Letture: Atti 2,14a, 36-41; Salmo 22(23); 1 Pietro 2,20b-25; Giovanni 10,1-10
Durante le vacanze estive del 1270, Tommaso d’Aquino trovò finalmente il tempo di rispondere a una domanda che aveva ricevuto alcuni mesi prima da Giacomo di Tonengo. I due erano diventati amici a Orvieto alcuni anni prima, quando Giacomo era cappellano alla corte papale locale e Tommaso era lettore o insegnante presso il priorato domenicano. Da allora Tommaso era tornato a Parigi e Giacomo aveva lasciato il servizio papale ed era ora canonico della diocesi di Vercelli.
La domanda di Giacomo a Tommaso riguardava la moralità del ricorso al sorteggio come metodo per prendere decisioni su questioni importanti, in particolare riguardo alle nomine ad alte cariche nella Chiesa. L'estate del 1270 segnò la metà del più lungo interregno nella storia del papato. Papa Clemente IV era morto nel novembre del 1268, ma il suo successore, Gregorio X, non fu eletto fino a quasi tre anni dopo, e il suo pontificato iniziò nel settembre del 1271. Fu proprio questa vacanza di tre anni che spinse Gregorio X, una volta eletto, a istituire il conclave così come lo conosciamo oggi. Il ritardo di tre anni aveva turbato e sconvolto tutti, portando le autorità civili di Viterbo prima a rinchiudere i cardinali, poi a togliere il tetto della chiesa dove si riunivano e infine a farli morire lentamente di fame finché non avessero preso una decisione.
La domanda di Giacomo a Tommaso sul ricorso al sorteggio come metodo decisionale era legata a questo interregno. Non si trattava però di una questione relativa a una svolta nel conclave stesso, ma alla nomina di un vescovo a Vercelli. I canonici non riuscivano a mettersi d’accordo su chi dovesse essere, non c’era un Papa e non ce ne sarebbe stato uno per altri 15 mesi, e così Giacomo si interroga sull’opzione del sorteggio come modo per giungere a una decisione. Si potrebbe persino pensare che questo fosse un modo per lasciare più spazio allo Spirito Santo affinché manifestasse la sua volontà sulla questione. Potremmo essere tentati di pensare che ci sia del vero in questo: se i pensieri, i desideri, le paure e le preferenze umane, tutto ciò che va sotto il nome di “politica”, fossero rimossi dalla situazione e la decisione fosse lasciata interamente a Dio, non sarebbe meglio per tutti?
Anche se oggi sono 115 o 120 gli uomini che votano per scegliere un nuovo Papa, crediamo, naturalmente, che sia Dio a scegliere il Papa. Questo può sembrare un po’ sorprendente, specialmente nei giorni che precedono un’elezione papale, ma ogni anno, il Venerdì Santo, quando ci riuniamo per la liturgia, preghiamo Dio chiedendogli di «proteggere il Papa che hai scelto per noi». Sappiamo che Mattia fu scelto per prendere il posto di Giuda e che fu eletto tramite il sorteggio. Non sarebbe questo un modo ancora più sicuro di procedere piuttosto che lasciarlo alle incertezze politiche di un gruppo di esseri umani interessati?
Tommaso d’Aquino, nella sua risposta a Giacomo da Tonengo, compose un trattato breve ma molto denso e ricco di sfumature sulla moralità del sorteggio, su quelli che potremmo chiamare modi alternativi di scoprire cose nascoste e di prendere decisioni sul futuro. Il sorteggio come alternativa al processo decisionale può essere accettabile in alcune circostanze, dice Tommaso, per lo più di minore importanza, sebbene ammette che la scelta dei leader civili possa occasionalmente avvenire in questo modo. Ciò che non ammette in nessuna circostanza è la scelta dei leader della Chiesa tramite il sorteggio.
Lungi dal credere che ciò lascerebbe più spazio all’opera dello Spirito Santo, Tommaso crede esattamente il contrario. Laddove una decisione deve essere presa per ispirazione divina, egli dice, è un insulto allo Spirito Santo sottrarre quella decisione al pensiero e alla scelta umana. Noi crediamo che lo Spirito Santo sia disceso sulla Chiesa, dice Tommaso, cosa che non era ancora avvenuta quando gli Apostoli tirarono a sorte per scegliere Mattia. Lo Spirito Santo istruisce il senso umano a giudicare rettamente, secondo San Paolo, così che l’opera dello Spirito nella Chiesa non sia separata dagli esseri umani ma sia dentro di loro, attraverso la loro intelligenza e i loro liberi giudizi.
Egli cita Sant’Ambrogio di Milano, il quale afferma che chi è eletto a sorte non rientra nella responsabilità del giudizio umano. È quindi importante che gli esseri umani si assumano la responsabilità di queste decisioni fondamentali e che chi viene eletto sappia che la sua elezione rientra in tale responsabilità. È la concordia, il consenso potremmo dire, dei collegi di esseri umani che dovrebbe produrre i leader della Chiesa. (Ci si potrebbe chiedere, en passant, se questo significhi che non solo i vescovi di Roma, ma anche i vescovi altrove non dovrebbero essere scelti in un forum paragonabile al conclave.)
Mi rendo conto di non aver detto nulla sulle letture odierne sul Buon Pastore o sul fatto che oggi è la Domenica delle Vocazioni. D'altra parte, credo che questi commenti di Tommaso d'Aquino sul sorteggio siano direttamente rilevanti per entrambi i temi. Ciò che egli dice sul connubio degli spiriti umani e dello Spirito Santo nel prendere decisioni fondamentali è esattamente ciò che dirà sul connubio degli spiriti umani e dello Spirito Santo nel seguire Cristo. Lo Spirito Santo ci fa agire liberamente, dice in una frase paradossale, ogni volta che cerchiamo la verità, pratichiamo il bene, discerniamo una vocazione.
Si è tentati di pensare che la vita sarebbe più facile se potessimo trovare modi magici per manipolare Dio, modi per sedurlo affinché riveli la sua volontà e persino prenda le decisioni al posto nostro. Forse potremmo decidere una lingua, o un rituale, o una serie di segni con cui invitare Dio a far conoscere la sua volontà. Ma Dio vuole che cresciamo e diventiamo suoi figli adulti in Cristo. Come figli adottivi di Dio, le pecore che Egli chiama per nome, una per una, viviamo per mezzo dello Spirito Santo di Dio. Questa è la realtà più profonda in noi. Paolo dice che lo Spirito Santo rende testimonianza al nostro spirito che siamo figli di Dio, così che nel nostro pensare, desiderare, temere e preferire anche lo Spirito Santo è all’opera.
La differenza fondamentale tra un consenso secolare su qualcosa e uno spirituale è che gli esseri umani coinvolti nella ricerca di quello spirituale pregano. I diaconi in Atti 6 sono scelti, non a sorte ma dopo la preghiera. Le decisioni del cosiddetto concilio di Gerusalemme in Atti 15 sono prese dopo la preghiera, così che gli apostoli possano fare l’affermazione (apparentemente) scandalosa che «è sembrato bene allo Spirito Santo e a noi stessi».
Come ascoltiamo la chiamata di Cristo? La ascoltiamo attraverso la nostra esperienza umana. Come riconosciamo che ciò che stiamo ascoltando è la chiamata di Cristo? La riconosciamo se ci siamo sintonizzati con la voce di Cristo nella preghiera. Come sappiamo che ciò che sta accadendo non è solo il risultato del pensiero e delle decisioni umane? Beh, deve essere il risultato del pensiero e delle decisioni umane. Ciò che lo rende spirituale, crediamo, è la preghiera che lo circonda e lo sostiene e che, tenendo conto anche del peccato, naturalmente, assicura che gli esseri umani che pensano e scelgono siano aperti a risultati che potrebbero sorprendere persino loro stessi.
La prima lettura ci insegna che gli ascoltatori di Pietro, pieno di Spirito, sono improvvisamente colpiti nel profondo, ma che lui impiega molto tempo e molte argomentazioni per convincerli. Entrambe le cose sono vere nel mondo dello Spirito, dove lo sforzo umano è lungo e può sembrare insoddisfacente, ma, agli occhi della fede, tutto sta accadendo rapidamente, per dono dello Spirito e secondo il saggio governo di Dio sulla Chiesa.
Nessun commento:
Posta un commento