Un regalo più grande non potevi farmi, uno zampillo d’acqua fresca dopo giorni e giorni in un deserto che sai bene quanto arido. Sarò all’altezza di questo dono, lo prometto a me stessa.
Etty Hillesum

Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!
Caterina da Siena

martedì 4 agosto 2026

Settimana 18 Mercoledi (Anno 2)

Letture: Geremia 31,1-7; Geremia 31,10-13; Matteo 15,21-28

Come dobbiamo interpretare questa storia in cui Gesù si mostra scortese nei confronti di una donna cananea la cui figlia è posseduta da un demone?

Esiste un’interpretazione femminista secondo cui Gesù, in quanto uomo, ha bisogno di essere aiutato, in particolare dalle donne che entrano nella sua vita, e qui lo vediamo aiutato dalla donna cananea a comprendere appieno la portata della sua missione. Lei lo spinge, per così dire, oltre i confini della sua stessa comprensione e immaginazione. Spesso, infatti, abbiamo difficoltà ad accettare la piena umanità di Gesù e ciò che essa comportava. Probabilmente ci sentiamo molto più a nostro agio, ad esempio, nell’accettare che Gesù avesse bisogno che Maria e Giuseppe gli insegnassero a pregare, piuttosto che nell’ammettere che avesse bisogno di imparare qualcosa sulla sua missione dalla donna cananea.

Se partiamo dalla convinzione che Gesù sapesse sempre esattamente cosa stava facendo e comprendesse sempre quale fosse la sua missione e come portarla avanti, come possiamo spiegare la strana conversazione che ha luogo tra lui e questa donna? All’inizio rimane in silenzio (come fece anche di fronte alla donna sorpresa in adulterio in Giovanni 8). I discepoli lo incoraggiano a fare qualcosa per lei, anche se non è chiaro se si tratti di aiutarla o semplicemente di liberarsi di lei.

Gesù poi afferma di essere stato mandato solo alle pecore smarrite della casa d’Israele. Se lo dica alla donna o ai discepoli, ancora una volta, non è chiaro. La donna ripete la sua richiesta: «Signore, aiutami». Si noti che ella rivolge esattamente la stessa preghiera di Pietro nel Vangelo di ieri: «Signore, salvami». Nelle situazioni di grande bisogno non c’è bisogno che ci venga detto come pregare. Poi Gesù fa questa strana affermazione in cui sembra sottintendere che ella sia un cane, ma viene immediatamente conquistato dalla sua risposta riguardo ai cani che almeno ricevono le briciole che cadono dalla tavola del padrone. E così riconosce la sua fede e guarisce sua figlia.

Ecco un’ipotesi su ciò che potrebbe essere accaduto qui. Ho trascorso un breve periodo a Trinidad, nelle Indie Occidentali, ma abbastanza a lungo da imparare che alla gente del posto piaceva ciò che chiamano «piquant». È una parola francese che è rimasta in uso in quella parte del mondo e si riferisce a uno scambio tra persone che è spiritoso e arguto, tendente a diventare audace e persino (per chi non capisce cosa sta succedendo) offensivo. Ricordo una o due conversazioni di questo tipo in cui ci si aspetta che ciascuna parte risponda colpo su colpo: c’è eccitazione e divertimento nella conversazione, ma un osservatore esterno potrebbe non capire cosa stia succedendo e potrebbe persino sentirsi perplesso al riguardo.

Potrebbe essere che la donna cananea e Gesù fossero immediatamente in sintonia l’uno con l’altra – erano in grado di guardarsi negli occhi, per esempio – e che il loro scambio fosse di questo tipo, una sorta di botta e risposta verbale di cui entrambe le parti si divertono? Stanno quindi mettendo in scena una parabola per i discepoli, al fine di insegnare loro qualcosa sulla missione universale di Gesù.

Nei libri dei profeti si parla ampiamente della portata universale delle promesse di Dio a Israele e non possiamo immaginare che Gesù ne sia all’oscuro. I pagani, rappresentati dalla donna, verranno al tempio – che ora è Gesù – e le loro preghiere e i loro sacrifici saranno graditi al Signore. Egli cita un testo di questo tipo più avanti nel Vangelo di Matteo, quando scaccia i cambiavalute dal Tempio e afferma che esso deve essere una casa di preghiera per tutti i popoli.

Gesù, nel suo incontro con la donna, coglie l’occasione per insegnare ai discepoli qualcosa sulla chiamata del bisogno umano, ovvero che non vi è limite né confine a dove debbano essere portati la luce del Vangelo e l’amore guaritore di Cristo. Ovunque vi sia un bisogno umano, va esercitata la carità e reso presente il potere guaritore del Vangelo.

Il missionario impara da chi riceve la missione, se così possiamo dire. Potremmo essere tentati di pensare di sapere di cosa abbiano bisogno le persone e di essere noi a doverglielo fornire. Gesù, ricordiamolo, non presume di saperlo: «Che cosa vuoi che io faccia per te?», chiede a un cieco. I giovani sacerdoti che partono da questa comunità imparano ciò che ci si aspetta da loro proprio dalle persone che si rivolgono a loro, le quali insegnano loro in che modo si aspettano che prestino servizio. Deve esserci sempre questo dialogo, tra chi insegna e chi è istruito, tra il missionario e chi riceve la missione, tra chi aiuta e chi è aiutato. Coloro che serviamo ci aiutano a prendere coscienza dei doni che ci sono stati affidati. Il loro bisogno ci chiamerà oltre i limiti che potremmo aver posto a ciò che pensiamo di poter offrire.

Fergus Kerr OP ha scritto un’omelia per Torch, il sito web domenicano inglese, su questo incontro tra Gesù e la donna cananea. Conclude con questa domanda:

Questa meravigliosa storiella non è forse un invito a riflettere sulle possibilità di liberazione che i pagani possono sperare di trovare nel cristianesimo e sulla necessità, se non vogliono rimanere delusi, che noi cristiani scopriamo in noi stessi possibilità che ci chiamino al di là dei confini che ci sono stati tramandati?

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