vangelo continua su questa linea, ma la completa in modo significativo. Qui Gesù si muove per le città e i villaggi, facendo ciò di cui parlano la prima lettura e il salmo. Guarisce e insegna, è mosso da compassione, vede il paesaggio spirituale devastato in cui la gente vaga, vessata e scoraggiata.

Un cambiamento rispetto a quanto abbiamo già visto è che Gesù delega il lavoro di guarigione e di insegnamento ai dodici discepoli. Sono stati con lui, hanno ricevuto insegnamenti e guarigioni, e ora sono pronti a partecipare alla raccolta. Egli conferisce loro poteri straordinari, per curare le malattie e scacciare i demoni, per purificare i lebbrosi e persino per risuscitare i morti. le opere che Dio compie in mezzo al popolo devono essere intraprese dal popolo stesso o almeno da coloro che sono stati chiamati in mezzo a loro per servire l'opera del Signore a loro favore.

Un altro cambiamento significativo è che il Signore, il Messia, prenderà su di sé le sofferenze del suo popolo, entrando in esse in un modo mai visto prima. È più per la Quaresima e la Pasqua che per l'Avvento e il Natale, questo punto che riguarda una nuova partecipazione del Signore alle sofferenze del suo popolo. È qualcosa che deve ancora essere rivelato sul modo in cui il regno dei cieli, quel regno di guarigione e di rinnovamento, viene finalmente stabilito. Ma è importante ricordarlo già ora, mentre guardiamo il paesaggio devastato del mondo nel dicembre 2024.

La preghiera di apertura di oggi dice che il Figlio viene per liberare la razza umana dalla sua antica schiavitù e per offrirci la vera libertà. Che possiamo essere pronti a ricevere i doni che porta, pronti a imparare e a soffrire con lui, pronti al servizio reciproco che egli vuole delegarci.


venerdì 6 dicembre 2024

AVVENTO PRIMA SETTIMANA - VENERDI

 Letture: Isaia 29:17-24; Salmo 26; Matteo 9:27-31

Naturalmente si parlava di lui in tutta la campagna. Come poteva essere altrimenti? Ero cieco e ora vedo: Devo condividere questa straordinaria buona notizia.

Permettere ai ciechi di vedere è l'opera del Messia più frequentemente menzionata nei testi che prevedono la sua venuta. Il brano di Isaia 29, che è la prima lettura di oggi, è uno di questi testi: i sordi udranno, i ciechi vedranno, nel giorno che sta per venire, in un tempo molto breve. Gli spiriti erranti impareranno la saggezza, dice, un altro tipo di visione, e i mormoratori accetteranno l'istruzione, un altro tipo di udito.

La frase più sconcertante delle letture di oggi è il severo avvertimento di Gesù ai ciechi ormai guariti: “Fate attenzione che nessuno lo venga a sapere”. Vengono offerte varie spiegazioni. Sembra contraddire le promesse di Isaia, secondo cui in quel giorno saranno offerte anche la sapienza e l'istruzione.

Il detto di Gesù è una sorta di koan, un enigma religioso. Sta forse dicendo che trasmettere questo su di lui non aiuterà la gente a vederlo con precisione? Sta dicendo che la situazione politica consiglia cautela sulla sua missione e sulla sua identità? È che non è il momento giusto per una rivelazione più completa di chi è? Fa parte del dramma del Vangelo, come in un romanzo o in un'opera teatrale, lasciare che la sua identità venga rivelata lentamente?

Gli studiosi offrono queste possibilità, ma nessuno lo sa veramente. Perciò possiamo prendere con noi il suo avvertimento e lasciarlo scorrere nella nostra mente, per vedere cosa produce con il passare del giorno. Voi e io siamo arrivati a vedere quando prima eravamo ciechi. Siamo usciti dall'ombra e dalle tenebre. Ma non ditelo a nessuno. Perché no? Perché dobbiamo imparare anche la luce in cui Gesù e le sue opere devono essere visti, non una luce qualsiasi (ehi, ci vedo!), ma la luce della risurrezione (mio Signore e mio Dio!). E per questo dobbiamo aspettare.

Da qui il consiglio di non dirlo ora: la guarigione della cecità fisica è un segno, ma non è nemmeno la metà della storia!

giovedì 5 dicembre 2024

AVVENTO PRIMA SETTIMANA - GIOVEDI

 Letture: Isaia 26:1-6; Salmo 117; Matteo 7:21,24-27

Mentre ieri eravamo invitati a pensare alla debolezza e a un Signore compassionevole che assicurava che la fame del popolo sarebbe stata soddisfatta, oggi ci vengono presentate immagini di forza e resistenza. Isaia parla di una città forte, con porte e mura, bastioni e torri, una cittadella abbattuta da una roccia eterna. È un'immagine di rifugio e sicurezza per alcuni, di distruzione per altri.

Nella lettura del Vangelo, Gesù spiega che la base della distinzione tra una casa che sta in piedi e una cittadella che cade è il rapporto del costruttore con la Parola di Dio. Le persone che non solo ascoltano, ma agiscono in base alla Parola che Gesù insegna, costruiscono in modo solido e sicuro. Stanno facendo la volontà del Padre e la loro casa (cioè la loro anima) resisterà alla pioggia, alle inondazioni, alle burrasche e a qualsiasi altra cosa la vita le proponga.

La persona che ascolta, e forse anche insegna agli altri (dicendo “Signore, Signore”), ma che in pratica non agisce in base all'insegnamento di Gesù, è come una persona che costruisce una casa sulla sabbia: nel giorno delle difficoltà non starà in piedi.

Isaia dice che le persone fedeli, ferme, fiduciose e pacifiche possono entrare nella città forte: la porta si apre per loro. Coloro che non vivono in questo modo, anche se ascoltano e anche se ripetono ciò che è richiesto, non stanno costruendo con saggezza. Possono sembrare sicuri nella loro torre, ma resterà in piedi?

Il messaggio è quindi semplice e chiaro e non c'è bisogno di elaborarlo. L'Avvento è una sorta di “Quaresima leggera” in cui ci viene dato il tempo di tornare alla pratica della Parola di Dio. E ciò che ci chiede di fare è altrettanto chiaro: siate fedeli, saldi, fiduciosi, pacifici. Allora la tua casa, la tua anima, sarà come una città forte dove vivrai in sicurezza e in fiducia. Sarete una torre di forza, costruita non per orgoglio e ambizione, ma nella forza dell'amore di Cristo, che è la pietra angolare di tutto ciò che dura.

mercoledì 4 dicembre 2024

AVVENTO PRIMA SETTIMANA - MERCOLEDI

Letture: Isaia 25:6-10; Salmo 22; Matteo 15:29-37

Tutte e tre le letture parlano del Signore che nutre il suo popolo. Il pesce e il pane del pasto miracoloso raccontato nel Vangelo possono sembrare molto lontani dal cibo ricco e succulento e dai vini pregiati di cui parla Isaia nella prima lettura. Né il pesce e il pane sembrano adatti come menu per il banchetto di cui si parla nel salmo. A meno che, naturalmente...

A meno che cosa? In Irlanda diciamo che la fame è il miglior condimento. Il cibo che in tempi di abbondanza sembrerà povero e poco appetibile, in tempi di carenza o di grande necessità sarà accolto come molto soddisfacente, e persino desiderabile. Finché è sano, sarà certamente ben accetto da una persona affamata. Una volta in Quaresima ho trascorso un po' di tempo in un monastero che osservava un rigido digiuno. Dopo tre giorni l'umile colazione a base di pane e burro con caffè era diventata per me un banchetto.

La lettura del Vangelo ci dice che la gente era stata con Gesù per lo stesso tempo, tre giorni. Avranno quindi avuto appetito, portando a Gesù i loro parenti e amici malati, speranzosi ma ancora ansiosi, forse dopo aver viaggiato a lungo.

Quindi, ciò che conta come banchetto dipende anche dalla fame di coloro che hanno bisogno di mangiare. E forse questo è anche un modo per descrivere il lavoro dell'Avvento: ci è dato questo tempo per far crescere l'appetito per Colui che sta per arrivare. Il punto non è solo quanto gloriosa e splendida sarà quella venuta. Ci passerà davanti se non siamo disposti a riceverla, se non abbiamo appetito per essa, se soddisfiamo la fame della nostra anima con un cibo più immediato, forse più bello, ma meno salutare.

Il Signore viene a salvarci, ma se non abbiamo bisogno di un Salvatore? E se la salvezza la trovassimo già abbastanza altrove? Il pesce e il pane possono sembrare niente in confronto al cibo succulento e ai vini pregiati che possiamo trovare altrove. Ma se siamo zoppi o storpi, ciechi o muti, se siamo affamati e bisognosi, ansiosi e stanchi dopo aver viaggiato tanto - beh, allora la Sua venuta sarà meravigliosa e la apprezzeremo. Sarà sufficiente averlo con noi. Il pesce e il pane che ci offrirà saranno gloriosi e appaganti perché lo riconosceremo in questi doni, cibo del cielo, che contiene ogni piacere, ogni delizia, ogni benedizione.

Il Signore che viene è pieno di compassione per l'umanità in difficoltà: ce lo dice anche il Vangelo di oggi, dalle labbra di Gesù. Che Dio ci dia un chiaro senso del nostro bisogno, un'acuta consapevolezza della nostra fame più profonda, in modo da gioire ed esultare quando quel bisogno sarà soddisfatto e quando quella fame sarà saziata dal Signore che desideriamo.

martedì 3 dicembre 2024

Prima Settimana di Avvento - Martedi


Abbiamo avuto alcune serate molto belle a Roma la scorsa settimana o giù di lì. Ci sono poche nuvole e diventa buio presto. Ci sono un sacco di stelle nel cielo invernale compresa quella grande (Venere? La stella di Natale?) appena sotto la luna. Sui marciapiedi le poche foglie morte rimaste brillano al chiaro di luna. Vivendo qui è difficile immaginare il gelo in terre più a nord, il ghiaccio che si prepara per un'altra notte.

A presiedere queste tranquille serate invernali è la luna. L'anno scorso, il mondo godette della superba visione di una 'superluna' che contribuì più che mai a diffondere quella pace che sempre promana dalla suggestiva vista dei nostri paesaggi notturni. Anche se essa non può di per sé essere descritta proprio come un luogo di pace. Questo perché non c'è vita sulla luna. Dove non c'è vita non c'è lotta, o ansia, non c'è bisogno, o minaccia, o paura. Se la luna è tranquilla, allora è la pace del cimitero, il tipo di pace trovata in luoghi di morte e non la pace piena, ricca, riconciliata, guarita e basata sulla giustizia che la Bibbia chiama shalom.

La terra non è affatto come la luna. Qui c'è la vita, ci sono molti tipi di esseri viventi, e quindi c'è molta lotta, ansia, c'è il bisogno, la minaccia e la paura. Dove c'è vita c'è la possibilità di essere danneggiati, feriti e persino perduti. Gli esseri viventi sono consapevoli del loro ambiente e devono vegliare ed essere attenti. Gli esseri viventi sono sempre ansiosi, o almeno vigilanti, e sono sempre bisognosi, del cibo, di un riparo, o di un compagno. Dove c'è vita c'è anche la minaccia e la paura, anche (forse soprattutto) di altri esseri viventi della stessa specie.

La prima lettura di oggi dipinge un quadro di paradiso, la ricostituzione di tutte le cose in una primordiale convivenza pacifica: l'agnello intrattiene il lupo, il vitello e il giovane leone si riposano insieme, i bambini stanno al sicuro, senza più dolore, senza più male. Il grande gemito del parto è finito e la creazione si assesta nello shalom che arriva con la salvezza.

Ma prima che ciò avvenga la terra, in particolare il mondo umano, è un luogo che ha bisogno di giustizia, di qualche sorta di gestione e bilanciamento della lotta e dell’ansia, del bisogno, della minaccia e della paura. Inevitabilmente, combattiamo gli uni contro gli altri. Ci spintoniamo a vicenda per il cibo e il potere. Siamo consapevoli gli uni degli altri come di potenziali partner, amici e collaboratori, ma anche come diversi, come rivali, forse come non pienamente affidabili, come persone non proprio 'dalla mia parte'.

Il mondo umano resta un luogo in cui dobbiamo lottare per la giustizia, anche se la giustizia spesso sembra essere fuori dalla nostra comprensione. Dove la gente agisce per ripristinare o introdurre la giustizia, spesso finisce per fare qualche nuova ingiustizia. Dove è stato rimosso un tipo di esclusione, di discriminazione e disuguaglianza, nuovi tipi di esclusione, discriminazione e disuguaglianza appaiono al suo posto.

Gesù è vissuto in Palestina, il luogo in cui l'Europa, l’Africa e l’Asia si incontrano. È stata una provincia cardine dell'Impero Romano, a guardia delle grandi rotte commerciali verso l'Oriente e verso il sud. Per secoli era stata contesa da egizi, assiri, persiani, greci e romani. Ancora oggi, la 'Palestina' rappresenta il più ‘nodoso’ dei problemi umani. È il luogo in cui ebrei, cristiani e musulmani lottano per vivere insieme nella giustizia e nella pace. Ci sono molti altri posti in cui culture, lingue, razze e religioni si incontrano e dove devono trovare il modo di vivere insieme. Ma la 'Palestina' è il simbolo di tutti, in particolare delle difficoltà che tutti affrontano.

Gesù nacque dentro questo ‘nodo’ della storia e della geografia del mondo. Noi crediamo che lui sia il Messia promesso nelle Scritture, colui che ha iniziato il regno di Dio dello shalom. La parola significa ‘pace’, ma non solo nel senso di ‘non combattere’. Significa una pace ricca, riconciliata, guarita, basata sulla giustizia, la pace che arriva con il Messia ed è conquistata, a quanto pare, per mezzo del suo rifiuto, della sua morte e risurrezione. 'Egli stesso sarà la pace', ci dice il profeta Michea. 'Nei suoi giorni fiorisca il giusto e abbondi la pace, finché non si spenga la luna', dice il grande Salmo messianico 72, parlando del regno di un futuro figlio della Casa di Davide. Attraverso di lui la terra è stata riempita della conoscenza del Signore.

Il filosofo greco Aristotele ha scritto il libro che per primo fu chiamato “La politica” e in esso dice che la comunità umana e la civiltà sono costruite sulla comunicazione. È con il parlare e l’ascoltare che noi riconosciamo e stabiliamo la giustizia. A Tommaso d'Aquino piaceva l'idea: 'La comunicazione costruisce la città', dice commentando il testo di Aristotele. Fa parte della grandezza umana il fatto che comprendiamo il bisogno di giustizia e siamo in grado di lavorare insieme per cercare di costruirlo. E costruiamo attraverso l'ascoltare e il parlare.

Il Verbo si fece carne in Palestina, nel primo secolo. Nel ‘nodo’ di lotta umana e di preoccupazione, di necessità, di minaccia e di paura, Dio è entrato per pronunciare la Sua Parola. Gesù è il contributo di Dio alla conversazione umana sulla giustizia e la pace. Troveremo la pace, dice, solo amando i nostri nemici. La gente rideva di questo, naturalmente, ma egli ci ha dimostrato che è l’unica via: dovete amarvi gli uni gli altri come io ho amato voi. Noi celebriamo la sua nascita perché è la nostra speranza. Egli è la luce che brilla nelle tenebre di questo mondo. Con la nascita di questo Bambino è arrivato il momento in cui la giustizia ha iniziato a fiorire e la sua pace cresca finché non si spenga la luna.

lunedì 2 dicembre 2024

Prima Settimana di Avvento Lunedì

Letture: Isaia 2.1-5; Salmo 122; Matteo 8.5-11

Il salmo di oggi è uno dei salmi “di salita”, canti intonati dal popolo durante il pellegrinaggio verso Gerusalemme. Sono tra i più belli e gioiosi dei salmi. In essi il popolo attende con ansia di vedere per la prima volta la città santa, di arrivare tra le sue mura e soprattutto di entrare sotto il tetto del Tempio per essere il più vicino possibile alla gloria della presenza di Dio per la maggior parte degli esseri umani. Solo il Re e il Sommo Sacerdote potevano andare più vicino, nel Santo dei Santi, e solo in rare occasioni.

Questi salmi evocano un tempo stabile nella storia del popolo di Dio. Il popolo di Dio risiede nella terra, svolge il proprio lavoro e alleva la propria famiglia, cercando di essere fedele all'alleanza e di ricevere le benedizioni promesse per questa fedeltà. Parte di questa fedeltà era il culto nel Tempio, nei giorni stabiliti, per le feste stabilite. Dopotutto, era “la casa del Signore per le tribù d'Israele” - entrambe le parti di questa affermazione subiranno una radicale revisione durante lo svolgimento della storia.

La prima lettura è un brano tratto dai primi capitoli di Isaia che ci porta in un momento storico particolare. Gerusalemme, Giuda, Israele - tutti sono minacciati da eserciti stranieri e sembra già che ci siano state perdite significative. Ma il Signore dice, attraverso il suo profeta, che un resto rimarrà nella città. Sembra uno sforzo per “ricucire le cose” o almeno per salvare qualcosa. Le cose stanno scivolando via, cadendo a pezzi, ma per ora il Signore confermerà la presenza della sua gloria nella città, una nube di giorno e un fuoco di notte, proprio come negli anni della peregrinazione nel deserto. Per ora la gloria del Signore continuerà a fornire riparo e protezione.

In seguito arrivò l'esilio e le sfide radicali che esso rappresentò per la comprensione di sé e di Dio da parte del popolo. La perdita di tutto - terra, città, tempio - significava ripensare dall'inizio a come comprendere la propria chiamata, a come comprendere il Signore, il loro Dio, la cui gloria si era allontanata dal Tempio, a come comprendere cosa Dio avesse a che fare con tutti gli altri popoli del mondo e cosa tutti questi popoli potessero avere a che fare con il Signore, il Dio di Israele.

Il periodo dell'Avvento ci invita a riflettere sulla nostra posizione rispetto a queste esperienze storiche del popolo di Dio. Siamo tranquilli e sicuri, sereni nel nostro culto di Dio e nella comprensione del nostro rapporto con lui? Siamo sotto pressione, sentiamo che le cose stanno scivolando via ma che un momento di “giudizio bruciante”, come dice Isaia, una riaffermazione della chiamata di Dio, potrebbe essere sufficiente per rimetterci in carreggiata, certamente se arriva con una nuova manifestazione della gloria di Dio presente tra noi? Oppure siamo in esilio, avendo perso le sicurezze che finora ci avevano confermato la chiamata di Dio, il suo favore verso di noi, la sua presenza con noi, il nostro posto speciale nel suo piano?

Forse dobbiamo prepararci a un nuovo momento della storia del popolo di Dio, a un nuovo capitolo della storia della Chiesa? La venuta di Gesù fu proprio un momento del genere. Invece di vedere la gente cercare il Signore a Gerusalemme, vediamo il Signore cercare la gente ovunque si trovi. “Verrò e lo curerò” è la risposta immediata di Gesù al centurione che gli chiede aiuto. Invece di prepararsi a entrare sotto il tetto di Dio, il Signore si offre di venire sotto il tetto del centurione, di venire dove lui si trova, di abitare con lui. “Di' solo una parola”, dice il centurione a Gesù.

Gesù è quella Parola, l'unica Parola, pronunciata dal Padre nel mondo e nella sua storia. Tutti gli altri messaggi e rivelazioni sono eco, prima o dopo, di quest'unica Parola. Ci stiamo preparando ancora una volta a celebrare la nascita di questa Parola. Guardando al nostro mondo, alla Chiesa e alla nostra vita, potremmo essere tentati di dire: “Signore, non sono degno che tu entri sotto il mio tetto”.

Il centurione è uno straniero, non un credente secondo i criteri della religione di Israele, eppure in nessun luogo di Israele Gesù ha incontrato una fede simile. Ancora una volta la nostra comprensione viene messa a soqquadro (questo è il giudizio bruciante di cui parla Isaia). Abbiamo bisogno di riflettere ancora una volta su tutto, di cercare una nuova comprensione di Dio e della presenza di Dio agli esseri umani, di capire in modo nuovo il significato della chiamata che abbiamo ricevuto come “membra di Cristo”, di ripensare a cosa Dio ha a che fare con tutte le altre persone che ci sono nel mondo e a cosa tutte queste altre persone hanno a che fare con Lui.

La nostra mente si concentra su Betlemme, la casa del pane, un tempio per tutti i popoli, Dio che pianta la sua tenda in mezzo a noi. Questa cosa nuova che Dio vuole fare - parlare ancora una volta della sua Parola nel nostro mondo e nella nostra storia, nel nostro tempo e nel nostro luogo - sarà, come sempre, particolarmente diretta a luoghi, comunità e individui che sono “paralizzati e soffrono molto”. Troviamo speranza e coraggio nella risposta di Gesù al centurione: “Verrò e lo curerò”. Vieni Signore, guariscici”.

domenica 1 dicembre 2024

Prima Settimana di Avvento - Domenica (Anno C)

Letture: Geremia 33:14-16; Salmo 25; 1 Tessalonicesi 3:12 - 4:2; Luca 21:25-28,34-36

All'inizio dell'Avvento ci vengono proposte immagini contrastanti, che colgono esperienze contrastanti del tempo. La corona d'Avvento circolare parla del tempo che gira e del ciclo dell'anno, ma le letture delle Scritture, per lo più tratte dai profeti, parlano del tempo in modo lineare, di ciò che è accaduto nel passato, di dove siamo ora e di ciò che ci aspetta in un futuro promesso. Ognuno di essi sembra “naturale”: l'anno gira, eccoci di nuovo a prepararci per il Natale, ma ognuno di noi è anche un anno più vecchio dell'anno scorso e questo non può essere invertito. Il sacramento della riconciliazione ci offre la possibilità di “tornare all'inizio”, di scrollarci di dosso le scorie che abbiamo raccolto e di ricominciare da capo.

Siamo un popolo pellegrino che sta costruendo una città. Ecco un altro contrasto dell'Avvento su cui vale la pena meditare. Siamo in cammino verso un altro luogo, un altro futuro, eppure siamo qui e abbiamo un lavoro da fare qui e ora. Dobbiamo costruire qualcosa qui, tra di noi, negli impegni e nelle relazioni che abbiamo. Geremia dice che Gerusalemme sarà chiamata “il Signore nostra integrità”. Ci sono città che si chiamano così anche nel mondo moderno: Philadelphia (amore fraterno), Los Angeles (gli angeli), Dar Es Salaam (oasi di pace). La città che stiamo costruendo è il Corpo di Cristo, il Regno di Dio, il Popolo Santo di Dio.

A volte si pensa che se la fede cristiana ci orienta verso un regno futuro, in qualche modo saremo meno impegnati e coinvolti in questo mondo che passa. L'esperienza dimostra che è vero il contrario: la speranza cristiana della gloria futura ha sempre rafforzato le persone nell'impegno verso il qui e ora, la dignità e i bisogni di coloro di cui condividiamo la vita, l'importanza di costruire una città di pace e di giustizia, anche mentre siamo in viaggio verso una città che rimarrà.