Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

martedì 30 dicembre 2025

SETTIMO GIORNO FRA L'OTTAVA DI NATALE


Dio ha mostrato misericordia perdonandoci i nostri peccati. Ma non solo il perdono è misericordia di Dio. L'intera opera di Dio è misericordiosa. La creazione stessa fluisce dall'amore generoso e dalla misericordia di Dio. È già un'opera di misericordia il fatto che Dio abbia pietà di ciò che non era, al fine di portarlo ad essere. La creazione stessa è partecipazione all’esistenza propria di Dio, alla vita, alla saggezza e all'amore di Dio. Dio non aveva bisogno di crearci e l’averlo fatto è un dono generoso. La creazione avviene attraverso i benevoli propositi di Dio.

Sono questi benevoli propositi di Dio che disegnano questo mondo e guidano la sua storia. Quegli stessi benevoli propositi ci chiamano a vivere con Dio e a condividere una felicità oltre i nostri sogni. Quei benevoli propositi hanno condiviso con il popolo di Israele i doni della saggezza e della legge di Dio. I suoi benevoli propositi sono giunti al culmine a Natale con la nascita di Gesù - la Parola, e la sapienza, e la legge, di Dio. Gesù di Nazareth è il benevolo proposito di Dio in persona.

Misericordia significa dono o grazia, qualcosa che si è ricevuto per pura generosità. La venuta di Gesù riguarda questa generosità: 
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto

e grazia su grazia (Giovanni 1,16). 
La parola latina per misericordia è la stessa, ‘misericordia’, che si riferisce sia alla miseria che al cuore. La misericordia è una compassione che è sincera, e Gesù viene dal cuore di Dio: 
Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato (Giovanni 1,18). 

Tutto ciò che sappiamo dell'amore ci dice che l'amore sarà misericordioso. Tutto ciò che sappiamo dell'amore ci dice che l'amore sarà gentile e generoso. Tutto ciò che sappiamo dell'amore conferma che esso è vissuto come immeritato e liberamente dato. Tutto ciò che sappiamo dell'amore ci dice che si tratta di un’unione di cuori.

L'amore e la misericordia rimarrebbero solo un meraviglioso, ma impossibile sogno se non fosse per Gesù Cristo. Ha combattuto contro i nemici dell’amore, dell'egoismo, la disperazione, la malattia, il peccato e la morte. Alla fine non è stato un bello spettacolo, questo bambino nato in semplicità e gioia che è morto in lacrime e sangue sulla croce. Ma era sempre Dio che rivelava in questo modo i suoi benevoli propositi e la vittoria della misericordia divina. È stato il trionfo della grazia e della generosità di Dio su tutta l’avarizia, l'egoismo, l'orgoglio, la crudeltà, l'inganno, e la paura (le armi dell'Anticristo) che possono essere dispiegate contro quella grazia e quella generosità.


Il benevolo proposito di Dio è che il cuore umano - guarito e liberato – sia reso uno con il cuore di Dio. Lo splendore infinito della misericordia di Dio risplende attraverso il cuore spezzato del bambino nato a Natale, quel bambino nel cui cuore Dio e l'essere umano sono per tutti i tempi resi uno nell’amore.

SESTO GIORNO FRA L'OTTAVA DI NATALE

Letture: 1 Giovanni 2:12-17; Salmo 96; Luca 2:36-40

Il cielo e la terra possono passare, ma la Parola del Signore dura per sempre. E chi fa la volontà di Dio rimane in eterno, secondo la prima lettura di oggi.

Anna è molto anziana. Qualunque sia il modo in cui traduciamo le informazioni su di lei, il risultato è lo stesso: è una donna molto vecchia. Sta passando, possiamo dire, proprio come Simeone e come la precedente dispensazione che viene sostituita dalla nascita del Figlio. Ma, sempre come Simeone, è una che ha fatto la volontà del Signore e quindi rimane per sempre.

Le frasi usate nella prima lettura per descrivere ciò che il mondo ha da offrire - la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi, l'orgoglio della vita - sono esattamente ciò che attirò Eva e Adamo verso il frutto proibito. Vedendo che era piacevole alla vista, buono da mangiare e che li avrebbe resi saggi, decisero di mangiarlo, con conseguenze drammatiche. Simeone e Anna ci vengono presentati come santi dell'antica dispensazione, persone che hanno fatto la volontà di Dio e quindi si sono elevati al di sopra di questi desideri mondani.

La prima lettura ci offre, quindi, uno dei testi giovannei in cui il mondo ha un'accezione molto negativa. Se qualcuno ama il mondo, l'amore del Padre non è in lui, ci dice. Ma questa è un'affermazione strana se si considera che nel famoso testo di Giovanni 3,16 ci viene detto che Dio ha tanto amato il mondo da mandare il suo unico figlio non per condannarlo, ma perché sia salvato da lui. E Gesù stesso lo conferma, dicendo di essere venuto non per condannare il mondo, ma per guarirlo e salvarlo.

Una via d'uscita da questa apparente contraddizione sarebbe quella di dire che il termine “mondo” viene usato in due prospettive diverse, per una delle quali il mondo è un luogo cattivo e per l'altra un luogo buono. Ma questo è troppo facile. La verità è più complicata, come spesso è la verità. È lo stesso mondo in cui il cristiano deve stare in guardia che è amato da Dio.

Papa Francesco ha recentemente aperto una discussione sulla traduzione di una frase del Padre Nostro. “Non ci indurre in tentazione”, ‘non ci mettere alla prova’, ‘non permettere che siamo tentati’: sono tutte possibili traduzioni della penultima frase. Non è che Dio stia cercando di metterci fuori gioco, ma il mondo, proprio perché è buono e bello, può distrarci e sedurci per farci apprezzare le cose del mondo più di quelle del cielo.

Non c'è modo di evitare la tentazione, che è inevitabile. Ma come dice Santa Teresa d'Avila, è qui che si vede la virtù, non restando nascosti in qualche angolo sicuro, ma vivendo il più pienamente possibile la vita che ci è stata data in questo mondo, negoziando la nostra strada verso la serenità e la saggezza della vecchiaia, come Simeone e Anna, ma “in mezzo alle occasioni di caduta”. E, Dio sa, nonostante le numerose cadute. Altrimenti perché avere bisogno di un salvatore? Altrimenti perché parlare della redenzione di Gerusalemme?


lunedì 29 dicembre 2025

QUINTO GIORNO FRA L'OTTAVA DI NATALE

Letture: 1 Giovanni 2,3-11; Salmo 96; Luca 2,22-35

Nel celebrare la nascita del Verbo come uomo, celebriamo un nuovo tipo di conoscenza, una nuova luce, una nuova comprensione della vita umana che è venuta al mondo con lui. Egli è la saggezza eterna di Dio.

Ma non si tratta solo di un cambiamento intellettuale, di una nuova informazione, bensì di una nuova prassi, di una nuova possibilità di vita, poiché questa nuova luce è una nuova vita e un nuovo amore. In un certo senso, come dice la prima lettura di 1 Giovanni, è un vecchio comandamento, il comandamento originale, poiché la legge data attraverso Mosè è già una rivelazione di questa stessa saggezza. Ma in un altro senso è un nuovo comandamento a causa della nascita di Cristo, poiché ora, come dice ancora 1 Giovanni, la vera luce sta già risplendendo.

Non è solo che Dio ci dà un esempio nuovo e più attraente di buona vita, non è solo che Dio ci dà un motivo più convincente per vivere bene. Dio ha compiuto un'opera nuova, ha agito in modo nuovo e così si è donato al mondo come mai prima d'ora, stabilendo in un momento della storia del mondo un nuovo inizio e una nuova destinazione per l'umanità. La presentazione di Gesù nel tempio mostra molto chiaramente come avviene questo cambiamento.

Tutto è fatto in conformità con la legge del Signore, questo è sottolineato più di una volta, ma tutto è fatto anche per suggerimento dello Spirito che riposa su Simeone, gli rivela cose nuove e lo spinge a recarsi al tempio per incontrare la nuova azione di Dio, la salvezza che illuminerà i pagani e la gloria di Israele, una gloria a lungo promessa a Israele ma il cui compimento è in un modo che nessuno avrebbe mai potuto prevedere. Così lo Spirito gestisce il cambiamento dal vecchio al nuovo, operando in queste persone buone, Elisabetta, Anna, Simeone e soprattutto Maria, così che il nuovo comandamento, secondo cui possiamo essere sicuri di comprendere veramente le cose solo se amiamo il nostro fratello, è piantato in un terreno ben preparato dalla fedeltà al comandamento originario. Il Verbo fatto carne è, come dice Tommaso d'Aquino, il Verbo che respira amore.

Non è solo che l'amore è il significato di questa Parola, l'amore è la potenza e la vita di questa Parola, l'amore è la realtà di questa Parola. Egli è una Parola che viene compresa e accolta solo dove c'è amore e dove le persone vivono lo stesso tipo di vita che ha vissuto Cristo. Questa nuova luce, la Parola di vita, la Parola che respira amore, è destinata a incontrare opposizione, difficoltà e rifiuto.

Tutti coloro che lo seguono devono essere pronti a lottare, ma dove lo hanno accolto e hanno dato alla Parola una dimora, possono camminare senza paura di inciampare. Sono persone che hanno conosciuto Cristo e vivono come lui, vivono nella luce, la loro vita è fondata sulla Parola di vita, amano i loro fratelli e le loro sorelle. Sono le persone che chiamiamo santi ed è in loro che vediamo che conoscere Dio e amare l'umanità sono la stessa realtà.

domenica 28 dicembre 2025

SANTA FAMIGLIA DI GESU', MARIA E GIUSEPPE

Letture: Siracide 3,2-6.12-14; Salmo 128; Colossesi 3,12-21; Matteo 2,13-15.19-23

Quando pensiamo alla famiglia di Gesù tendiamo a pensare prima e forse esclusivamente a Gesù, Maria e Giuseppe, la trinità che compone la Sacra Famiglia. Questa trinità è al centro della storia del Natale ed è stata spesso proposta nella Chiesa come modello per la famiglia cristiana. La prima lettura di oggi dal Siracide (Ecclesiastico) sembra coerente con questo, e anche piuttosto moderna nella sua enfasi sulla famiglia nucleare. Onora tuo padre e tua madre: è un modo per assicurarti il benessere e ti aiuterà a guadagnarti il corrispondente rispetto e affetto dai tuoi figli.

La lettura del Vangelo, tuttavia, amplia la visione e ci obbliga a pensare alla famiglia di Gesù in termini molto più ampi. Siamo portati, con la Sacra Famiglia, fuori da Betlemme, persino fuori dalla Palestina, per adempiere alle profezie che parlano dei rapporti del Messia con l'Egitto e con Nazareth. L'essere chiamati fuori dall'Egitto evoca l'intera storia dell'esodo, la grande impresa compiuta dal Signore, Dio d'Israele, nel scegliere un popolo come suo popolo, nel salvarlo dalla schiavitù e nell'insediarlo nella terra che il Signore aveva scelto per lui.

Gesù ripercorre così il viaggio degli schiavi ebrei. Come Mosè e gli altri bambini maschi degli ebrei, Gesù deve essere protetto dai malvagi disegni di un re dispotico che vorrebbe uccidere questo figlio degli ebrei. Poi, tornando attraverso lo stesso deserto, rientra nella Terra Promessa e con i suoi genitori si stabilisce in una relativa pace e sicurezza nel nord del paese, in Galilea, precisamente a Nazareth.

Egli doveva essere chiamato Nazareno, colui che viene da Nazareth. O forse è un riferimento alla sua consacrazione a Dio, come nel caso di Giovanni Battista e Sansone, che erano "Nazirei", uomini scelti come profeti e maestri del popolo, dedicati fin dall'infanzia a un servizio particolare e peculiare del Signore e del suo popolo.

C'è quindi questo livello di adempimento delle profezie nelle prime esperienze della Sacra Famiglia. Il sogno di Giuseppe è un altro legame con la storia antica del popolo e quindi con la famiglia allargata a cui appartiene Gesù. Come il suo omonimo nel Libro della Genesi, Giuseppe è guidato da Dio attraverso i sogni. È il protettore e il custode della Vergine e del Bambino, un uomo buono e giusto, docile ai suggerimenti dello Spirito Santo che riceve nei suoi sogni. Dietro Giuseppe intravediamo non solo l'ombra del suo lontano omonimo, ma la presenza del Padre Eterno che guida i primi passi di suo Figlio mentre l'opera di salvezza comincia a dispiegarsi.

Quindi la famiglia di Gesù è il popolo di Israele, il popolo scelto molto tempo fa in Abramo, Mosè e Davide, affinché attraverso l'opera di Dio con quel popolo tutte le nazioni della terra potessero essere benedette.

E così viene indicata un'estensione finale della famiglia di Gesù, che include tutta l'umanità, poiché egli è il Salvatore e Redentore di tutti. Anche il livello della "storia secolare" o degli eventi storici ordinari opera, quindi, nel determinare queste prime esperienze della Sacra Famiglia. C'è la presenza di un potere politico tirannico e la necessità di essere prudenti nei suoi confronti. C'è il bisogno di lavoro di Giuseppe e le ragioni pratiche per cui Nazareth sarebbe stato un luogo ovvio per un uomo con le sue capacità per cercare un impiego. L'obbligo del censimento fa sì che questa famiglia, probabilmente originaria della Galilea, si trovi a Betlemme quando nasce il bambino. La Sacra Famiglia ha vissuto la migrazione e l'esilio, come tante famiglie hanno vissuto queste cose durante l'anno passato.

La famiglia di Gesù è vasta quanto il genere umano e quindi la sua opera non può che essere "cattolica", onnicomprensiva e universale. Allo stesso tempo, egli non è un'idea o una teoria sulla fratellanza universale. Egli appartiene a persone particolari in un luogo particolare in un momento particolare. Questo è ciò che rende realistica la speranza cristiana di fratellanza universale. Essa nasce da una radice incarnata nella storia reale dell'umanità. Cresce da un seme piantato quando questo Bambino fu sepolto nella terra. Si fonda su una vita che scorre da quando questo Nazareno, Re dei Giudei e Salvatore di tutti i popoli, fu chiamato fuori dall'Egitto, "Egitto" che ora è il regno della morte. Da lì è stato chiamato nella sua risurrezione dai morti e ora guida il suo popolo, la sua famiglia, in un regno di vita, una Nazareth celeste dove saremo a casa con Lui, con Maria e Giuseppe, con il Padre Eterno e lo Spirito Santo, con tutti i nostri fratelli e sorelle, in una comunione di vita eterna e amore infinito. Questa è la vita familiare del Figlio di Dio ed Egli è venuto per assicurarci che potessimo farne parte.

sabato 27 dicembre 2025

SAN GIOVANNI EVANGELISTA - 27 DICEMBRE

 Letture: 1 Giovanni 1:1-4; Salmo 97; Giovanni 20:1-8

Gli apostoli sono i testimoni sulla cui testimonianza è costruita la Chiesa. Come testimoni, parlano di ciò che hanno visto, sentito e toccato. Questo è ciò che qualifica una persona per essere un testimone: ha sperimentato qualcosa immediatamente, ne ha una conoscenza personale e quindi può parlarne con autorità. Non solo abbiamo visto il Verbo della vita, dice Giovanni nella sua prima lettera, ma lo abbiamo anche toccato con mano. E ora ne parliamo perché possiate avere comunione con noi nella conoscenza della Parola e sperimentare la gioia che ne deriva.

L'affermazione di questi testimoni è unica. Essi affermano di aver visto, udito e toccato la Parola di vita. Nelle loro esperienze con Gesù di Nazareth hanno visto la vita eterna che era presso il Padre e che ora è stata resa visibile nel mondo. “Venite e vedrete” è un invito natalizio. I pastori rispondono ad esso e così anche i Magi. E così anche tutti noi che ci dirigiamo verso il presepe per pregare e adorare il Bambino che è nato, per guardarlo nella semplicità e nella meraviglia della sua nascita.

Venite e vedrete” è l'invito di Gesù ai primi discepoli. Dopo anni di formazione con lui - ascoltando i suoi insegnamenti, imparando da lui a pregare, vedendo le cose miracolose che accadevano attraverso di lui, vedendo soprattutto la gloria della sua morte e l'evidenza della sua risurrezione - attraverso tutto questo i discepoli che lo vedevano, lo ascoltavano e lo toccavano arrivarono a credere di aver visto, ascoltato e toccato il Verbo della vita. Arrivarono a credere di aver visto la vita eterna resa visibile in Gesù di Nazareth.

Se non vedo e non tocco, disse Tommaso dubbioso, non crederò. Così vide e fu invitato a toccare. Noi rimaniamo per sempre dipendenti dalla testimonianza di questi primi testimoni. La Chiesa non è solo una, santa e cattolica, ma è anche apostolica. Non è solo un fenomeno spirituale, ma una comunità umana incarnata e diffusa nel tempo, così che la nostra comunione con gli apostoli è fisica. Il poeta irlandese Sean O'Riordain ha sulla sua lapide l'epitaffio “tutto ciò che sono è una parte del corpo che è il mio popolo”. Possiamo applicarlo alla nostra comunione nella Chiesa: “tutto ciò che sono è una parte del corpo di Cristo che è il mio popolo”. Appartengo allo stesso corpo di Giovanni e Pietro, di Maria Maddalena e Giovanni Battista, di Maria sua madre e di Elisabetta, e di tutti coloro che hanno visto, ascoltato e toccato il Verbo della vita nel corso della sua esistenza terrena.

Non dobbiamo avere paura di considerare le prove della fede cattolica. L'evidenza e la testimonianza di testimoni attendibili: queste sono le nostre vie per conoscere ciò che è vero. Anche se queste prove e testimonianze non portano tutti alla fede, portano molti a credere. E non c'è altra strada per noi se non quella di vedere, ascoltare e toccare il corpo di Cristo vivo nel mondo. Naturalmente lo Spirito muove i nostri cuori a comprendere il significato più profondo di ciò che stiamo vedendo, ascoltando e toccando: Tommaso vede l'uomo ma crede nel suo Signore e Dio.

A livello di sentimento e di emozione sentiamo di nuovo l'attrazione della fede cristiana mentre ascoltiamo le letture delle Scritture e cantiamo le canzoni del Natale. Se fosse vero che il Principe della Pace è nato per noi. Se fosse vero che il Bambino che onoriamo è il Salvatore del mondo. Se fosse vero che tutte le prigionie e le oppressioni, tutte le tenebre e le prigionie sono dissolte e illuminate dalla sua venuta. Se fosse vero ....

La testimonianza degli apostoli è che è vero. Ciò che abbiamo visto e udito, ciò che abbiamo toccato con mano, è il Verbo della vita, la vita eterna che era presso il Padre e che ora è resa visibile. Vorremmo poter tradurre questa fede in modo più efficace e più potente nel nostro modo di vivere, nelle nostre relazioni, nelle strutture delle nostre comunità, nel nostro servizio ai poveri. Perché anche gli altri devono vedere e ascoltare, devono toccare e sperimentare, se vogliono avere una speranza di arrivare alla fede. Noi dobbiamo essere i testimoni, testimoniare con le nostre parole e con la nostra vita la comunione e la gioia che derivano dalla nostra fede in Cristo.

La liturgia del Natale non si sofferma sull'aspetto sentimentale della nascita del bambino. Siamo subito al lavoro, con la festa di Stefano, un tipo di testimonianza, e la festa di Giovanni, un altro tipo di testimonianza. Che la nostra fede si rafforzi attraverso la celebrazione del Natale di quest'anno, in modo da poter essere, nell'anno a venire, strumenti più efficaci e più potenti di Cristo nel mondo. Possiamo, con le nostre parole e la testimonianza della nostra vita, accogliere coloro che desiderano condividere la nostra comunione, attrarre coloro che desiderano comprendere la nostra gioia, introdurre a Cristo coloro che hanno fame e sete della Parola di vita.

venerdì 26 dicembre 2025

SANTO STEFANO - 26 DICEMBRE


In The Stolen Child, una delle prime poesie di W.B.Yeats, troviamo il seguente ritornello:

'Vieni, fanciullo umano!
Vieni all’acque e nella landa
Con una fata, mano nella mano,
Perché nel mondo vi sono più lacrime
Di quanto tu non potrai mai comprendere'.

È una poesia funesta, bella e suggestiva. Parla della seduzione della mistica e dell’attrazione del soprannaturale. Quello angelico, quello filosofico, qualsiasi religione naturale: queste cose sono potenti e attraenti. Da giovane Yeats stesso era molto coinvolto nello spiritualismo esoterico, pseudo-mistico. Il bambino umano rubato dalle fate, sedotto dal loro mondo, vivrà in eterno, ma non sarà una vita umana. Il prezzo che deve pagare è quello di rinunciare a tutte le esperienze propriamente umane del mondo. Egli non godrà più dei piaceri dei sensi nel modo in cui gli esseri umani fanno. Né soffrirà nel modo proprio degli esseri umani. Abbandonando la sofferenza ordinaria, il dolore e la desolazione, alla ricerca di emozioni, distrazione e compagnia, si ritrova invece in un mondo crepuscolare, disincarnato, libero dal legame del tempo e dello spazio, ma vuoto, alla deriva, inutile. Il mondo perde i suoi colori ed i suoi profumi, il suo sapore, sensazioni e suoni.

La commercializzazione del Natale è così volgare ed esplicita che non pone gravi minacce al vero significato della festa cristiana. È chiaro, infatti, che non è quello il suo senso.  Più pericolosa è la ‘sentimentalizzazione’ del Natale, quando lo si trasforma in qualcosa di dolce ed emotivo che può essere scambiato con la realtà. Non è di questo che si tratta, la nascita di un bambino nel buio dell'inverno? Ahh! Sì, a condizione che diciamo molto di più del bambino e dell'oscurità che è venuto a disperdere. La celebrazione del martirio di Santo Stefano sulla scia del Natale ci salva dal troppo sentimentalismo.

L’Infante Cristo è nato in questo mondo reale che vive i propri problemi e le proprie ansie, pianto e lotta, depressioni e delusioni e tradimenti, discorsi di guerra e ostilità, dimenticanza di Dio e dei poveri, culto degli idoli e spaccio di miti. Vieni, fanciullo umano, vieni all'acque e nella landa, con una fata, mano nella mano. C'è troppo pianto, troppa sofferenza, troppo dolore. Non è forse questo ciò che la religione dovrebbe assicurare, conforto nel dolore, consolazione nella sofferenza, sicurezza per chi è nel disagio psicologico? La grande fuga.

Gesù prepara i suoi discepoli per situazioni nelle quali saranno odiati da tutti. Stefano deve affrontare persone infuriate che digrignano i denti. Coloro che cercano di essere fedeli a Gesù e al suo insegnamento saranno consegnati ai tribunali, flagellati nelle sinagoghe, trascinati davanti a governatori e re. Essi saranno portati nei tribunali e rilasciati, respinti e detestati, scherniti e temuti. In tali circostanze, si è tentati di tradurre il tutto in qualcosa di 'spirituale', forse anche di 'mistico'. Non politico, o fisico, o storico. Qualcosa di gradevole, elevato, facendo un passo indietro da tanta roba torbida, invece di esserne immersi e andare al sodo. Le persone criticano la Chiesa accusandola di essere troppo distaccata dal mondo 'reale' e di essere troppo coinvolta nel mondo 'reale'. Deve mettersi più in gioco. Non deve ficcare il naso.

La morte di Stefano, sulla scia del Natale, ci salva dai mondi fatati del sentimentalismo, della falsa spiritualità e dello pseudo-misticismo. Il Principe della Pace è nato in un mondo che è sempre in guerra. La sua presenza sposta i termini di quella guerra su un altro piano perché egli è venuto con una spada, portando il fuoco. Il fuoco è lo Spirito che possiede il bambino umano e che lo conduce, non nel paese delle fate, ma più in profondità nel mondo umano, ancora di più nelle sue complessità e difficoltà, nel fondo del calice bevuto dal Figlio dell'uomo, il luogo di amarezza e lacrime, il luogo dell'amore e della pienezza della vita umana. Perché lo Spirito è Spirito dì verità e quindi di vita, giustizia e dignità.

giovedì 25 dicembre 2025

NATALE - MESSA DEL GIORNO


Queste sono tra le più belle letture che si possano scegliere in tutte le Scritture. 'Come sono belli sui monti i piedi di coloro che recano una buona notizia', le sentinelle che annunciano il ritorno del Signore. 'Dio, che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio'. 'In principio era il Verbo, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose, che era la vita e la luce degli uomini’: l'essere, la vita, la comprensione. E 'anche se la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo'. 'Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda in mezzo a noi e noi abbiamo visto la sua gloria'.

Come perle o diamanti preziosi si può permettere allo splendore di queste frasi di illuminare le nostre menti e lentamente nutrire i nostri pensieri. La loro lettura pubblica deve sicuramente toccare anche il nostro cuore. Forse hanno il potere che hanno non solo perché sono testi bellissimi in se stessi, ma per la funzione che hanno nella lunga tradizione centenaria della Chiesa. Mentre li ascoltiamo, sappiamo che anche i nostri antenati hanno ascoltato queste parole, si sono chiesti il loro significato, sono stati incoraggiati e animati da ciò che esse rivelano.

Possiamo sperimentare reazioni simili di fronte alla grande letteratura di ogni genere, un sonetto o soliloquio di Shakespeare, un passo di Dante o Milton, nei tempi moderni una poesia di Seamus Heaney, o alcune pagine di Sebastian Faulks, o la visione di un meraviglioso film ... la letteratura ha questo potere, di evocare sensazioni e identificazioni, di porre a noi le questioni di senso e fine. Tutte le parole di valore, parole che portano la verità, o che sono belle, o parlano di bontà, sono scintille della Parola. Vengono da e puntano verso la Parola increata originale che era con Dio all'inizio e era Dio. Ogni verità, tutta la bellezza, tutta la bontà si manifestano nel pronunciare quella Parola. Tutto l'essere, tutta la vita, tutta la conoscenza e la comprensione, sono stabilite nel proferire quella Parola.

Tutto ciò potrebbe costituire un problema per qualcuno, così meraviglioso come sembra! Se Dio non esiste, per esempio, allora non ci può essere il Verbo increato originale di Dio. I filosofi e gli scrittori ancora oggi stanno sollevando la questione della finalità delle cose, che descrive il livello tipicamente umano della nostra esperienza e il modo in cui il mondo sembra aver bisogno di un destino, un principio di forma e di guida che evoca, forma e disegna progressivamente le cose. La gente parla della spiritualità che c'è nell'arte, nella musica e nella poesia, ciò che evoca e tira fuori in loro, il senso di qualcosa di misterioso al cuore della nostra esperienza.

Alcuni potrebbero avere problemi in un altro senso: cosa può significare che 'il Verbo si fece carne', questa identificazione del Verbo increato originale con un essere umano, Gesù di Nazareth, Gesù chiamato il Cristo? Quel nome che compare nel grande prologo del vangelo di Giovanni dovrebbe scuoterci e disturbarci. Sappiamo che sta arrivando: Giovanni ci prepara a lui parlando del suo omonimo, Giovanni il Battista, che testimonia la luce che è venuta dopo di lui. In un certo senso, quindi, non siamo sorpresi quando la dimora di Dio con noi si identifica con Gesù Cristo. In un altro senso, come può la pienezza della divinità essere trovata, essere contenuta in un solo individuo umano?

Questa è la domanda che Gesù pone più avanti ai suoi discepoli: chi dite che io sia? La grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo, Giovanni ci dice. 'Grazia e verità' è l'amore saldo e fedele così ben attestato, nell'Antico Testamento, come il carattere del Signore, il Dio d'Israele. Abbiamo percorso una lunga strada dal momento in cui il Signore è stato inteso come un Dio tribale in lotta per il suo popolo eletto, che caccia via gli altri popoli e i loro dei. Abbiamo percorso una lunga strada anche dall'universalismo del profeta Isaia, che prevedeva l'arrivo di tutti i popoli in Sion per adorare il Dio di Israele. Abbiamo qui un compimento delle profezie di Ezechiele, secondo le quali Dio sarebbe venuto lui stesso per pascere il suo popolo, per cercarlo, per guarirlo, per prendersi cura di loro e riconquistarli con la sua tenerezza e il suo amore. 'La grazia e la verità', in altre parole la natura divina, sono venute nel mondo per mezzo di Gesù Cristo.

La nostra fede, allora, non è solo una spiritualità. La nostra è una religione fisica, ci chiede di credere in eventi e persone in carne ed ossa, che vivono e agiscono nel nostro spazio e nel nostro tempo. In un certo senso, la spiritualità è facile. Paradossalmente, è a portata di mano. Siamo in grado di passare facilmente dal sentimento all'emozione, al sentimento profondo e alla compassione, a un senso di qualcosa di misterioso che si apre attraverso ciò: è ciò che la musica, la poesia e la grande arte fanno in noi.

Più difficile da credere è la presenza del Dio creatore nell'impotenza di un bambino appena nato. Non solo nel senso che ogni neonato è, come giustamente crediamo, un dono di Dio. Ma la convinzione che in questo particolare neonato, figlio di Maria e come si suppone anche di Giuseppe, il Verbo increato originale, immutabile con il Padre nell'eternità, diventa uno di noi.

Una rapida riflessione ci assicura che questa è l'unica cosa che vale la pena di credere. Tutte le altre interpretazioni delle letture, come quelle che sentiamo oggi - più razionaliste, più intellettuali, più spirituali, le interpretazioni più letterarie - tutte queste ci lasciano esattamente dove eravamo prima. Con sentimenti ammirevoli e domande, sì. Ma la convinzione che in Gesù Cristo Dio diventa visibile, che il mistero al cuore della realtà si è rivelato in forma umana: questo è qualcosa che vale la pena di credere e ha implicazioni immediate per il modo in cui valutiamo noi stessi, la nostra carne, la nostra animalità, il nostro corpo, la nostra dignità di ciò che siamo. Egli non è un visitatore angelico da un altro piano così come non ci sono visitatori angelici intrappolati in corpi animali. Egli è un essere umano come noi, in realtà più umano di noi.

Ecco una poesia che lo esprime bene. È di Edwin Muir. Può essere letta come una bella descrizione dell’esperienza di incontrare un'altra persona e innamorarsi. Ma cerchiamo di interpretarla oggi, il giorno di Natale, nel registro delle letture della Scrittura che abbiamo appena ascoltato. Ascoltiamo questa poesia come se parlasse di Gesù Cristo, della nostra esperienza di incontro con Lui, del fatto che Egli è la Parola o Sapienza di Dio per mezzo della quale tutte le cose sono state create:

Sì, il tuo, amore mio, è il vero volto umano.
Lo avevo atteso a lungo nel mio animo,
Vedendo il falso e cercando il vero,
Poi ho trovato te come d’improvviso un viaggiatore
Trova un luogo accogliente in mezzo a sperdute
Valli e rocce e strade contorte. Ma te,
Come ti chiamerò? Una sorgente nel deserto,
Una fonte d’acqua in un paese arido,
O qualunque cosa onesta e buona, un occhio
Che rende tutto il mondo luminoso. Il tuo cuore aperto,
Semplice nel dare, dà l’atto primigenio,
Il primo mondo buono, il fiore, il seme alato,
Il focolare, la terra ferma, il mare errante;
Non belli né rari in ogni loro parte,
Ma simili a te, com’erano creati ad essere.

NATALE DEL SIGNORE - MESSA NELL'AURORA

Letture: Isaia  62,11-12; Salmo 96/97; Tito 3,4-7; Luca 2,15-20

I più bei canti natalizi evocano la notte in cui nacque Gesù Bambino, in particolare i due più amati, "Silent Night" e "O Holy Night". Il fatto che ciò avvenga nella quiete e nell'oscurità della notte aggiunge romanticismo all'evento, ma è anche profondamente teologico. La gloria del Signore risplende nel mezzo della notte di questo mondo. Il Signore è venuto nella notte della vita delle persone. Nelle notti buie dell'anima, quando sembra che Dio sia assente, la luce della fede è come una stella che guida chi cerca verso il luogo dove si può trovare il Signore.

San Giovanni della Croce parla di questa luce della fede che ci guida attraverso la notte più buia fino all'incontro con il Signore che ci attende:

Mi illuminò e mi guidò
Più sicura della chiara luce di mezzogiorno
Verso Colui che mi attendeva
Di cui conoscevo bene la presenza,
Là dove nessun'altra presenza poteva apparire 

Oh notte che mi hai guidato!
Oh oscurità più cara dell'orgoglio del mattino,
Oh notte che ha unito l'amante
All'amata sposa
Trasfigurandoli l'uno nell'altra.

Non importa quale sia la nostra notte, non importa quale sia la sua causa, non importa quanto diventi buia, anche la notte del peccato, essa è illuminata dalla nascita del Salvatore. I pastori rappresentano tutti noi mentre trovano la strada per il luogo in cui Egli è nato. Nessun essere umano rimane estraneo alla gioia di questa nascita. Nessun essere umano che entra nel suo mistero rimane immutato.

Giovanni della Croce parla della trasfigurazione operata dall'incontro con Cristo. Anche un altro poeta, Gerard Manley Hopkins, parla in questi termini del potere del mistero della nascita di Cristo:

L'oscurità senza luna si frappone.
Il passato, il passato, non si vede più!
Ma la stella di Betlemme può guidarmi
Alla vista di Colui che mi ha liberato
Da ciò che ero.
Rendimi puro, Signore; Tu sei santo;
Rendimi mite, Signore; Tu eri umile;
Ora, all'inizio, e per sempre;
Ora, all'inizio, nel giorno di Natale.

mercoledì 24 dicembre 2025

NATALE - MESSA NELLA NOTTE


I Vangeli, in particolare Luca, collocano la nascita di Gesù nel contesto più ampio di quello che stava accadendo nel mondo in quel momento. Ci viene detto che questi eventi sono accaduti nei giorni di Erode, re della Giudea (Luca 1,5). Questi era Erode il Grande che, quaranta anni prima della nascita di Gesù, era stato dichiarato Re dei Giudei dal Senato romano. Un uomo paranoico e spietato, rinomato per i suoi progetti di costruzione, in particolare il restauro del Tempio di Gerusalemme.

In relazione a ciò che stava accadendo a Roma, Luca ci dice che Gesù è nato mentre era imperatore Augusto (Luca 2,1). È stato descritto come il principe della pace, perché sotto di lui la guerra cessò e sopraggiunse ovunque la pax romana chiamata anche pax Augusta. Fu Cesare Augusto ad instaurare questa pace, e così venne chiamato il salvatore del mondo.

Questo è il contesto del giudaismo e di Roma. Potremmo essere tentati di chiedere che cosa stesse accadendo in altri luoghi significativi in tutto il mondo, al momento della nascita di Gesù. Che dire di Atene e la filosofia, per esempio? Sembra una domanda interessante per noi, che potremmo essere interessati alla filosofia, alla scienza e alla sapienza. I Vangeli non ci dicono chi fosse il successore di Platone nell'Accademia di Atene al momento della nascita di Gesù. È probabile che in realtà non ci fosse alcun successore, essendo stata distrutta l'Accademia da un generale romano circa ottant'anni prima della nascita di Gesù.

Ma seguendo l’esempio di Luca in relazione alla Palestina e a Roma, sembra una cosa legittima per noi almeno speculare sulla sapienza, la conoscenza e la filosofia e chiederci come la nascita di Gesù sia correlata a queste cose e come esse andassero nel mondo. Ci sono alcuni suggerimenti circa la sapienza nel brano evangelico che è stato appena cantato (Luca 2,1-14). Sono nascosti in quella semplice dichiarazione degli angeli ai pastori, il segno che essi danno ai pastori, ‘troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia (1,12).

C'è solo un altro luogo nella Bibbia in cui sono menzionate fasce. Si trova nel libro della Sapienza: è un testo attribuito a Salomone, ma in realtà scritto ad Alessandria circa un secolo e mezzo prima della nascita di Gesù. Il passaggio in cui sono menzionate le fasce non è poi così importante: l'autore sta parlando di re e di come essi siano soggetti alle esperienze ordinarie di nascita, invecchiamento e morte. Un re neonato è posto in fasce e ha bisogno di essere curato esattamente allo stesso modo di qualsiasi altro neonato umano (Sapienza 7,4). Quindi non c’è molto su filosofia o saggezza, ma questo passaggio stabilisce almeno un tenue legame per noi. 

Questo legame si rafforza nel riferimento alla mangiatoia. Che era una greppia, un luogo dove gli animali potevano trovare cibo. Nel vangelo di Luca c'è un chiaro legame tra la mangiatoia di Betlemme e l'ultima cena. Betlemme è la casa del pane. La locanda che non aveva spazio per la Sacra Famiglia (Luca 2,7) è chiamata con lo stesso termine che viene utilizzato per la stanza o pensione dove Gesù istruisce i suoi discepoli per la preparazione della Pasqua (Luca 22,11). L'ultima cena diventa allora la nostra Eucaristia, nella quale riceviamo Gesù come il pane della vita e il pane vivo. Tutti questi legami molto forti con la sapienza, con i modi con cui l'Antico Testamento parla della Signora Sapienza, che passa per le strade, invita la gente a trovare riparo e sostentamento con lei, a venire al suo banchetto di vino e mangiare il suo pane. Quel pane è la conoscenza, la comprensione e la sapienza che ella ha da offrire, una guida per la vita umana, un vero insegnamento, e così via. Nel bambino che nasce vediamo l'adempimento di tali promesse perché lui è la sapienza di Dio, ci alimenta con la Parola di Dio e ci nutre con il suo Corpo e Sangue.

Vi è un altro legame tra Betlemme e la filosofia: si può dire che la filosofia occidentale è cominciata in una grotta e che anche la storia cristiana è iniziata in una grotta (o in una stalla: in ogni caso, il rifugio in cui è nato Gesù). A tutti coloro che studiano filosofia è stato riferito molto presto della caverna di Platone, la sua allegoria sulla gente seduta incatenata che guarda le immagini e le ombre su una parete, pensando che sia la realtà; poi in qualche modo uno di loro si libera, si volta, trova lungo la caverna la propria via del ritorno verso la luce e nel mondo. Tutto ciò riguarda la realtà e la verità e la ricerca della filosofia per trovare la verità e vivere nella luce.

Con la nascita di Gesù, possiamo dire che anche la filosofia cristiana inizia in un “grotta”, a Betlemme. Ci sono due contrasti sorprendenti, tuttavia, tra la caverna di Platone e il luogo della nascita di Gesù. Uno è che nella storia di Platone il sole è fuori e colui che cerca la saggezza e la verità deve allontanarsi dal punto in cui si trova e andare alla ricerca di quella luce al di là o dietro la sua esperienza immediata. Con la nascita di Cristo, invece, il Sole di giustizia si trova all'interno, nella grotta. Il Verbo è nato per noi nel mezzo della nostra oscurità, nel luogo della nostra confusione, incertezza e irrealtà. La sapienza è venuta a noi per illuminare le nostre tenebre e ci conduce alla verità.

L'altro contrasto tra la storia di Platone e l'evento Cristiano è che l'energia che muove il filosofo di Platone alla ricerca della verità è, come dice Platone altrove, l’eros, un essere sedotti dalla bellezza che ci stimola, ci attrae e ci conduce. Per l'Ebraismo e il Cristianesimo è l’eros di Dio che origina le cose, prende l'iniziativa ed è la forza motrice della rivelazione e della salvezza. Questa può sembrare una cosa rischiosa da dire, parlare di eros di Dio, ma vi è abbondanza di supporto su ciò nelle letture bibliche che ascoltiamo in questi giorni. La vigilia di Natale abbiamo sentito Zaccaria, il padre di Giovanni Battista, proclamare che è la “tenera misericordia” del nostro Dio che ha portato a questi eventi (Luca 1,78). E, nella seconda lettura della Messa dell’Alba del giorno di Natale, Isaia ci ri-assicura che siamo un popolo “ricercato, una città non abbandonata” (Isaia 62,12).

L'eros in noi di cui Platone parla è pur sempre al lavoro, il nostro desiderio di conoscenza, comprensione e verità, ma la sua destinazione finale non è chiara. Come cristiani noi crediamo che il nostro desiderio è soddisfatto dall’eros di Dio, l’amore di Dio per l'umanità che non solo è venuto incontro al nostro desiderio, ma, in primo luogo, lo ha anche creato e lo sostiene.

La parte finale del segno dato dagli angeli ai pastori è che troveranno un bambino. Che questo bambino sia il nostro Creatore è la meraviglia del Natale spesso sottolineato dai predicatori e dagli insegnanti. Ha anche questo significato: che il Creatore è entrato nel nostro modo di crescere nella conoscenza, nella comprensione e nella sapienza. Egli non è solo un visitatore, un tipo di essere ultraterreno che decide di trascorrere un po' di tempo con noi e poi torna al luogo cui propriamente appartiene. No, il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi. Dio si è fatto uomo, assumendo la nostra natura, entrando nella nostra situazione, e sperimentando ciò che una generazione precedente di filosofi avrebbe denominato come la “condizione umana”. È entrato nel nostro modo di crescere nella conoscenza, nella comprensione e nella sapienza, ed è cresciuto nella nostra carne. Luca poi ci dice questo: che il bambino è cresciuto in forza, sapienza e grazia (Luca 2,40.52). Lo ha fatto in modo che possiamo entrare nel suo modo di conoscere, capire ed essere saggi. Egli è venuto per stabilire questa comunione con noi, condividendo il nostro modo di crescere in sapienza e grazia e così ci introduce alla sua sapienza e grazia. Il nostro amore per la sapienza, la nostra filosofia, trova in lui il suo termine, è la meta del nostro desiderio di verità, e lui è la conoscenza che cerchiamo. 

Così come sappiamo che non è Erode, ma Gesù di Nazareth, che è davvero il re dei Giudei, restauratore del Tempio e Messia di Israele, e proprio come sappiamo che non è Cesare Augusto, ma Gesù Cristo che è veramente il salvatore del mondo e il principe della pace, quindi sappiamo che la conoscenza, la comprensione e la verità si trovano, in ultima analisi, solo in Colui che è la sapienza e la via per la sapienza, la sapienza che viene da Dio a ordinare tutte le cose con dolcezza, che viene a insegnarci la via della prudenza. 

AVVENTO - 24 DICEMBRE


Nell’ascoltare il Messia di Handel, i bambini possono fare, talvolta, domande che concentrano l’attenzione su qualche espressione divertente del grande Oratorio di Natale. 'Noi tutti come pecore', per esempio, inizia una parte riguardante tutti gli esseri umani che si smarriscono, proprio come pecore, ma ciò provoca su un bambino la comprensibile domanda: 'Perché agiscono tutti come pecore'? E ‘cosa sta facendo il governo alle sue spalle’ è un'altra domanda ragionevole posta da un altro bambino, ascoltando attentamente le parole.

In una comunità in cui vivevo, la vigilia di Natale c'era un’assoluzione regolare da difetti contro la regola e per penitenze non ottemperate. Le preghiere utilizzate ricordavano al superiore, e a tutti noi, che egli era responsabile anche 'del governo delle anime’ di coloro che erano sotto la sua responsabilità. Le letture della Messa della vigilia di Natale sono circa il governo, il tipo di governo esercitato da Dio per il bene del popolo.

Come tutti noi, forse un po' più del normale, il re Davide è bramoso di autogoverno. Egli ne è bramoso al punto da voler includere Dio tra coloro sui quali esercita la propria responsabilità. Egli costruirà una casa per Dio. Ma, tramite il profeta, Dio fa notare a David che il governo (e quindi la responsabilità, la cura) va nella direzione opposta. In primo luogo, è Dio che ha creato David. È Dio che costruirà una casa per David. Non sarà tanto David a trovare un posto per Dio nel suo mondo (quanto questo aumenterebbe il potere di David!) ma sarà piuttosto Dio a trovare un posto per David nella sua creazione (quanto ciò aumenta la salvezza di David!). Dio crea e governa tutto ciò che ha creato. Ma Dio anche permette agli esseri umani di condividere il suo governo della creazione. Con la nascita di Suo Figlio, egli concede agli esseri umani di condividere in modo nuovo e straordinario il proprio divino governo della creazione. 'Sia fatto di me secondo la tua parola’. Diventiamo partecipi della provvidenza di Dio, non solo destinatari passivi di essa ma fautori del suo progresso nella storia umana.

Le responsabilità del governo hanno sempre lo scopo di garantire la pace, la sicurezza e la prosperità al popolo governato. Queste sono le cose promesse nel Benedictus di Zaccaria, il grande cantico o preghiera con cui il padre del Battista saluta la sua nascita. Viene restituita la parola a lui che era stato reso muto da questa nuova visita del Suo popolo da parte di Dio. Il silenzio della legge antica è portato a termine e Zaccaria, che simboleggia la legge antica, ritrova le parole per accogliere la nascita del Verbo.

La costituzione su cui è stato stabilito il governo di Dio sul suo popolo è il patto che egli ha stipulato con loro. Questo documento di fondazione composto prima con Mosè e poi rinnovato con giudici e profeti, stipulato di nuovo con la casa di Davide, ora, per la misericordia di Dio, sarà ancora una volta ricordato e rinnovato. Ha a che fare, adesso, con la tenera misericordia di Dio, la bontà di Dio come Salvatore e Redentore, la grazia del perdono e la conoscenza di Dio che arriva con l'essere perdonati. Un nuovo patto significa una nuova base per il governo, un nuovo trattato o accordo, una nuova relazione.

Come nei governi umani, la cura di Dio per il Suo popolo riguarda pace, sicurezza e prosperità. Queste cose sono promesse e garantite dalla nuova alleanza ora stabilita. E proprio come la pace che Gesù porta è una pace che il mondo non può dare, così anche egli offre una sicurezza e prosperità che il mondo non può dare. Il sigillo della nuova alleanza è il sangue del Figlio versato per la salvezza del mondo. I termini del patto sono stabiliti dalla bontà misericordiosa del nostro Dio. 'I termini del patto' sta a significare la fine della rivalità tra Dio e l'umanità, e una responsabilità condivisa per lo svolgimento dei propositi di Dio in tutta la storia.

Durante questa giornata e fino a stanotte, teniamo gli occhi aperti in attesa della venuta del Figlio. Per mezzo di Lui, Dio darà luce a coloro che sono nelle tenebre, a quanti giacciono nell’ombra della morte. Egli ci libererà dalla paura e ci salverà dalle mani dei nostri nemici per servirlo in santità e giustizia. Egli guiderà i nostri passi sulla via della pace.

martedì 23 dicembre 2025

AVVENTO - 23 DICEMBRE

Letture: Malachia 3:1-4, 23-24; Salmo 25; Luca 1:57-66

Il Signore che cercate verrà improvvisamente nel suo tempio": coglie due aspetti dell'esperienza spirituale e della vita di fede. Da un lato c'è l'aspetto dell'attesa, a volte prolungata, che qualcosa si sposti o cambi o emerga alla luce, in attesa di qualche intuizione o realizzazione, in attesa, potremmo dire, di qualche rivelazione. Dall'altro lato c'è la sensazione che quando queste cose finalmente accadono, per quanto a lungo siano state cercate e per quanto profondamente siano state desiderate, accadono “rapidamente”. Un po' come una morte attesa da tempo, il momento in cui la realtà si realizza ha sempre un che di improvviso.

Si racconta di un convento in cui una suora morì all'età di 105 anni: una delle sorelle trasmise la notizia dicendo che la sua morte era “del tutto inaspettata”. La verità di questo commento coglie questo doppio senso, di qualcosa che si aspettava da tempo e che tuttavia è caratterizzato, quando si verifica, da un aspetto di sorpresa, di improvviso. Se siamo tentati di essere filosofici, potremmo dire che si tratta di un cambiamento sostanziale o addirittura metafisico. La realtà non è più la stessa di prima. Questo vale per qualsiasi cosa accada, naturalmente, ma in questo caso stiamo parlando di cambiamenti radicali che vengono registrati da noi: il mondo è un posto diverso e ne siamo consapevoli. Anche se ci siamo preparati e abbiamo aspettato, la realtà, quando arriva, è al di là di tutto ciò per cui eravamo preparati, al di là di tutto ciò per cui abbiamo aspettato. Il mondo si sente diverso dopo.

Così è per il compimento delle promesse di Dio a Israele. Esse si realizzano perché Dio è fedele, ma si realizzano in modi che vanno al di là di ogni aspettativa perché è Dio che agisce qui. Il profeta Malachia, l'ultima voce dell'Antico Testamento cristiano, ci dice che il messaggero del Signore purificherà il popolo e lo affinerà. Preparerà un sacerdozio degno per offrire sacrifici degni. La sua venuta sarà preceduta da quella di Elia, un profeta inviato a preparare la sua strada, e a farlo rivolgendo il cuore dei padri ai figli e dei figli ai padri.

Tutto questo si realizza nella nascita di Giovanni Battista, colui che è Elia e il messaggero del Signore. Si compie nella nascita di Gesù Cristo, colui che è il Messia, il Signore venuto a visitare il suo popolo. Nella scena domestica della regione collinare della Giudea, dove i genitori di Giovanni Battista discutono con i loro parenti sul nome da dare al bambino, vediamo questo cambiamento metafisico o sostanziale. Il mondo non sarà mai più lo stesso, non solo nel senso ordinario in cui questo è vero per qualsiasi cambiamento. Il mondo non sarà più lo stesso in senso radicale. Le fondamenta del mondo vengono spostate con queste due nascite. L'umanità è stabilita in una nuova relazione con Dio come risultato di queste due nascite. Quali saranno dunque questi figli? E sappiamo qualcosa della risposta a questa domanda.

Per riprendere la frase struggente della prima lettura, il cuore del Padre, eternamente rivolto al suo Figlio unigenito, si rivolge ora anche a noi, rivelandosi nell'amore di colui che viene. E questo amore si rivela affinché i nostri cuori siano rivolti verso di Lui. Il fuoco del raffinatore e l'alcali del riempitore, che purificano e puliscono, vengono a noi sotto forma di amore, lavorano su di noi come fa l'amore, ci chiamano come fa l'amore, ci puliscono e ci rafforzano come fa l'amore.

È ciò che abbiamo sempre voluto. È ciò che abbiamo desiderato e cercato: luce, vita e amore. Apriamoci ai modi sorprendenti in cui queste promesse si realizzano nella nostra vita. Non importa quanto a lungo abbiamo vissuto e pregato e aspettato, c'è sempre, ancora, questo momento in cui il Signore che abbiamo cercato verrà a noi, il suo tempio, e verrà all'improvviso.

lunedì 22 dicembre 2025

AVVENTO - 22 Dicembre


Ho sentito parlare di un uomo che visitava sua moglie tutti i giorni nella casa di cura dove lei ha trascorso i suoi ultimi anni. Soffriva di demenza e aveva bisogno di cure costanti. Suo figlio gli domandò se questo comportava per lui delle difficoltà. "Non è affatto difficile", disse suo padre, "Anzi! Perché è bella oggi come lo era quando l'ho incontrata per la prima volta".

Il Signore, il Dio di Israele, sta dicendo questo ad Israele e alla Chiesa, nelle letture che ascoltiamo in questi giorni e negli eventi cui si riferiscono. Dio vede "noi" così: belli e fecondi, anche quando noi stessi temiamo il contrario. Questa lunga storia d'amore tra Dio e il Suo popolo significa che noi, quegli amanti da nulla che siamo, siamo considerati belli, siamo considerati nella nostra limitatezza e povertà e bisogno, siamo ancora attesi e non stiamo solo aspettando.

Raramente pensiamo a questo nell'Avvento, che anche Dio sta aspettando noi. Nella sua lettera enciclica sulla virtù teologale della speranza, papa Benedetto cita santa Giuseppina Bakhita, una schiava sudanese che divenne suora in un convento italiano, una donna di straordinaria saggezza spirituale. "Sono definitivamente amata", dice, "e qualsiasi cosa mi succeda, sono attesa da questo Amore. E così la mia vita è buona". Che straordinaria, semplice e profonda spiegazione della "grazia": sono atteso da questo Amore, quindi la mia vita è buona.

Il Magnificat contiene lo stesso insegnamento: tutte le generazioni mi chiameranno beata (graziata), perché Colui che è potente ha fatto grandi cose per me (per Maria, Elisabetta, Israele, la Chiesa, per te, per me). Non c'è bisogno di andare a vedere a chi si riferisca quando parla dei poveri e dei ricchi, degli affamati e dei potenti, degli umili e degli orgogliosi. Siamo noi, tutti noi, ognuno di noi e ogni aspetto di noi: ovunque la nostra libertà risponda alla bontà e all'amore siamo poveri, affamati e umili, e così diventiamo ricchi; ovunque non riesca a farlo, siamo ricchi, potenti e orgogliosi, e così diventiamo poveri.

Di qui la nostra gioia in questi giorni e in tutti i giorni della nostra vita; non perché amiamo Dio e lo aspettiamo, ma perché Dio ci ama e ci attende. "Sono atteso da questo Amore. E così la mia vita è buona. "

domenica 21 dicembre 2025

Avvento Quarta Settimana - Domenica (Anno A)


Se si tratta di attirare l'attenzione, un segno dovrebbe essere eccezionale, sorprendente, diverso, drammatico. Eppure il segno che ci viene offerto nel periodo natalizio è così ordinario! Una giovane donna dà alla luce il suo primo figlio. Il nome del bambino potrebbe sembrare un indizio importante: Emmanuel, Dio-è-con-noi. Eppure anche noi chiamiamo i nostri figli Giovanni, amato-di-Dio, o Domenico, uomo-di-Dio.

È quando la vita di Gesù si legge col senno di poi che la natura straordinaria di questo segno ordinario diventa chiara agli occhi di tutti coloro che credono. Sono stati gli eventi alla fine del percorso terreno di Gesù che hanno rivelato il mistero nascosto, fin dall'inizio, nella sua persona. Fu allora che le storie della sua concezione e della sua nascita vennero raccolte. Fu allora che il modo in cui egli aveva compiuto le profezie del Vecchio Testamento divenne chiaro. Fu allora che il prodigio della sua nascita venne riconosciuto.

San Paolo, nella Lettera ai Romani, espresse già la fede cristiana fondamentale in quella che fu poi chiamata “Incarnazione”. In Gesù Cristo due realtà - la natura increata di Dio e la natura creata del genere umano – si unirono in modo misterioso, unico. Era un essere umano, un discendente del Re Davide, un membro della razza ebraica. Questo è ciò che egli fu 'secondo la natura umana'. Fu anche proclamato, 'nell'ordine dello spirito di santità', Figlio di Dio per la sua risurrezione dai morti.

Dio era stato con il popolo di Israele per secoli: nelle loro gioie e nei loro dolori, nella loro fedeltà e nelle incongruenze, consolandoli e sfidandoli. Ma i Giudei, che erano i primi discepoli di Gesù, ci insegnano come egli fosse, per loro, una presenza unica di Dio in mezzo a loro. Egli è il compimento delle promesse dell'Antico Testamento, dice Matteo. La sua concezione stessa era fuori dal comune, unica. Avrebbe salvato il suo popolo dai suoi peccati, dice ancora Matteo. Attraverso di lui noi riceviamo la grazia e predichiamo in onore del suo nome, chiamando le genti ad appartenere a Gesù Cristo, dice Paolo.

Ripensando allo splendore della Pasqua e di Pentecoste, il massimo prodigio della venuta di Dio nella nascita di Gesù Cristo è il fatto di essere visto. Com'è straordinaria questa presenza ordinaria di Dio con noi! Egli è il Signore e sua è la terra e quanto contiene. Egli è colui che ha fondato la terra sui mari e l’ha stabilita sulle acque. Che strano che egli possa essere con noi nell'impotenza di un bambino! Com'è misterioso che sia stato presente nella vulnerabilità che ha accompagnato la fragile vita dei suoi genitori umani, Maria e Giuseppe!

La cosa più straordinaria di questa presenza di Dio è proprio come essa sia ordinaria. Qui non c'è violenza per l'umanità, nessun assalto ai nostri sensi, non il rifiuto di ciò che è ordinario, carnale, profano e umano. Tutta la carne, tutto il tempo, tutto lo spazio, tutti gli esseri umani, la lotta, la fatica, ogni atto di amare, i pianti e le risate, tutto è santificato, benedetto e reso luminoso da questa incarnazione di Dio. Si è nascosto nel cuore dell'uomo, rendendo santa la nostra vita ordinaria. Così le parole di un poeta contemporaneo, che parla dell'Eucaristia: 'Noi spezziamo questo pane ordinario come qualcosa di sacro'. Allo stesso modo, accogliamo questa persona comune come qualcuno di santo. Santo della santità di Dio.

Potrebbe essere che la presenza nascosta di Dio nell'ordinario e nel povero, nel fragile e nel vulnerabile, nella mancanza di potere e di semplicità, ci sfuggirebbe inevitabilmente se non fosse per questa rivelazione di Dio nella carne umana che celebriamo a Natale?

sabato 20 dicembre 2025

AVVENTO - 20 DICEMBRE


Qual è la differenza tra la domanda di Zaccaria e quella di Maria? Lui dice: 'Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni’ (Lc 1,18). Lei dice: 'Come è possibile? Non conosco uomo' (Lc 1,34). Può essere abbastanza difficile comprendere perché Zaccaria sia criticato (e, a quanto pare, punito) mentre Maria sia lodata. Potrebbe farci tanta pena lui, un vecchio comprensibilmente confuso da uno strano incontro.

L'angelo Gabriele ci dice che Zaccaria non ha creduto mentre Elisabetta ci dice che Maria ha creduto. E se le parole di Zaccaria e quelle di Maria sono molto simili, esprimono però un atteggiamento radicalmente diverso. In Maria, a differenza di lui, troviamo una ricettività che rende possibile la nascita del Verbo.

Colui che Maria dà alla luce è il Santo, il Figlio di Dio. Il segno dato ad Acaz, di cui parla Isaia, era la nascita di Ezechia, un re buono e giusto, fedele nel suo servizio al Signore, in questo modo in contrasto con suo padre, Acaz. Anche Maria dà alla luce un re buono e giusto, Colui che la liturgia descrive come «fonte di ogni santità» (Preghiera eucaristica II), Colui che «fa vivere e santifica l'universo» (Preghiera eucaristica III).

Così Dio visita di nuovo il Suo popolo e rivela la Sua gloria. Si noti, inoltre, che Zaccaria si trova nel tempio, mentre Maria è in casa a Nazareth. Questa nuova visitazione e rivelazione non avviene in quello che sembra il posto più ovvio, il Tempio, il luogo della presenza della gloria di Dio. Avviene dove c'è un cuore ricettivo. Dobbiamo diffidare di ogni atteggiamento padronale verso Dio e la Sua gloria. Forse questa è la lezione fondamentale da imparare dallo sbaglio di Zaccaria: come possiamo lasciare spazio a Dio per fare una cosa nuova, a Dio che, proprio perché è sempre fedele, è sempre creativo? Il Verbo può venire e nascere solo dove c'è un cuore credente. Questo è lo spazio in cui Dio può fare una cosa nuova.

venerdì 19 dicembre 2025

AVVENTO - 19 DICEMBRE


Ogni bambino è un dono di Dio. È uno dei motivi per cui la Chiesa ha un insegnamento sul comportamento sessuale. Il nostro rispetto per la dignità dell'essere umano si vede dal modo in cui accogliamo e apprezziamo i bambini. Sono tra le persone più vulnerabili e il modo in cui trattiamo coloro che sono vulnerabili è il modo in cui trattiamo l'umanità nel suo complesso.

In alcune situazioni questa grande verità - che ogni bambino è un dono di Dio - emerge con estrema chiarezza. Oggi, alla Messa, leggiamo di due situazioni di questo genere. I racconti sono così simili che qualcuno potrebbe essere tentato di dire che il secondo è semplicemente una rivisitazione del primo. Ma non c'è motivo per cui il dono di Dio di un figlio a genitori anziani non dovrebbe avvenire in modi molto simili.

I genitori di Sansone lo ricevono dopo una visita da parte di un angelo del Signore. L'arrivo del bambino è una sorpresa, una grazia più evidente di quella di altre, più normali, gravidanze. Ma forse l'arrivo di simili bambini serve anche a ricordarci quale straordinaria benedizione sia ogni gravidanza: una nuova vita, un nuovo essere umano, che presto sarà con noi, e che "trascina con sé nuvole di gloria", come dice Wordsworth.

La concezione di Giovanni Battista è altrettanto straordinaria ("Io sono vecchio e mia moglie è avanti negli anni"). Come Sansone, Giovanni sarà totalmente dedicato a Dio, un uomo con una missione a favore del popolo. I lunghi capelli non sono così importanti come il fatto che in ciascuno di questi figli della grazia lo Spirito del Signore sarà fortemente presente, energicamente attivo. Dio è all'opera in mezzo al suo popolo. Lo smarrimento di Zaccaria e il successivo silenzio non sono poi così strani come risposta a un visitatore celeste e la sua iniziale incredulità è messa al servizio di ciò che Dio rivela attraverso la nascita di Giovanni il Battista.

Queste gravidanze straordinarie vengono ora ricordate, negli ultimi giorni dell'Avvento, per ambientare la scena della più straordinaria concezione e nascita, quella di Gesù, concepito dallo Spirito Santo e nato dalla Vergine Maria. Ogni bambino è un dono di Dio. Questo è vero più che mai del bambino la cui nascita celebriamo a Natale, l'unico Figlio del Padre, il primogenito di tutta la creazione, il primogenito dei morti.

L'odierna antifona "O" parla di re che tacevano davanti alla radice o alla stirpe di Jesse, il re della casa di David che sta per venire. Zaccaria tace. Leggiamo nel Libro della Sapienza (anche se in un contesto molto diverso) che "mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose, e la notte era a metà del suo corso, la tua parola onnipotente dal cielo, dal tuo trono regale, si lanciò in mezzo a quella terra di sterminio"(Sapienza 18:14-15).

In questi ultimi giorni di Avvento proviamo a trovare alcuni momenti di silenzio in cui rendere grazie per il figlio di Dio che ognuno di noi è; per i bambini che abbiamo conosciuto e conosciamo, ognuno dono di Dio; e per il Bambino, l'unigenito del Padre, pieno dello Spirito di verità e di amore, la cui nascita ristabilisce la nostra dignità, ripristina la nostra speranza e illumina tutte le nostre tenebre.

giovedì 18 dicembre 2025

AVVENTO - 18 DICEMBRE

Letture: Geremia 23,5-8; Salmo 71; Matteo 1,18-24

Un fratello minore andò a parlare con un fratello maggiore. «Abba Carlo», gli disse, «come posso mettere insieme i fili della mia vita? Sono coinvolto in molte cose e sembra che il mio servizio al Signore e al suo popolo mi richieda di essere, come Marta, impegnato in molte cose. Anche dentro di me la mia vita mi sembra frammentata, incompleta, incompiuta. Come posso mettere insieme tutto questo, per vedere quale disegno sta prendendo la mia vita?».

Il fratello maggiore rispose: «Fratello Vito, non è compito tuo mettere insieme i fili della tua vita. Questo è compito di Dio, che un giorno ti mostrerà il disegno che la tua vita sta prendendo. Per ora devi fare ciò che ti viene richiesto, cercare la volontà del Signore in ogni situazione e circostanza, rispondere ai bisogni delle persone che vengono da te in cerca di aiuto. Non è compito tuo preoccuparti di cosa significhi tutto questo, di quale sia il disegno complessivo».

Questo episodio mi viene in mente quando sento il nome che Geremia dà a Dio nella prima lettura di oggi: «Il Signore nostra giustizia». Altre traduzioni sono “Il Signore nostra giustizia” o “Il Signore è la nostra rettitudine”. La prima traduzione si accorda meglio con la storia di Abba Carlo e fratello Vito. Non dobbiamo cercare dentro di noi l'integrità, la giustificazione o la rettitudine definitive della nostra vita. Questo è qualcosa che Dio sta plasmando. Noi siamo, come dice san Paolo, opera d'arte di Dio (Efesini 2,10). Il nostro compito è cercare ciò che è vero e fare ciò che è buono, servire la giustizia e mostrare gentilezza, in ogni momento di ogni giorno. In un altro testo Paolo avverte i Corinzi di non dare giudizi affrettati (1 Corinzi 4,5), ma piuttosto di lasciare il giudizio al Signore. Lasciate la giustificazione della vostra vita a Dio, in cui troviamo la nostra integrità.

Mi viene in mente anche l'episodio di Abba Carlo e fratello Vito perché oggi, per la prima volta in questo Avvento, incontriamo un altro dei suoi personaggi più importanti, Giuseppe, sposo di Maria e padre umano di Gesù. Giuseppe è descritto come un uomo d'onore, un uomo retto, un uomo giusto. Sembra essere naturalmente buono e affidabile. Ma parte di quella bontà consiste nell'essere aperto alle ispirazioni dello Spirito Santo, alla guida di Dio nelle circostanze della sua vita. Come il suo omonimo nel Libro della Genesi, questo Giuseppe è un sognatore. Egli crede in ciò che gli viene rivelato dall'angelo del Signore che gli appare in sogno.

Il sonno, e forse il sogno, è una via ben nota per la rivelazione, l'intuizione, la comprensione più profonda. Si dice che bisogna “dormirci sopra” prima di prendere una decisione. Il salmista lo esprime in modo più bello, dicendo che il Signore riversa i suoi doni sui suoi amati mentre dormono (Salmo 127). Giuseppe è aperto a ricevere una nuova luce su ciò che sta accadendo. È pronto a fidarsi dell'integrità più ampia e profonda del Signore, il cui angelo gli fa visita. È un uomo di maturità spirituale, pronto quindi ad entrare nel paradosso e nel mistero. Possiamo dire che anche per Giuseppe la sua integrità, la sua rettitudine, non è solo la bontà naturale del suo carattere, ma l'opera che Dio sta compiendo in lui e attraverso di lui. Il modello della sua vita, il suo significato nel piano di Dio, viene rivelato non perché Giuseppe stesso lo vede, ma perché è pronto a permettere al Signore di guidarlo in esso.

Giuseppe che si sveglia e porta Maria a casa sua riecheggia il momento in cui Adamo si sveglia e riconosce Eva come «ossa delle sue ossa e carne della sua carne». Il momento della nuova creazione è arrivato e i suoi progenitori, sotto Dio, sono una donna umile e un uomo buono della Palestina. Ognuno di loro confida nel Dio delle sorprese. Dio è sempre creativo e sempre libero, e guida i suoi servi verso una maggiore integrità, rettitudine e giustizia, a volte lungo strade inaspettate. Per Maria e Giuseppe ciò significava la sorprendente e straordinaria integrità che era stata loro data come genitori di Gesù, il Messia.

mercoledì 17 dicembre 2025

AVVENTO - 17 DICEMBRE


Quest' ultimi anni hanno visto l'arrivo di tre nuovi membri della nostra famiglia, pronipoti per me, figlie per i loro genitori, nipoti per i loro nonni, nipoti per i loro zii, cugine tra loro. La nascita di queste bambine ha portato, ovviamente, grande gioia in tutta la famiglia, e il fatto che sono i primi membri di una nuova generazione rende la gioia più profonda, l'emozione più intensa.

La prima bambina che è nata è stata per breve tempo la 'figlia unica' della sua generazione e, quindi, una piccola persona molto potente. Ha creato, da sola, un’intera, nuova serie di relazioni che non esisterebbe senza di lei. È stata la prima nella terza generazione del lignaggio dei miei genitori. Ha fatto sì che suo padre fosse un padre e sua madre fosse una madre. Ha fatto sì che i suoi nonni fossero nonni. Ha creato zii e zie che prima non erano zii e zie. Ha creato prozii e prozie che prima non erano tali. Nel tempo e nello spazio, si può dire, l'arrivo di questa bambina ha trasformato molte cose.

Così succede con l'arrivo di ogni bambino: ora c'è un mondo nuovo. Vengono i bambini, dice il poeta inglese William Wordsworth, 'trascinando nuvole di gloria', venendo 'da Dio, che è la nostra casa' e cosi 'il Cielo riposa su di noi nella nostra infanzia'. Questo è Wordsworth, un po’ platonico nel modo di esprimersi. Ma non c'è dubbio che la gioia che circonda l'arrivo del neonato diffonda attorno a lui una tale purezza e perfezione, una tale, semplice luminosità, che è comprensibile parlare del bambino come di qualcuno che venga da Dio. Dopo tutto, noi parliamo del bambino come 'dono di Dio' e lui o lei rende fortemente presente a noi qualcosa della bontà e della potenza divina.

Vi è ora un altro ramo del nostro albero genealogico ed è in forte crescita. La genealogia è un livello più profondo di quanto non fosse prima. Questi bambini, appena arrivati, prendono il loro posto in quella genealogia, iniziano una nuova generazione, e di questo e per questo noi tutti siamo grati e stupiti. Anche la rete della parentela è resa molto più complessa dal loro arrivo. E anche per questo siamo tutti grati e stupiti.

Che dire del bambino la cui nascita celebriamo a Natale, Gesù, il figlio di Maria e Giuseppe, e il Figlio di Dio? Come ogni bambino umano, egli stabilisce nuove situazioni in famiglia e tra i parenti cui appartiene. Nella genealogia della sua famiglia viene istituito un nuovo livello e si apre una nuova rete di relazioni.

Nel caso di Gesù, crediamo che ciò che si instaura con la sua nascita abbia un significato per tutti noi. Egli viene accompagnato da nuvole di gloria in un modo unico, perché è il Figlio di Dio increato esistente da tutta l'eternità. Egli viene davvero dal seno del Padre ed è quindi il bambino che può rivelarci il Padre. Il Cielo riposa su di lui non solo nella sua infanzia, ma per tutta la vita, persino - meraviglia delle meraviglie - nella sua morte, perché nel suo caso il Padre lo ha risuscitato dalla morte alla nuova vita del regno eterno, una nascita ancora più straordinaria, quella che celebriamo a Pasqua.

Così, Gesù aggiunge un altro ramo all'albero genealogico di Israele e un altro livello alla genealogia del popolo di Dio, sia che lo facciamo risalire ad Abramo, come fa Matteo, sia che lo facciamo risalire ad Adamo, come fa Luca.

E una nuova rete di relazioni è stabilita dalla nascita di Gesù. Su un livello ordinario, esso fa sì che Maria sia una madre e Giuseppe un padre. Ma sul piano della grazia, la sua nascita ha stabilito la rete di relazioni che noi chiamiamo 'Chiesa'. Poiché egli è il Figlio dell’Eterno Padre, il Padre di tutti, e nasce come nostro fratello, gli esseri umani possono ora vedere che sono tutti fratelli e sorelle di questo Padre comune. Poiché lui è il Figlio nella 'famiglia' della Santissima Trinità, gli esseri umani possono ora rendersi conto che sono stati innestati su un nuovo albero di famiglia. Non è solo l'albero di Israele, l'albero di Giacobbe e di Jesse, su cui i pagani sono adesso innestati. Anche questo è vero. Ma, più in profondità, è l'albero della vita stessa di Dio, su cui tutti gli esseri umani, Gentili e anche Ebrei, possono ora essere innestati.

A causa della Sua nascita, abbiamo una nuova dignità dal momento che il Figlio di Dio si è fatto nostro fratello. A causa della sua nascita apparteniamo a una nuova famiglia la cui portata comprende tutti gli esseri umani senza eccezione. A causa della sua nascita l'albero genealogico si estende universalmente nello spazio ed eternamente nel tempo. Ciò significa che le nostre storie - la mia storia, la tua storia, la storia della mia nuova pronipote - non possono essere raccontate senza far risalire le nostre origini a Dio Creatore e senza tracciare il nostro destino futuro davanti alla vita di amicizia con Dio, che è la vita della Santissima Trinità promessa a noi per tutta l'eternità.

Siamo tutti grati e stupiti di ciò che i miei pronipoti hanno già raggiunto, per il semplice fatto della loro nascita. Ci stiamo preparando a essere di nuovo grati e stupiti della nascita di Gesù, per ciò che questo bambino ha ottenuto con la sua nascita e con la sua vita, con la sua passione, morte e risurrezione: un livello di vita completamente nuovo per la famiglia umana, una profondità radicalmente nuova nella storia umana.

martedì 16 dicembre 2025

APRITE AL SIGNORE

17-23 Dicembre - Avvento, Parte Seconda

Entriamo nella seconda e ultima parte del tempo di Avvento, la settimana prima di Natale. La liturgia cambia in maniera significativa ed è ora focalizzata completamente sul Messia, sulle profezie su di lui nell’Antico Testamento, e sui racconti del suo concepimento e della sua nascita nel Nuovo Testamento.

Da domani, 17 dicembre, e fino al 23 dicembre, la Chiesa canta le sette grandi Antifone O, antichi canti che prendono in considerazione la venuta del Messia come Sapienza, Potente, Radice di Iesse, Chiave di Davide, Astro che Sorge, Re delle Nazioni, e Dio Con noi. Queste antifone sono utilizzate nel Vespro durante la prossima settimana, in un crescendo di attesa e di preghiera che culmina nella grande gioia del Natale.

Ciò che segue è stato scritto da fr. Columba Ryan OP (1916-2009) e pubblicato da lui nel bollettino della parrocchia di San Domenico, a Londra, nell’Avvento 1997. Ho modificato leggermente e aggiunto alcune frasi.

Dal 17 al 23 dicembre si usano alcune Antifone molto antiche sia nella liturgia Cattolica Romana che in quella Anglicana. Nessuno sa chi le ha scritte, ma erano già in uso nell'VIII secolo. Perciò sono state sulle labbra dei cristiani per almeno milleduecento anni. Sono state adattate in modo da formare i versi del popolare inno di Avvento ‘Vieni, vieni Emmanuele!’ (puoi ascoltarlo qua nella versione inglese, e qua nella versione latina).

Un’ 'antifona' significava semplicemente qualcosa che fosse cantato alternativamente da due cori e, nella nostra liturgia occidentale, la parola spesso era riferita alle frasi che si ripetevano prima dei Salmi e del Cantico al fine di far emergere lo spirito del tempo. Queste Grandi Antifone, note anche come Antifone O, si trovano prima e dopo il cantico del Magnificat nella Preghiera della Sera. Esse descrivono colui che stiamo aspettando e mettono in evidenza il desiderio di cui dovremmo essere colmi negli ultimi giorni dell'Avvento.

Prendiamole in considerazione una per una.

17 dicembre O Sapienza [Sapientia], che esci dalla bocca dell'Altissimo, ti estendi ai confini del mondo, e tutto disponi con soavità e con forza. Vieni, insegnaci la via della saggezza. Ogni antifona inizia rivolgendosi al Messia atteso con un titolo dell’Antico Testamento - in questa antifona la misteriosa Sapienza personificata nel Libro della Sapienza, capitoli 6-9. Ogni antifona poi sviluppa quel titolo, in questo caso utilizzando Sapienza 8,1, 'Essa si estende da un confine all'altro con forza, governa con bontà eccellente ogni cosa'. E ogni antifona si conclude con un invito, sempre più urgente man mano che la settimana va avanti, a venire e mantenere la promessa di quel particolare titolo messianico, qui 'Vieni a insegnarci la via della saggezza'.

18 dicembre O Adonai guida della casa d'Israele, che sei apparso a Mosè nel fuoco di fiamma del roveto e sul monte Sinai gli hai dato la legge: vieni a liberarci con braccio potente. 'Adonai', una parola curiosa coniata nella Bibbia ebraica, è una sorta di rima in gergo per evitare di dover pronunciare il nome ineffabile di Dio. Questa invocazione viene da Esodo 6,13, dove Dio parlò a Mosè ordinandogli di guidare il popolo fuori dall'Egitto, dopo essere apparso a lui nel roveto ardente (Esodo 3), e avergli dato la legge sul monte Sinai (Esodo 19). L'invito è già più urgente: 'Vieni, salvaci con braccio potente'.

19 dicembre O radice di Iesse [Radix Jesse], che ti innalzi come segno per i popoli, tacciono davanti a te i re della terra, e le nazioni t'invocano: vieni a liberarci, non tardare. Questo titolo messianico viene da Isaia 11,10. La radice, o stirpe, di Iesse è David, il figlio di Iesse. E il silenzio imbarazzato dei re nemici è descritto qui come in Isaia 47,4. L'antifona si conclude con l'appello: "Vieni a liberarci, non tardare '.

20 dicembre O Chiave di David [Clavis David], scettro della casa d'Israele, che apri e nessuno può chiudere, chiudi e nessuno può aprire: vieni, libera l'uomo prigioniero che giace nelle tenebre e nell'ombra di morte. Chiave di Davide e Scettro di Israele sono tratti da Apocalisse 3,7, 'il Verace, Colui che ha la chiave di Davide: quando egli apre nessuno chiude' ecc., che echeggia Isaia 22,22. Ora l'invito a venire viene, come anche nella prossima antifona, da coloro che disperatamente giacciono nelle tenebre.

21 dicembre O Astro che Sorgi [Oriens], splendore della luce eterna, sole di giustizia: vieni, illumina chi giace nelle tenebre e nell’ombra di morte. L’Astro che sorge è un altro titolo messianico, questa volta da Zaccaria 6,12 (in traduzioni più antiche) e ancora una volta l'invito si riferisce alle tenebre e alla luce: vieni e illumina.

22 dicembre O Re [Rex] atteso da tutte le nazioni, pietra angolare che riunisci i popoli in uno: vieni e salva l'uomo che hai formato dalla terra. Il titolo è ora del profeta Aggeo 2,8 (ancora una volta nelle traduzioni più antiche). C'è un riferimento anche alla chiave o pietra d’angolo, un'immagine dall’Antico Testamento che è stata di grande importanza per la prima predicazione della risurrezione di Gesù: la pietra scartata dai costruttori è diventata la chiave o pietra angolare. Ed è dalla morte che egli è risorto ed è diventato il re di una razza formata dalla terra ma elevata, con la sua potenza, per un regno eterno.

23 dicembre O Emmanuele, nostro re e legislatore, speranza e salvezza dei popoli. Vieni a salvarci; o Signore nostro Dio. Questo è il più noto dei titoli messianici. Viene da un brano familiare, Isaia 7,14, che promette la nascita di un figlio, la continuazione della casa di Davide, un bambino che sarà chiamato Emmanuele, che significa 'Dio con noi'. La serie si chiude con la grande preghiera vieni a salvarci, o Signore nostro Dio, che dice tutto su ciò che è il tempo di Avvento.

Nelle celebrazioni solenni dei Vespri, in questi giorni, queste Antifone sono cantate con arrangiamenti musicali particolari e antichi. Mentre venivano cantati, si suonava la grande campana della chiesa.

Un acrostico medievale formato dalla prima lettera di ogni titolo in latino, preso in ordine inverso, ha costituito la piccola frase latina ERO CRAS, che significa 'verrò domani'. 

Avvento Terza Settimana - Martedi


'Qualche volta devo passare di qua.' 'È bello che ci siamo incontrati di nuovo, dobbiamo tenerci in contatto'. 'È un peccato che ci incontriamo solo ai funerali'. Così di frequente ci capita di fare promesse che non manteniamo! Le nostre intenzioni, spesso, superano il nostro tempo e la nostra energia. E la strada per l'inferno, si dice, è lastricata di buone intenzioni. Di tutte quelle cose che diciamo che faremo ma che mai, effettivamente, troviamo il tempo di fare ...

Nel vangelo di oggi, Gesù parla di due figli. Un figlio ha accettato di fare ciò che suo padre ha chiesto, ha cambiato idea, e non è riuscito a farlo. L'altro ha rifiutato di fare ciò che suo padre ha chiesto, ha cambiato idea, e lo ha fatto. Quale dei due ha fatto la volontà del Padre?

Il senso è abbastanza chiaro. Quelli ai quali è dato di conoscere, in un primo tempo, la volontà di Dio, e che accettano di vivere secondo le sue esigenze, potrebbero non riuscire ad essere fedeli alla loro parola. Altri che in un primo momento sembrano non badare alla volontà di Dio, 'alla fine', o 'in fondo in fondo', possono effettivamente compiere la volontà di Dio nella loro vita.

Vi è, naturalmente, la possibilità di un terzo figlio, quello che dice che farà ciò che suo padre chiede e che effettivamente lo fa. Gesù stesso è, chiaramente, questo figlio. Anche se non parla di se stesso in questa parabola, tutto l'insegnamento del Nuovo Testamento circa il rapporto tra Gesù e il Padre testimonia questa unità nella sua opera.

Tra Gesù e Dio Padre prevale un’unica e straordinaria unità. Uniti nella convinzione e nell'amore, con un obiettivo comune e un pensiero comune, non vi è concorrenza tra di loro. Ognuno nasconde se stesso, per così dire, in quanto il Padre è 'tutto per il Figlio' e il Figlio è 'tutto per il Padre'. Trovano la loro identità nella relazione reciproca. Il successo del Figlio è la gloria del Padre e l'opera del Figlio - il suo cibo - è fare la volontà del Padre.

Il giardino del Getsemani e la collina del Calvario ci ricordano la lotta umana che questa unità di padre e figlio ha domandato. Ci sono forze che potrebbero impedire il successo dell’amore, forze che tirano verso il basso, strappano, interferiscono. 'Dio mio, perché mi hai abbandonato?' e 'Padre, nelle tue mani affido il mio spirito', sono due facce di un’unica, misteriosa medaglia. L'amore eterno del Padre e del Figlio si dipana davanti ai nostri occhi nel percorso umano di Gesù Cristo, il Verbo del Padre fatto carne.

La fede cristiana chiama Gesù 'Figlio' e lo chiama 'Parola'. Il Figlio è l'immagine del Padre, trae la sua vita dal Padre, trae la sua conoscenza dal Padre. La Parola è l'espressione del Padre, di tutto ciò che è nel Padre - la sua saggezza, l'intenzione e il piano. Queste relazioni eterne vengono rese note a noi attraverso la vita, l'opera, l'insegnamento e la morte di Gesù.

Il terzo membro è 'lo Spirito', nel quale l’opera di Padre e Figlio viene portata a compimento e nel quale siamo portati dentro la rete di relazioni che è la Santissima Trinità, per diventare membri della famiglia di Dio, figlie e figli dell'unico Padre, sorelle e fratelli di Gesù.

Essere fedeli alla parola di qualcuno è una cosa pratica e ammirevole nelle vicende umane. La relazione tra Gesù e il Padre ci insegna che Dio è fedele alla sua parola. Egli è fedele allo scopo originario del suo amore. Chiama tutti a condividere la vita in Cristo, nell'amore del Padre e nello Spirito di tenerezza.

Per noi diventare uniti nelle nostre convinzioni e nel nostro amore, vivere con uno scopo comune e un pensiero comune, è già 'diventare come Dio' e vivere, come ha fatto Gesù, come una figlia o un figlio di Dio.