Letture: Ezechiele 28,1-10; Deuteronomio 32,26-36; Matteo 19,23-30
Tendiamo a leggere tutti i brani biblici con lo stesso grado di serietà, una sorta di rispetto per la Parola di Dio, immagino. Ma nella lettura del Vangelo di oggi c’è un tocco di comicità. Innanzitutto ci viene chiesto di riflettere nuovamente su quella strana idea, quella di un cammello costretto a passare attraverso la cruna di un ago (un po’ come la barzelletta su come infilare un elefante in un sacchetto di carta: basta seguire attentamente le istruzioni). Per gli esseri umani è impossibile che una persona ricca entri nel regno dei cieli (per «ricca» non si intende solo chi possiede beni materiali, ma anche chi è potente e ha successo in termini mondani).
Pietro interviene e, come al solito, fraintende il senso delle parole. E noi, che abbiamo lasciato tutto per seguirti, cosa otterremo? Qual è la «logica economica» della situazione dal nostro punto di vista? C’è, forse, una nota di esasperazione nella risposta di Gesù: va bene, se ragionate ancora in questi termini, allora immaginatevi seduti su dodici troni a giudicare le dodici tribù d’Israele: questa potrebbe infatti essere un’altra battuta che «capiremo» solo quando arriveremo alla battuta finale.
Ma è un commento che prendiamo molto sul serio e leggiamo con grande solennità, e potrebbe sembrare irriverente suggerire che si tratti di una sorta di presa in giro da parte di Gesù. Naturalmente, in esso c’è una profonda verità: la Chiesa è fondata sugli apostoli e sulla loro predicazione. Ma siamo qui in un altro momento di una lunga lotta che Gesù intrattiene con i discepoli cercando di insegnare loro chi è Lui e come si svolgerà la Sua missione. Dovete diventare come un bambino piccolo; chi vuole essere grande deve essere il servitore di tutti; chi si esalta sarà umiliato… eppure Pietro continua a chiedersi quale sia il «tasso di cambio»: cosa ne ricaveremo noi in cambio? L’amore che Gesù è venuto a instaurare per noi non pone questa domanda.
La prima lettura, tratta dal profeta Isaia, è un monito agli uomini che pensano di sedere su troni divini. Il principe di Tiro si considera tale. Ha avuto successo negli affari e in politica, è ricco e potente, pensa di avere la mente di un dio, ma il suo cuore si inorgoglisce e quella che egli ritiene la sua grande saggezza (superiore a quella di Daniele, osserva Isaia) è in realtà profonda stoltezza. La sfida per Gesù è convincere le persone che la follia di Dio è più saggia della saggezza umana, che la debolezza di Dio è più forte della forza umana. Continua ad essere la sfida per i predicatori del Vangelo: come spiegare questo paradosso, l’apparente contraddizione sul cammino lungo il quale Dio conduce coloro che Lo cercano?
Tornando alla lettura del Vangelo, la battuta continua e c’è un colpo di scena finale. Naturalmente – aggiunge Gesù al suo commento sugli apostoli che siederanno su troni per giudicare Israele – vale ancora che i primi saranno gli ultimi e gli ultimi, i primi. Nella «divina commedia» che si dispiega, Gesù finisce sulla croce e quello è il trono della sua gloria, il trono da cui giudica il mondo. Gli apostoli, come Egli aveva predetto, finirono anch’essi su croci, forche e altre piattaforme di esecuzione, rendendo testimonianza dell’amore che avevano trovato in Lui e unendosi a Lui nel giudicare il mondo, con la loro testimonianza, in quanto martiri. Poiché la follia di Dio è più saggia della saggezza umana e la debolezza di Dio è più forte della forza umana. Ecco, questo è davvero comico e singolare: il mistero del vero amore rivelato nella croce di Gesù.
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