Letture: Isaia 56,1, 6-7; Salmo 66; Romani 11,13-15, 29-32; Matteo 15,21-28
Come dobbiamo interpretare questa storia in cui Gesù si mostra scortese nei confronti di una donna cananea la cui figlia è posseduta da un demone?
Esiste un’interpretazione femminista secondo cui Gesù, in quanto essere umano con i propri limiti, ha bisogno di essere aiutato, in particolare dalle donne che entrano nella sua vita, e qui lo vediamo aiutato dalla donna cananea a comprendere appieno la portata della sua missione. Lei lo spinge, per così dire, oltre i confini della sua stessa comprensione e immaginazione.
Non credo che questa interpretazione debba essere semplicemente liquidata. Spesso, infatti, abbiamo difficoltà ad accettare la piena umanità di Gesù e ciò che essa comportava. Probabilmente ci sentiamo molto più a nostro agio, ad esempio, nell’accettare che Gesù avesse bisogno che Maria e Giuseppe gli insegnassero a pregare, piuttosto che nell’ammettere che avesse bisogno di imparare qualcosa sulla sua missione dalla donna cananea.
Se partiamo dal presupposto che Gesù sapesse esattamente cosa stesse facendo e comprendesse quale fosse la sua missione e come dovesse portarla avanti, come possiamo spiegare la strana conversazione che ha luogo tra lui e questa donna? In un primo momento egli rimane in silenzio. (Come fece anche quando si trovò di fronte alla donna sorpresa in adulterio in Giovanni 8.) I discepoli lo esortano a fare qualcosa per lei; non è chiaro se per aiutarla o semplicemente per liberarsi di lei. Gesù poi afferma di essere stato mandato solo alle pecore smarrite della casa d’Israele. Se lo dica alla donna o ai discepoli, ancora una volta, non è chiaro. La donna ripete la sua richiesta: «Signore, aiutami». Notate che formula esattamente la stessa preghiera di Pietro nel Vangelo di domenica scorsa: «Signore, salvami». Nelle situazioni di grande bisogno non c’è bisogno che ci venga detto come pregare. Poi Gesù fa questa strana affermazione in cui sembra sottintendere che lei sia un cane. Ma viene immediatamente colpito dalla sua risposta riguardo ai cani che almeno ricevono le briciole che cadono dalla tavola del padrone. E così riconosce la sua fede e guarisce sua figlia.
Ecco un’ipotesi su ciò che potrebbe essere successo qui. Ho trascorso un breve periodo a Trinidad, ma ho imparato che alla gente del posto piaceva ciò che chiamano «piquant». È una parola francese che è rimasta in uso e si riferisce a uno scambio tra persone che è spiritoso e arguto, tendente a diventare audace e persino (per chi non capisce cosa sta succedendo) offensivo. Ricordo una o due conversazioni di questo tipo in cui ci si aspetta che ciascuna parte risponda colpo su colpo: c’è eccitazione e divertimento nella conversazione, ma un osservatore esterno potrebbe non capire cosa stia succedendo e potrebbe persino sentirsi perplesso al riguardo.
Potrebbe essere che la donna cananea e Gesù fossero immediatamente in sintonia l’uno con l’altra – erano in grado di guardarsi negli occhi, per esempio – e che il loro scambio fosse di questo tipo, una sorta di botta e risposta verbale di cui entrambe le parti si divertissero. Stanno quindi mettendo in scena una parabola per i discepoli, al fine di insegnare loro qualcosa sulla missione universale di Gesù.
Nei libri dei profeti si parla ampiamente della portata universale delle promesse di Dio a Israele e non possiamo immaginare che Gesù ne sia all’oscuro. La prima lettura della Messa di oggi ne è un esempio. Infatti, affiancandola alla storia della donna cananea, la Chiesa ci invita a vedere questa profezia adempiuta in questo incontro. I pagani, rappresentati dalla donna, verranno al tempio, cioè a Gesù, e le loro preghiere e i loro sacrifici saranno graditi al Signore. Il testo viene citato più avanti nel Vangelo di Matteo, quando Gesù scaccia i cambiavalute e afferma che quella sarà una casa di preghiera per tutti i popoli.
Anche la seconda lettura verte su questo tema: Paolo si confronta con il fatto che il popolo ebraico nel suo insieme non avesse accettato Gesù come Messia. Romani 9-11 è il grande testo del Nuovo Testamento per riflettere su questa questione, il punto di partenza per pensare al rapporto del cristianesimo con il popolo ebraico. E naturalmente non sono solo gli ebrei ad aver di tanto in tanto guardato con disprezzo gli altri (o ad essere stati guardati con disprezzo da loro): sono molte le nazioni che lo hanno fatto.
Ma Gesù, nel suo incontro con la donna, coglie l’occasione per insegnare ai discepoli qualcosa sulla chiamata del bisogno umano, sul fatto che non vi è limite né confine a dove debbano essere portati la luce del Vangelo e l’amore guaritore di Cristo. Ovunque ci sia un bisogno umano, il Vangelo deve essere predicato.
E il missionario impara da chi riceve la missione, se così possiamo dire. Potremmo essere tentati di pensare di sapere di cosa hanno bisogno le persone e di essere noi a doverglielo fornire. Ma Gesù, ricordate, non presume di saperlo: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Il mio primo incarico come sacerdote fu a Edimburgo, dove studiai all’Università e diedi una mano alla cappellania. Avevo 24 anni e dovevo essere un «anziano» nella comunità! Imparai cosa dovevo fare come sacerdote dalle persone che venivano da me; furono loro a insegnarmi cosa doveva fare un sacerdote, i modi in cui ci si aspettava che servisse. Deve esserci sempre questo dialogo, tra chi insegna e chi viene istruito, tra il missionario e chi riceve la missione, tra chi aiuta e chi viene aiutato. Non ci rendiamo conto dei doni che portiamo in noi finché coloro che serviamo non ci aiutano a riconoscerli. Il loro bisogno ci chiamerà oltre i limiti che potremmo aver posto a ciò che pensiamo di poter offrire.
Devo riconoscere che l’omelia di Fergus Kerr sul sito web di Torch mi ha aiutato a riflettere su questo Vangelo. E concludo con una sua citazione:
Questa meravigliosa storiella non è forse un invito a riflettere sulle possibilità di liberazione che i pagani possono sperare di trovare nel cristianesimo, e sulla necessità, se non vogliono rimanere delusi, che noi cristiani scopriamo in noi stessi possibilità che ci chiamano al di là dei confini che ci sono stati tramandati?
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