Letture: Geremia 20,7-9; Salmo 62(63); Romani 12,1-2; Matteo 16,21-27
È successo solo la settimana scorsa, quindi è ancora ben vivo nei nostri ricordi. «Chi dice la gente che io sia?», chiese Gesù. E poi: «E voi, chi dite che io sia?». La confessione di Pietro – «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» – sembrò una sorta di culmine. Erano giunti a una vera comprensione di chi egli fosse. Seguì la dichiarazione di Gesù secondo cui la comprensione di Pietro non proveniva dalla carne e dal sangue, ma gli era stata rivelata dal Padre celeste.
Roba forte. Non si potrebbe immaginare nulla di più forte. Egli si era rivelato a loro e loro, per grazia di Dio, avevano compreso e creduto. Che shock, allora, che le parole successive di Gesù a Pietro non si riferissero al Padre celeste, né tantomeno alla carne e al sangue, ma a Satana come fonte delle parole successive che Pietro gli rivolse. «Questo non deve accaderti, Signore». «Vattene via da me, Satana». Cosa stava succedendo? Sembrava che la confessione di Pietro fosse un punto di arrivo. Ora sembra invece che non siano nemmeno all’inizio della comprensione.
Tutti e tre i Vangeli sinottici riportano questa svolta dopo la confessione di fede di Pietro. «Cominciò a insegnare loro» (Marco 8,31). «Cominciò a mostrare loro» (Matteo 16,21). «Si mise in cammino per andare a Gerusalemme» (Luca 9,51). Il primo atto del dramma della vita di Gesù è terminato, il secondo atto sta iniziando. Hanno imparato qualcosa, ma in un certo senso hanno ancora tutto da imparare: egli cominciò a insegnare loro, cominciò a mostrare loro. È stato con loro per tutto questo tempo, ha già mostrato loro e insegnato loro così tante cose, eppure… ricomincia?
La confessione di fede di Pietro, che la settimana scorsa sembrava un punto di arrivo così meraviglioso – e lo era ed è: su questa pietra Gesù edifica la sua Chiesa! – ora vediamo che quella stessa confessione è anche un punto di partenza. Gesù è pronto a passare alla fase successiva e a cercare di portarli con sé.
Il primo atto si era aperto «dopo che Giovanni era stato arrestato» (Marco 1,14; Matteo 4,12). È un primo oscurarsi della storia con l’ombra della croce. Il secondo atto si apre con Gesù che inizia a introdurre i suoi discepoli nel mistero più profondo: se egli è il Messia, allora la sua missione si compirà attraverso ciò che i profeti avevano predetto come i dolori del parto del Messia e che egli delinea come segue: il suo rifiuto, la sua sofferenza, la sua morte e, il terzo giorno, la sua risurrezione. Quest’ultimo punto per il momento sfugge ai discepoli, non riesce a essere compreso. In altri momenti avevano discusso tra loro su cosa potesse significare risorgere dai morti. Ma non in questo caso. Non dicono: «Oh, allora va bene, dopotutto ci sarà un lieto fine!». Sentono solo parlare di sofferenza e di morte. «Dio non voglia», dice Pietro – lo stesso Dio che gli aveva rivelato che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio. Possa questo stesso Dio impedire che le cose avvengano nel modo predetto da Gesù.
Che shock, allora, sentire le parole di Gesù: «Vattene via da me, Satana! Mi sei d’intralcio, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Altre traduzioni dicono qualcosa del tipo: «Il tuo modo di pensare non è di Dio, ma degli uomini». Lodato la settimana scorsa per il suo modo di pensare di ispirazione divina, Pietro viene condannato questa settimana per il suo modo di pensare diabolico.
La gloria del Figlio dell’Uomo, del Messia, di questo Figlio del Dio vivente, è la gloria dell’amore in un mondo peccatore. Che forma assumerà quella gloria – quale forma dovrà assumere? – in un mondo peccatore? Se il mondo tanto amato da Dio deve essere redento e sanato? Gesù ha appena dato loro un abbozzo di quella gloria, e non ha nulla a che vedere con ciò che loro — o noi — considereremmo gloria. Avrebbero dovuto avere una comprensione preliminare: l’esperienza di Geremia (vedi la prima lettura di oggi), le parole di Isaia (il Servo Sofferente, i dolori del parto del Messia), l’esperienza recentissima di Giovanni Battista. Ma non per il Messia stesso: sicuramente sarebbe stato lui a porre fine a tutte quelle ingiustizie e a quell’oppressione? Sì, ma per porvi fine abbracciandole, entrando in esse più profondamente di qualsiasi profeta o martire prima o dopo di lui, bevendo il calice della sofferenza del mondo – questo non se lo aspettavano e non potevano accettarlo.
All’aprirsi del secondo atto del dramma della vita di Gesù, i discepoli hanno ancora tutto da imparare. Anche noi abbiamo ancora tutto da imparare di fronte alla sofferenza umana, al male del mondo, alla realtà del peccato e della morte. «Dio non voglia, Signore, questo non deve accadere a te, a noi!» Ma notate come gli apostoli e i discepoli arrivarono rapidamente a comprendere quando gli eventi predetti da Gesù si verificarono realmente. Paolo riassume così bene ciò che avevano imparato da Gesù: «offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, lasciatevi trasformare, rinnovate il vostro modo di pensare, affinché possiate discernere la volontà di Dio» – non quella di Satana, non quella della carne e del sangue, non quella di questo mondo – «e così conoscere ciò che è buono, gradito a Dio e perfetto».
Questa è la seconda lettura di oggi, così azzeccata. Ed è proprio questo che Gesù sta cominciando a insegnare a loro e a noi, che siamo sempre all’inizio di questa comprensione. Dapprima insegna loro con le parole, poi con le sue azioni e nella sua Passione. Lo stesso vale per noi: impariamo la via di Gesù non solo comprendendo le sue parole, ma entrando nel mistero della Croce, attraverso la preghiera, attraverso la nostra stessa sofferenza, attraverso la condivisione della sofferenza degli altri, attraverso il cercare di comprendere cosa significhi veramente amare il prossimo. È una saggezza che impariamo solo attraverso il rinnovamento delle nostre menti – più e più volte – e la trasformazione dei nostri cuori – più e più volte.
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