Letture: Ezechiele 34,1-11; Salmo 22; Matteo 20,1-16
«Non è giusto, lui ha una fetta più grande della mia.» «Non è giusto, lei ne ha di più!» «Non è giusto, volevo quella blu!»
Le grida dell’infanzia mi risuonano nella testa. La parabola dei lavoratori nella vigna (il Vangelo di oggi) racconta di un gruppo di lavoratori, alcuni dei quali hanno lavorato tutto il giorno, altri solo una parte della giornata e pochi solo per un’ora. Alla fine della giornata il proprietario paga a ciascuno di loro la stessa somma. Coloro che hanno lavorato tutto il giorno pensano, naturalmente, che «non sia giusto». Il proprietario della vigna è stato del tutto giusto nel dare loro ciò che era stato concordato all’inizio della giornata. Eppure, c’è qualcosa che non quadra...
Immagino che la maggior parte di noi ritenga che coloro che hanno lavorato tutto il giorno abbiano ragione. Coloro che sono arrivati più tardi, infatti, sono stati pagati di più per ogni ora di lavoro. Quanto deve essere stato irritante per il primo gruppo sentire il proprietario sottolineare che stava agendo in modo perfettamente equo, sapendo che, a rigor di termini, era vero, ma sentendosi allo stesso tempo trattati ingiustamente.
È molto difficile conciliare i concetti di giustizia e misericordia. Per come li comprendiamo e li viviamo, sembrano incompatibili. Come si può essere completamente giusti e allo stesso tempo mostrare misericordia (visto che la misericordia ci suona come «lasciar correre», «accettare di chiudere un occhio» o addirittura «lasciar passare qualcosa»)? Come si può mostrare misericordia e rimanere comunque rigorosamente giusti (visto che non insistere sui propri diritti, o non insistere su ciò che ci spetta, sembra una decisione di rinunciare alla giustizia)?
Lo stesso problema emerge nella storia del figliol prodigo, dove il fratello maggiore ha l’impressione che il più giovane la stia facendo franca, divertendosi alla grande in un altro paese, sperperando la sua eredità, per poi tornare a casa ed essere accolto come un principe ereditario a lungo perduto invece che come lo sperperatore irresponsabile che era. La parabola di Matteo sui lavoratori della vigna affronta le stesse questioni della parabola di Luca sul figliol prodigo.
Quali questioni? Ebbene, nel contesto in cui Gesù raccontò per la prima volta queste storie, la questione principale era la reazione dei farisei e di altri al fatto che egli accogliesse i peccatori e mangiasse con loro. I farisei sono coloro che hanno lavorato tutto il giorno nella vigna del Signore, i peccatori sono quelli che si presentano quando la giornata è quasi finita. Oppure gli ebrei sono coloro che hanno lavorato tutto il giorno — il popolo di Dio fin dai secoli passati — mentre i pagani sono coloro che si presentano alla fine della giornata. Questo era il significato della predicazione di Gesù, legato in particolare alla sua frequente affermazione di essere venuto non per i sani ma per i malati.
Quindi una prima domanda è se consideriamo noi stessi malati o sani. Rispetto a Dio, ci consideriamo parte dei giusti che hanno lavorato duramente in tutti questi anni o sentiamo di appartenere ai peccatori ai quali oggi viene dato il messaggio rassicurante che «non è mai troppo tardi»?
Una seconda domanda riguarda il modo in cui consideriamo le altre persone, specialmente quelle che potremmo ritenere si siano allontanate da Dio e dalle vie della bontà. E se tornassero, anche all’ultimo momento? È per noi motivo di gioia, una gioia che condividiamo con loro, oppure ci sentiamo un po’ seccati dal fatto che se la siano cavata così facilmente, e avremmo voglia di gridare a Dio che «non è giusto»?
Parte dell’invidia è la sensazione di esclusione da ciò di cui un’altra persona sta godendo. Ma i doni di Dio non sono come gli altri tipi di doni. Da bambini sapevamo benissimo che più la torta e il cioccolato venivano divisi, meno ne restava per ciascuno. Con i doni di Dio — grazia, compassione, amore, misericordia — più vengono divisi, più aumentano, perché chiunque riceva veramente questi doni di Dio e ne apprezzi il significato diventa a sua volta una fonte di grazia, compassione, amore e misericordia nel mondo.
Non possiamo comprendere con la mente e con il cuore le vie di Dio al punto da contenerle o comprenderle appieno. «Le vie di Dio non sono le nostre vie e i pensieri di Dio non sono i nostri pensieri», dice Isaia. Molte letture delle Scritture ci ricordano che Dio non è come noi. I nostri canoni di equità e di comportamento ragionevole vengono capovolti man mano che entriamo nel mondo di Dio, contempliamo il mistero del suo amore e cerchiamo di vivere secondo il suo spirito. «Gli ultimi saranno i primi, e i primi saranno gli ultimi». Solo l’amore può insegnarci la verità di questo paradosso.
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